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Relazioni Usa-Iran 1953-2021

Perché gli Usa e l’Iran continuano a combattersi? La disputa tra Usa e Iran è iniziata 68 anni fa. Dopo di che, di volta in volta, si aggiungevano nuovi sviluppi.
Nel 1953 l’agenzia di intelligence statunitense CIA, insieme al MI-6 britannico, organizzò un colpo di stato in quel Paese. Entrambi servizi rovesciarono il primo ministro eletto, Mohammad Mossadeq, a proprio vantaggio, e riportarono sul trono del Pavone, lo scià Reza Pahlavi dell’Iran. Dopo questo, i petrolieri degli Usa (le Sette Sorelle) e della Gran Bretagna approfittarono a man bassa del commercio di greggio iraniano per molto tempo. Al contrario Mohammed Mossadeq voleva nazionalizzare le compagnie petrolifere ed è questo il motivo per cui fu abbattuto. Per la prima volta nella loro storia, gli Usa rovesciavano un governo eletto in un momento in cui non vi erano guerre in corso.
Però ci fu un inserimento italiano che ruppe le uova nel paniere di Washington e Londra. Enrico Mattei propose all’Iran che chi producesse petrolio non solo doveva intascare miserabili diritti di estrazione da parte di compagnie X e Y, senza però poter intervenire, bensì doveva essere in grado di partecipare a organizzazione, responsabilità e produzione oltre alla supervisione.
In parole povere l’Iran e l’Italia avrebbero costituito una società al 50%, la quale avrebbe riconosciuto il 50% delle royalties allo Stato iraniano ed il restante 50% diviso equamente tra l’Eni e l’ente nazionale petrolifero iraniano (National Iraniana Oil Company, Nioc).
Di fatto, essendo la Nioc un’azienda di Stato, lo Stato iraniano beneficiava del 75% dell’accordo (venti cinque punti percentuali in più rispetto alla regola angloamericana del fifty-fifty) e, cosa non meno importante, della partecipazione tecnologica diretta nelle attività di ricerca e di estrazione degli idrocarburi.
L’accordo fu siglato il 14 marzo 1957 tra Eni e Nioc. L’8 settembre 1957 le due società fecero nascere la Sirip (Società Irano-Italienne des Pétroles). Le attività di ricerca del petrolio furono a carico dell’Eni-Agip con il patto di rimborso delle spese in caso di scoperta di riserve e di giacimenti petroliferi sul suolo iraniano.
Il rapporto “alla pari” acquisì grande simpatia e sostegno da parte degli allora da poco indipendenti Paesi vicino e mediorientali, liberatisi dal dominio franco-britannico (ricordo che siamo all’indomani della seconda guerra arabo-israeliana).
Per questi soggetti di diritto internazionale, la mancanza di una seria e violenta politica colonialista italiana e l’uscita da sconfitta dalla II Guerra Mondiale erano garanzie di massima solidità.
Il lavoro di Enrico Mattei dette fastidio alle sette Sorelle, le quali intravvedevano il pericolo di una destabilizzazione dell’approvvigionamento petrolifero dal Medio Oriente e, soprattutto, il rischio di indebolimento della propria posizione di cartello. Il lavoro di Enrico Mattei e dell’Eni iniziò a diventare una minaccia per l’ordine mondiale uscito vincitore dalla seconda guerra mondiale e quasi totalmente in mano agli interessi americani.
Dallo stesso governo di Washington furono avanzate molte pressioni a Roma per evitare l’accordo Eni-Iran. L’accordo fu soltanto una delle sfide lanciate da Mattei alle Sette Sorelle. Altri importanti mosse di Enrico Mattei furono compiute cercando accordi diretti con Egitto, Algeria, Libia monarchica e Unione Sovietica. Mattei morì il 27 ottobre 1962 in un incidente aereo.
La rivoluzione iraniana del 1978-79 si può dire sia stata la risposta al colpo di stato degli Usa in Iran di ventisei anni prima.
Il 1° febbraio 1979 l’Ayatollah Ruhollah Khomeini tornò in Iran e prese il potere. Prima della rivoluzione islamica in Iran nel 1979, Khomeini visse in esilio in Turchia, Iraq e Francia. Khomeini, durante il governo dello scià, prendeva di mira il governo iraniano per l’occidentalizzazione forzata e la crescente dipendenza dagli Usa. A peggiorare le cose, lo scià Reza Pahlavi – battitore “libero” degli Usa in Medio Oriente – invitò la Casa Bianca a istituire una polizia segreta, la famigerata Savak, per proteggere la sua burocrazia corrotta.
Dopo la salita al potere di Khomeini, ci fu la crisi dell’ambasciata statunitense in Iran. Sempre nel 1979, un gruppo di studenti iraniani a Teheran tenne in ostaggio 52 cittadini statunitensi per più di un anno (4 novembre 1979-20 gennaio 1981), e si ebbe la rottura delle relazioni diplomatica su iniziativa di Washington e il fallimento del tentativo di liberazione degli ostaggi, allestito dall’amministrazione Carter (Operazione Eagle Claw, 24 aprile 1980; otto statutitensi morti, quattro feriti e la perdita di sei elicotteri ed un aereo da trasporto).
Nel frattempo, Saddam Hussein superò i confini dell’Iran il 22 settembre 1980 tentando d’invaderlo: ciò comportò una guerra fra i due Paesi che provocò oltre un milione di morti.
