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Ripartire da Francesco Cossiga

Se meditiamo sulla teoria che Cossiga ha costruito sulla “fine della Repubblica”, impariamo anche a ricostruire questa povera Repubblica ormai finita.
All’estero, Europa compresa, ci ridono dietro con gran gusto, e i grandi italiani, quelli che ancora esistono nel gran mondo internazionale, spesso sono apostrofati con espressioni offensive, non per loro ma per i governi che oggi operano a Roma. E non c’è gran differenza tra governo e opposizione, ovviamente.
Una raccolta, quindi, di incompetenti, bambini, saccenti, egualmente ripartiti tra Governo e opposizione, ma che non teme confronti.
Gaffes, anche simboliche, a tutto andare: il “Piano per il Sud” presentato con l’immagine del castello di Duino, con il mare di Trieste davanti.
Sarà stato contento Rainer Maria Rilke, ammesso che sappiano di chi stiamo parlando.
Il corpo umano “composto al 90% di acqua” dell’attuale ministro degli Esteri Di Maio, poco ferrato anche sulle cartine geografiche, con le sue ulteriori e brillanti “lobby dei malati di cancro” o con il Venezuela dove si sarebbe esercitato il dittatore Pinochet, inoltre ha chiamato “Ping”, ovvero Xi Jinping, il Presidente cinese, come se fosse un personaggio della Turandot pucciniana, con i Paesi del Mediterraneo tra i quali vi è anche, udite! anche la Russia.
E questo sarebbe un ministro degli Esteri. Conoscendo il servilismo dei diplomatici, non mi meraviglio che facciano finta di prenderlo sul serio, ma a tutto c’è un limite.
Alfonso Bonafede, oggi ministro della Giustizia e soprattutto liberatore appassionato, con la scusa del Covid-19, di mafiosi al 41-bis, ha postato un video, sul suo profilo Facebook, che riporta eroicamente l’atterraggio del criminale Cesare Battisti in Italia.
D’altra parte, basta vedere il successo elettorale fantasmagorico dei 5Stelle nelle aree storiche di ‘ndrangheta e mafia per capire a cosa deve obbedire l’attuale ministro della Giustizia.
Urge rapida trasformazione. Ma con quali criteri? E qui ritorna utile la vecchia e lucida “linea” di Francesco Cossiga.
So già cosa diranno molti disinformati che leggeranno questo testo: che Cossiga era sotto terapia psichiatrica (fu una balla dei Servizi, che giocavano un’altra partita, che aveva i fili fuori d’Italia) oppure che era un tipo “balzano”, aggettivo con cui, in Italia, si bolla chiunque abbia una intelligenza al di sopra di quella dell’orango.
Senza offese, naturalmente, per la scimmia ominide.
Cosa voleva quindi Cossiga, e questo ci avrebbe certamente salvato da questo infame crepuscolo per allievi mediocri di università a distanza?
Vediamo: intanto la riforma della pur amatissima, da Cossiga, Costituzione Repubblicana.
Lui sapeva bene, ma lo sapevano anche tutti quelli che avevano studiato davvero, compresi i dirigenti del PCI, che la nostra Carta Fondamentale è il frutto di un meccanismo che era un “sistema di controlli ad altissima sensibilità e grido d’allarme”, tale da risultare spesso paralizzante. Nessuno si fidava dell’altro, nel frattempo si bloccava tutto.
La democrazia non credeva di aver vinto stabilmente, ma i comunisti e i loro sodali programmavano ancora operazioni, non necessariamente tutte violente, tali da permettergli di prendere il potere.
In questo clima nasce la democrazia italiana, gracile e ambigua, ma comunque c’era, ed era quello che bastava, al momento.
Ma ora, che il confronto è finito, cosa fare?
All’epoca, dice Cossiga, nella guerra fredda, ci fu il buon senso di massa dei cittadini, il ruolo sapiente della Chiesa Cattolica, spesso troppo trascurato dagli storici, la prudenza sapiente della classe politica, tutta, compreso il PCI, che evitò lo scontro radicale, violento, sul nostro territorio e tra le nostre due “masse”.
