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Rafforzare la cooperazione e accelerare l’innovazione per promuovere lo sviluppo della Blue Economy di alta gamma

L’industria “blu”, soprattutto di alta gamma, è uno dei grandi assi di sviluppo dell’economia prossima e futura.
E la Cina, da sempre in equilibrio tra potere marittimo e equilibri terrestri nell’asse dello Hearthland, è il punto giusto per pensare, per la prima volta proprio oggi, a una completa geopolitica delle acque e, inoltre, a un vero e proprio progetto industriale globale.
Dal mare vengono, e sempre più arriveranno, prodotti che saranno gli assi della nuova rivoluzione tecnologica futura: energia, trasporti veloci, metalli rari ma anche quelli più diffusi, acqua desalinizzata e elaborata, DNA da studio e da applicazioni mediche, ovviamente il petrolio, infine varie forme di cibo, tradizionali o meno.
Se, da oggi in poi, creeremo un mercato globale della Blue Economy, avremo uno sviluppo mondiale sicuro e pacifico, ma altrimenti, se ripeteremo le vecchie lotte terrestri sul nuovo mare, magari con la stessa logica violenta e acquisitiva, avremo nuove guerre tali che l’esperienza dello scontro terrestre non ce le fa, oggi, nemmeno immaginare.
La Terra è finita, ora dobbiamo lavorare sul mare, ma dobbiamo farlo tutti insieme e in modo pacifico e con azioni win-win.
Si calcola che l’industria marina più ecologicamente attenta sia, oggi, di un valore di 1,5 trilioni di Usd, e dovrebbe arrivare a valere almeno il doppio entro il 2030.
In tutti questi settori dell’economia blu, oggi domina la Cina. La pesca in acque estere della Cina è il 44% di tutto il prodotto mondiale, così come lo è la pesca oceanica, al 52% globale, poi per l’energia eolica marina cinese, che è il 20% al mondo, ma anche, purtroppo, il 56% di tutti i fiumi del globo inquinati dalle plastiche sono cinesi, ma anche il 50% di tutti i porti più attivi è, nel mondo, cinese.
La metà della pesca industriale di tutto il mondo è cinese, quindi, la Cina è già oggi il maggiore farmer mondiale nei mari. Per la ricerca mineraria nei fondali, la Cina ha già organizzato lo sfruttamento della sua maggiore area marina, mettendo in azione un’area del mare profondo che è grande quattro volte la Svizzera.
O si fanno buoni affari con la Cina, in questi settori, o val bene rimanere a casa.
Quindi, occorre pensare a una “Via della Seta” del Mare, e non solo per arrivare verso il Mediterraneo.
Una Silk Road per cambiare rapidamente tutto il paradigma dell’economia mondiale.
Quindi, occorrerà anche ridurre, nel contempo, le emissioni inquinanti e magari iniziare la costruzione di numerosi parchi oceanici, per far recuperare al mare i prodotti che vengono estratti.
Ciclo fisso della natura, stabilità dei cicli economici.
Tra imprese nei vari settori che ho già elencato della Blue Economy cinese, saranno particolarmente utili le collaborazioni con aziende selezionate, come le Vostre, sia per la produzione vera e propria di materiali marini che per la protezione ambientale, una faccia, è bene ricordarlo, della stessa medaglia della Blue Economy. La Cina non pensa sia separabile la protezione ambientale dalla estrazione dei prodotti marini.
In Europa, il sistema della Blue Economy è ancora in fase di sviluppo, quindi i numeri sono ancora piuttosto piccoli: nel 2017, il turnover dell’intero settore era di 658 miliardi di Euro, con un profitto lordo di 74,3 miliardi di Euro e impiegando 4 milioni di persone, in tutta l’Europa a 28.
Nel quadro europeo, la Blue Economy prevede i soliti settori di quella cinese, ma con una attenzione particolare alla difesa sottomarina, che in Cina ha un computo a parte, oltre a mettere in una sola categoria tutte le biotecnologie marine e la UE prevede inoltre, come massimo settore di sviluppo futuro, le energie rinnovabili dal mare.
Poi, c’è la demografia tradizionale europea: il 45% (214 milioni) della popolazione UE vive sulle coste, con le coste del Nord che hanno sempre un PIL superiore agli abitanti costieri del Sud.
Le attività di successo europeo nella Blue Economy sono ancora quelle tradizionali: turismo, servizi termali e sanitari, qualche biotecnologia standard.
Poi, naturalmente, le costruzioni e le riparazioni marittime, ma in aree ben precise delle coste europee. Attività che ormai tendono ad essere fuori mercato.