Gli Usa erano con Saddam Hussein e pure la Gran Bretagna e l’Unione Sovietica: guarda caso i tre Paesi che l’avevano occupato nel 1941. A far prima si enumerano gli Stati che sostennero l’Iran: Repubblica Popolare Democratica di Corea (nord), Libia, Siria, volontari afghani e pakistani e l’Albania socialista, quest’ultima da un punto di vista propagandistico e diplomatico.
Nel 1982, l’Iran iniziò a reagire, riguadagnando il terreno perduto ed iniziando ad avanzare verso la città irachena di Bassora. A causa del timore che l’Iran potesse sconfiggere l’Iraq e quindi influenzare altri Paesi dell’Association of South-East Asian Nations (Filippine, Indonesia, Malaysia, Singapore, Thailandia) in cui la presenza musulmanna era forte, gli Usa presero a sostenere maggiormente il regime di Saddam e disposero che l’Iraq importasse armi anche non statunitensi. Allo stesso tempo, gli Usa confiscarono armi che il governo di Teheran aveva già pagato al tempo dello scià, e ciò comportò ulteriore risentimento in Iran.
Gli Stati Uniti, che hanno fatto tanti errori nella loro storia, avevano abbandonato lo scià, ma continuavano ad agire contro il nuovo governo iraniano. I documenti declassificati mostrano che ancor prima della Rivoluzione, la diplomazia statunitense aveva contatti con il gruppo khomeinista, compreso lo stesso ayatollah. Ma per non “non abbandonare gli amici”, nel novembre 1979, allo scià fu permesso di essere accolto negli Usa per cure.
La questione irritò completamente i già sospettosi rivoluzionari iraniani, i quali temevano che l’intelligence d’Oltratlantico stesse tramando per farlo tornare come già fece nel 1953 al tempo di Mohammad Mossadeq. A quel punto la reazione fu la predetta crisi dell’Ambasciata.
Un capo studentesco affermò: «Abbiamo occupato questa ambasciata, covo di spionaggio, per protesta […] Abbiamo annunciato che stiamo protestando contro l’asilo degli Usa allo scià, le cui mani sono macchiate del sangue di innumerevoli donne e uomini iraniani».
Nel 1983, a Beirut, in Libano, si verificarono due attacchi all’ambasciata degli Usa e alla caserma del Corpo dei Marines, provocando 362 morti, mentre un altro attacco avvenne in un’altra caserma francese in cui furono uccisi 58 soldati.
Un’organizzazione sciita dichiarò la propria responsabilità, e fonti d’intelligence affermarono che essa era fedele all’Iran. Cinque anni dopo (3 luglio 1988), quando gli Usa stazionarono la propria marina da guerra nel Golfo Persico, l’incrociatore statunitense Vincennes lanciò un missile per abbattere l’aereo passeggeri iraniano Iran Air 655 che sorvolava lo Stretto di Hormuz (acque territoriali dell’Iran), uccidendo tutte le 290 persone a bordo. Gli Usa hanno affermarono in seguito che la nave considerò erroneamente l’aereo di linea come un caccia in arrivo, ma non si scusò mai. L’Iran accusò gli Usa di aver abbattuto intenzionalmente il velivolo civile.
Gli Usa nel 1984 hanno definito l’Iran come un Paese che alimenta il terrorismo, prima accusandolo di sostenere il libanese Hezbollah e altri gruppi armati, e successivamente Hamas in Palestina.
L’Iran ha sempre negato qualsiasi coinvolgimento e ha accusato i Paesi occidentali (inclusi gli Usa) di dare assistenza a organizzazioni terroristiche antiraniane, compreso Saddam Hussein.
Il presidente Usa Reagan (1981-1989), definì l’Iran un “Paese canaglia”. Il presidente George W. Bush (2001-09) ebbe un profilo più alto, e incluse l’Iran come parte dell’“asse del male”, sostenendo che l’Iran non solo sosteneva il terrorismo, ma cercava anche di ottenere armi di distruzione di massa.
Con l’escalation dei contrasti sulle attività nucleari iraniane e l’imposizione di numerose sanzioni al Paese, il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad apostrofò coloro che accusavano l’Iran, compreso il presidente Bush di “ritardati mentali”.
È stato solo il 14 luglio 2015 quando è stato raggiunto l’Accordo sul nucleare iraniano (Joint Comprehensive Plan of Action) fra Iran e i cinque Paesi del Consiglio di Sicurezza dell’ONU più la Germania che la tensione tra i due Paesi ha iniziato ad allentarsi brevemente.
Però adesso, il rapporto tra i due è peggiorato più che mai. Il più recente sondaggio sull’opinione pubblica ha mostrato fino a che punto le relazioni USA-Iran hanno continuato a deteriorarsi tra le opinioni pubbliche dei due Paesi.
Un sondaggio condotto dal canale BBC World News nel 2013 (due anni prima del Jcpa) ha rilevato che l’87% degli statunitensi ha un concetto prevalentemente negativo dell’Iran.
Un sondaggio del 2018 portato avanti da una società di analisi canadese ha rilevato che l’81% degli iraniani ha pareri molto o alquanto negativi sugli Usa.
V’è pure da considerare che agli inizi dello scorso novembre il presidente Donald Trump ha chiesto se vi erano possibilità di attaccare il principale sito nucleare iraniano (Natanz). Pur se alla fine ha deciso di non dare il via all’azione, è chiaro che il miglioramento delle relazioni bilaterali è un passo che non si può compiere facilmente da una presidenza ad un’altra.

Giancarlo Elia Valori