E oggi? Oggi abbiamo lo scontro tra la globalizzazione buona e quella cattiva, tra integrazione, e l’Italia è un Paese oggi già palesemente fallito, in un mondo di perdenti della lotta per la globalizzazione, verso l’alto, forse ancora possibile in alcuni settori del nostro sistema industrale, e la caduta verso un futuro che ricorda Caracas, o il Marocco, ma senza le palle e il potere internazionale, molto credibile, di Re Mohammed VI.
Oggi, in Italia, o si vince qualche partita, che segnali che si può ancora reagire, o diventeremo rapidamente un nulla economico e strategico, come disse Guido Carli quando lesse, poco prima di morire, il Trattato di Maastricht, “qui ci ridurranno a camerieri o a suonatori di mandolino”.
Occorre una politica industriale vera e uno stimolo all’impresa privata, oltre all’uso un po’ sportivo e, oggi, ingenuo della Cassa Depositi e Prestiti.
C’è da ricostruire anche lo “stato del benessere” di cui Cossiga parò nel suo discorso, fondamentale, alle Camere, del 26 giugno 1991.
Una idea geniale e utile, che Cossiga prese da Giovanni Paolo II, che gli voleva molto bene, fu perfino quella della crescita moderna, incontrollabile, dei “corpi intermedi” oltre gli Stati e le ancora (e ancora oggi) informi “masse”.
Una idea intelligente e destinata a un grande futuro, si pensi oggi ai “corpi intermedi” industriali, informatici, organizzativi, della comunicazione, della formazione, di tanti altri gruppi sociali che, ai tempi della fine della “guerra fredda”, erano tecnologicamente e socialmente inimmaginabili.
Avete voglia di mitizzare la “Rete” e i suoi piccoli miracoli, la questione sociale, oggi, non si modella sul modo di utilizzare la Rete di Internet, ma sul modo di utilizzare i suoi dati e sul criterio con cui filtrarli.
Se, per Cossiga, nel suo messaggio fondamentale del 1991, la questione era il rapporto tra “l’impetuosa crescita del nostro Paese” e la corrispondenza tra istituzioni e realtà sociale “trasformata”, il che era davvero, allora e oggi, il punto, in quegli anni, oggi la questione vera è il rapporto tra rapida decadenza di massa e sociale e le istituzioni che devono evitarla.
Ma non certo con i sussidi. O con le sedicenti “iniezioni di liquidità” che non si sanno nemmeno fare.
Qui occorreva una prima iniezione di liquidi, veri e tanti, come hanno fatto la Germania e la Gran Bretagna, oppure anche la costruzione fisica e rapida di reti industriali di settore, aggiornatissime, nei distretti industriali storici italiani.
Tra i 30 del Centro, i 56 del Nord Est, con le loro “deviazioni”, i 140 mila dipendenti delle PMI del Sud, ormai ridotti purtroppo a poca cosa, per non parlare dell’agroalimentare e della moda, i distretti sono ancora, perfino dopo il Covid-19, una realtà credibile.
Occorreva aiutarli subito, con soldi veri, con sostegni fiscali veri.
Niente di tutto questo, si è preferito cincischiare sui sussidi a questo e a quello, evidente giochino elettorale di breve periodo.
Ecco, è proprio la mentalità da breve periodo, da toppa peggio del buco, che sovrasta la mentalità dei governi attuali e della stessa società italiana che sembra, come spesso accade, aver perso il coraggio, la fantasia, le vecchie “palle”, proprio nel momento in cui il Governo sembra raccogliere, secondo una vecchia frase, le “farfalle sotto l’arco di Tito”.
Ammesso che gli attuali ministri sappiano chi era Tito, “amore e delizia del genere umano” secondo Svetonio e, comunque, figlio di Vespasiano, che spero sappiate chi era.
Il problema di Cossiga fu, oggi, il più dimenticato di tutti, ma il più vero e profondo, la “formazione della classe dirigente”.