Una Blue Economy UE legata allora a tecnologie labour-intensive, con dislivelli naturali, non superabili, di utilizzazione massima delle varie aree.
Mai come con l’Economia Blu contano le grandi distese, le aree sconfinate, tutte quelle dimensioni che, come diceva Hegel, mancano da sempre alla dimensione fisico-geografica della penisola eurasiatica.
Gli Ebrei chiamavano il Mediterraneo “il Grande Mare”, ma il termine non descrive le sue dimensioni fisiche, ma solo quelle storiche e culturali.
Il turismo costiero in UE, vale, poi, il 54% di tutti i posti di lavoro “Blu” ed è ancora in crescita, mentre diminuiscono i settori dell’economia marina che riguardano i trasporti, con il resto dei settori marittimi in lentissima crescita o stabili.
Il problema è che la Blue Economy è un progetto globale di trasformazione dei sistemi produttivi e di vita, non è solo una questione di alberghi sul mare o di pesca d’altura.
Sempre per la UE, che non è un concorrente Blu della Cina ma un’area di possibile integrazione delle funzioni, le risorse vive del mare rappresentano ancora solo il 14% di tutti i lavori Blu nella UE. Poco.
L’estrazione di metalli dal fondo marino è poco o nulla, in UE: il 4% dei posti di lavoro dell’intero settore Blu.
Petrolio e gas compresi, sia chiaro. E tutti e due i settori sono in calo, per profitti e investimenti.
600 piattaforme offshore attive, in UE.
I cantieri sono l’8% dei posti di lavoro settoriali, mentre è bassissimo il prodotto marittimo dalla lavorazione delle alghe, dove la Cina è già il 46% del mercato mondiale, con soli 6 progetti EU oggi attivi per le biomasse acquatiche.
Per la desalinizzazione, gli impianti maggiori UE sono solo 11, in gran parte detenuti da grandi imprese multisettore.
Da non dimenticare mai, poi, il controllo costiero dei cambiamenti climatici, poi, che può diventare una grande industria globale.
Ma, fin dai tempi del rapporto del Club di Roma che invento, nel 2009, il concetto stesso di Blue Economy, Pauli, l’autore, ha sempre sottolineato che l’Economia Blu è parte della Green Economy, che è sempre una prassi sostenibile; e che si basa su nuove tecnologie.
E qui ritorniamo subito in Cina.
Pechino ha sempre riposto un grande interesse, nell’economia Blu, alle innovazioni tecnologiche, con la costruzione di aree marine di innovazione economica, si pensi alla Blue Economy Zone della Penisola di Shandong, nata nel 2011, dove poi, quattro anni dopo, è iniziato un sistema economico integrato marino, che poi diverrà, nel 2020, un grande meccanismo di economia Blu ecologica e ad alto tasso di tecnologia innovativa.
Nel 2012, è stata la volta della Quingdao Blue Silicon Valley, una città per le nuove tecnologie scientifiche marittime.
Poi, la Cina ha costituito altre aree industriali per la protezione della biodiversità e per le nuove tecnologie marine, soprattutto nel Delta del Fiume Yangze.
Dal 13° Piano Quinquennale cinese, la Blue Economy è una parte sempre crescente del PIL di Pechino.
Ecco quindi, dal Drago dei Mari Profondi, un sistema per la produzione piattaforme sperimentali di profondità o di superficie.
Poi, le esplorazioni del Drago Bianco, nell’Artico, ma con una futura base di ricerca nell’Antartide, poi vi è anche la Rete Multidimensionale Globale per l’Osservazione Oceanica, il network di stazioni che potrà essere collegato all’insieme delle postazioni di osservazione scientifica, climatologica, tecnologica ed energetica che già operano in altre parti dei 2/3 del Pianeta, quelli coperti d’acqua.
E non dimentichiamo nemmeno la raccolta-elaborazione dei minerali dal fondo marino.
Qui i regolamenti internazionali sono già molto particolareggiati, ma è attualmente molto difficile prevedere gli effetti aggregati, che si sostengono insieme e in percentuali imprevedibili.
Non dobbiamo nemmeno dimenticare il Great Lakes Observing System (GLOS) che è una delle 11 associazioni al mondo che osservano scientificamente lo IOOS, Integrated Ocean Observing System.
Che riguarda, inizialmente, la regione dei Grandi Laghi tra Usa e Canada, ma che è molto studiato anche in Cina.
E la rete dei sensori marini cinesi sarà certamente collegata alle grandi aree di verifica e studio globali.
Il problema sarà sempre di più, allora, quello di controllare insieme le acque interne e quelle esterne.
Per quel che riguarda la prassi politica cinese, è stata determinante la grande riforma del Consiglio di Stato del 2018, che ha posto al centro della programmazione di Pechino proprio lo sviluppo sostenibile.
Esiste, da allora, un Ministro delle Risorse Naturali che è responsabile per tutte le aree naturalistiche terrestri e marine, per l’utilizzazione economica del territorio, per la protezione e la riabilitazione delle zone più a rischio o già inquinate.
Se in quasi tutti i Paesi occidentali queste prerogative sono separate in diversi ministeri e amministrazioni, in Cina la catena di comando, già efficiente, è unita in un solo ente politico e in solo ministro. Il massimo dell’efficienza di una catena di comando.
La Cina attraversa oggi, inoltre, un momento particolare: dallo sviluppo veloce e tradizionale a uno, ancora più veloce, ma di alta qualità ambientale e sociale, ecologica e tecnologica.
Una nuova “via di sviluppo”, che non imita le tradizioni occidentali, ma inserisce la scienza e la tecnica in un nuovo sistema politico, verticale e veloce.
Nella tradizione filosofica taoista, alla quale Mao Zedong sostanzialmente apparteneva, la qualità e la quantità sono analizzabili, e non sempre sono separate nella realtà, ma solo attraverso molteplici analogie.
Che non si fermano mai e non sono separabili logicamente tra di loro.
Ecco la base dell’azione politica ed economica, anche oggi, del Partito e dello Stato cinesi.
Non banale imitazione del capitalismo, ma nuova e libera efficienza di una rete tecnico-scientifica che viene diretta con criteri di mercato, di mutuo interesse, del tutto aperti ai controlli.
Quindi, sviluppo basato sulla tecnologia ma, soprattutto, sulla protezione dell’ambiente e quindi della vita, che è umana e animale, oltre che degli elementi, e tutto allo stesso tempo.
Di nuovo, la tradizione taoista.
La protezione dall’inquinamento è, ovviamente centrale, nel progetto Blue Economy cinese: si pensi qui al progetto per la ecologizzazione di Bohai, nato nel novembre 2018, un piano che dura tre anni e che porterà alla ripulitura stabile del 73% di tutte le coste del Mare di Bohai.
Rapidità, efficienza, nessuna differenza operativa tra attività di recupero ecologico e azioni di messa a reddito del mare.
In sostanza, il Sistema Blu della Cina è diviso in due settori, sempre però collegati tra di loro: elaborazione di prodotti scientifici e tecnologici innovativi legati all’economia del Mare, poi, durante e dopo, la protezione integrata dell’ambiente.
Sempre per paragonare la Cina alle politiche europee di Blue Economy, ricordiamoci che i mari UE ospitano circa 48.000 specie diverse, mentre i mari cinesi coprono una superficie di circa 6 milioni di chilometri quadrati, che vanno dal clima tropicale a quello temperato e oltre, verso il Grande Freddo.
Sono ben 32.000 i chilometri di coste cinesi, con 22.629 specie, ma appartenenti a ben 46 phyla.
Dati incomparabili con quelli del Mediterraneo, ma di certo capaci di permettere, fin dall’inizio, forti economie di scala.
Si consumano poi 24 chili di pesce per anno a testa in UE, ma ben 41 chili in Cina, sempre per persona.
Quindi occorrerà ripetere, qui, che la Cina è già ai massimi livelli, sia per volumi che per tecnologie, nella pesca oceanica, fuori e dentro le sue acque territoriali. E le tecnologie possono essere utili a tutti, insieme ai ritorni economici.
A livello mondiale, le azioni denominate Our Ocean, iniziate dal segretario di Stato Kerry nel 2014, hanno prodotto, in Occidente, solo 36 azioni marine per 550 milioni di euro, e altri impegni, ma non ancora finanziati, derivanti dalla Conferenza di Bali del 2018.
Poi solo 64 milioni di Euro per il Mediterraneo, con 37,5 milioni per le coste sudafricane e dell’Oceano Indiano.
Tutto bene, certamente, ma occorre ricordare che gli investimenti cinesi, già ora, sono tutta un’altra cosa, e non solo per la grandissima dimensione della loro Blue Area.
Il Pil oceanico cinese è cresciuto, nell’anno passato, del 6,7%, arrivando a essere il 9,3% del Pil totale di Pechino. 17,2 miliardi di yuan investiti, nel 2018, per la produzione di energia rinnovabile offshore.
Ottimi dati, ma è solo l’inizio.
Poi, abbiamo un 5,5% in più per il trasporto marittimo cinese, mentre diminuisce un poco il rendimento medio della pesca tradizionale. Il turismo marittimo è già cresciuto, in Cina, dell’8,3%.