Abbiamo lasciato questa delicatissima funzione nelle mani del Caso, “il Cosmo è un numero infinito di casi accidentali nell’universo” come disse Murray Gell-Mann.
oggi, è bene dirlo chiaramente, occorre arrivare alla costituzione di una rete di esperti, di professionisti di lungo corso, di veri politici di estrema esperienza, di antichi e espertissimi “boiardi” di Stato, qualunque cosa voglia dire questo termine nello sciatto gergo giornalistico, insomma rifare una nuova classe dirigente, che prenda le veci della classe politica, che ormai non conta un cavolo, e che porti, nei limiti del possibile, l’Italia fuori dai grandissimi casini in cui si è messa e dai disastri che, con qualche buon rapporto con le classi dirigenti globali, si possono ancora evitare.
Altro tema che Cossiga notò, e che oggi è un vero disastro, fu quello di “salvare i partiti”.
Il che non voleva dire, come l’attuale vulgata certamente tradurrebbe, salvare “le macchine da soldi dell’élites” ma, ben diversamente, “salvare la società civile organizzata”.
Salvare le sezioni del PCI anche nei paesi piccolissimi, costruite con la buona volontà e spesso con il lavoro gratuito dei militanti, poi salvare la sedi, ugualmente numerose, della DC, a lato magari della Chiesa parrocchiale ma non meno popolate di quelle comuniste, poi ancora salvare i circoli socialisti, sempre fantasiosi e sanamente anarchici, infine i simpaticissimi repubblicani, con i loro fiocchi neri e, qualche volta, perfino le sezioni della vecchissima “Carboneria”, fino a che Spadolini non le fece chiudere, senza dimenticare perfino i liberali, pacifici e fin troppo british, ma di importazione.
Ecco, questo era il popolo che Cossiga voleva salvare, tutto.
E aveva ragione. La piallatura scema del politically correct e del “regime” ha distrutto il pensiero popolare, la sua autonomia, la sua ricchezza, rendendo oggi realistiche le prospettive, all’epoca discutibili, di Pier Paolo Pasolini.
Altro che fare movimenti “liquidi”, immaginari, televisivi, pubblicitari.
Qui si tratta, per ricostruire ancora l’Italia, di ripartire dalle sezioni, dalle sedi, dalle organizzazioni microscopiche e semplici sul territorio, dalle militanze “di base” e dalle tradizioni politiche locali.
Altro che la “rete”! Qui occorreranno di nuovo militanti popolari, altro che chiacchiere televisive che generano sciami temporanei, non radicamenti sociali e politici veri. Che difendono interessi veri, non dei like su Facebook.
Poi, altro problema di Cossiga, ancora non risolto, è quello del rapporto tra società economica e struttura sociale.
Ovvero, l’economia più evoluta si è già adattata o si adatterà presto, ma come va con la società civile?
Le amministrazioni, le strutture statuali, i governi locali, ci sarà una protezione operativa contro i grandi monopoli e le strutture finanziarie globali?
Tema che è inutile notare quanto sia centrale, oggi, E Cossiga ne parlava, da tecnico, nel 1991.
Poi, c’è l’analisi della strutturale “carenza decisionale”, che immergerà i governi post-moderni e attuali nel nulla delle volontà delle multinazionali o degli sciami rapidamente eterodiretti dai media globali, con la fine della credibilità dello Stato.
Per le Riforme, sarebbe, oggi, perfino tutto più semplice. Modifica del rapporto tra Parlamento e Governo, con meccanismi più rapidi di certificazione delle leggi, poi una perfetta, oggi ineguagliabile, rete di controllo tra costi e benefici delle leggi, che si può fare rapidamente, una nuova struttura del rapporto tra Governo e sistema della Difesa e Sicurezza, insomma, tutti i punti che ci portano nel fondo del barile geopolitico attuale potrebbero essere risolti, anche oggi, in limine mortis.
Basterebbe quella élite di sapienti e esperti che dovrebbe, lo dico francamente, sostituirsi a questi ragazzini al potere, per evitare rapidamente il peggio, che verrà prima di quanto ve ne possiate accorgere.

Giancarlo Elia Valori