Un dato ottimo, incomparabile anche con quello UE, dove pure il turismo è una delle voci a maggiore crescita nella Blue Economy euro-mediterranea.
Se la Blue Economy in UE poi, senza particolari utilizzazioni di tecnologia evoluta, è ancora in gran parte una possibilità, in Cina è già una affermatissima realtà.
Come direbbe il filosofo e sinologo Jullien, possibilità e realtà sono la stessa immagine, ma vista in due modi diversi, ma non necessariamente in due momenti diversi.
Il turismo è oggi il 61% dei lavori nella Blue Economy in UE. Come si vede, è un business antico e a basso rendimento medio.
L’acquacoltura è ancora una piccola cosa, in UE, rispetto alle immense dimensioni e tecnologie cinesi, anche in proporzione alla popolazione, ma tutti i programmi di sfruttamento oceanico sostenibile, in Europa, sono posti nell’indeterminato futuro, e a rischio finanziamento.
Le energie rinnovabili marine arriveranno al 10% dei consumi europei nel 2050, numeri già oggi incomparabili con quelli cinesi.
Per la Cina con la Blue Economy siamo, lo ripeto, già in un altro pianeta, a parte l’efficienza burocratica e amministrativa: gli scienziati cinesi pensano già a una Blue Economy divisa in tre grandi settori: la risoluzione della scarsità idrica, la ricerca delle acque profonde e, alla ripulitura delle acque di superficie.
Poi, all’innovazione tecnologica, di cui poco si vede in UE. Pechino ha già elaborato 100 progetti, per 10 anni, con 100 milioni di nuovi posti di lavoro. E sono già tutti iniziati.
Infine, avremo in Cina una economia marina integrata tra ricerca e sfruttamento equilibrato delle risorse.
I settori di sviluppo che piacciono oggi alla Cina sono, in particolare, l’acquacoltura di profondità con l’uso di gabbie, la comunicazione satellitare oceanica, che è ottimale, la biomedicina marina, la desalinizzazione, ma con tecnologie evolute, la ricerca di minerali dal fondo del mare, la esplorazione del petrolio offshore, la ricerca sui materiali antisettici e medici marini, la produzione di energie rinnovabili sul mare.
E’ in questi settori che si svilupperà il massimo sforzo decennale della Cina.
Il management del mare cinese si basa su un concetto semplice, in Cina: la capacità di assorbimento ecologico dei mari.
La protezione si basa, poi, sul criterio dello sviluppo sostenibile, non sull’economia circolare a zero tasso di rendimento. E tutto è pensato per ridurre lo scarto ecologico.
Lo sviluppo sostenibile tra terra e mare, altro tema specifico dei cinesi, sarà poi lo sviluppo, non solo la conservazione, delle coste.
Concetto primario per fare tutte queste cose insieme: l’Armonia, criterio confuciano che mette in relazione l’Uomo e il suo Ambiente.
Quindi, sviluppo coordinato tra economia e società.
E’, questo, lo stesso criterio profondo della “Via della Seta”: armoniosa, globale, strategica, che funziona solo con le regole del mercato e si collega alla logica del win-win, dei benefici per tutti.
Tutte le imprese legate alla Blue Economy, in Cina, sono oggi cresciute dal 14% al 4%, verificando gli ultimi dati disponibili.
Per ora, le regioni direttamente interessate sono lo Zhejang, che si occupa di applicare la “Strategia Marittima del Mare dell’Est” e si concentra sui porti e le economie isolane.
Poi abbiamo il Guangdong, che accoglie le imprese del management integrato dell’economia marittima, il Fujian, dove si attiva la cooperazione attraverso gli stretti, poi ancora lo Shandong, che sviluppa la “zona di Economia Blu della Penisola”, per creare un passaggio primario verso l’asia del Nord Est, infine il Tianjin, dove si mette in pratica la tecnologia marittima di alto livello.
In Cina i lavoratori della Blue Economy sono già 14,46 milioni, già nell’anno 2001, ma con un incremento di un milione ogni anno.
La cooperazione con le imprese occidentali è già aperta sia sul piano finanziario, per mettere in comune delle tecnologie d’avanguardia, che per lo sviluppo partecipato delle aree e delle imprese.
Il programma cinese Smart Ocean prevede, poi, una rete di sensori sulle coste, sul mare e in volo e spaziali.
Il tutto per costruire un sistema di monitoraggio completo, in tempo reale, di tutto il mare e il fiume della Cina, una rete che si dovrebbe connettere ai sistemi equivalenti nelle altre parti del globo.
Una strategia della tartaruga che, secondo la tradizione cinese, simboleggia il Nord e le Acque, ma è anche invulnerabile, dato il suo potente guscio.

Giancarlo Elia Valori