it
it

Origini dei sensi geopolitici di libertà e difesa nella Repubblica Popolare Democratica della Corea

Prima di leggere assurdità e discettare col barista della minaccia cui il mondo soggiace a causa dell’atomo nordcoreano, è bene porre in chiaro alcune questioni di capitale importanza.
La Penisola coreana è sempre stata il principale campo di battaglia per la competizione geopolitica nel nord-est asiatico. Nella storia della Penisola, i governi che hanno sostanzialmente coperto parte o tutta la Penisola, sin dai tempi antichi hanno formulato il senso della propria libertà.
Essa non è quella liberal-borghese, ossia la possibilità dell’imprenditore di assumere o licenziare a sua volontà, e compensare il suo oggetto col diritto di voto verso partiti avulsi dalla società civile ed estranei alla quotidianità dell’esistenza – bensì la libertà è l’assenza dal suolo patrio dello straniero che aggredisca, invada e occupi il proprio Paese. Per cui la scelta della Repubblica Popolare Democratica della Corea (nord) di mantenere una forza atomica difensiva fa parte di quello schema che tiene lontani con la deterrenza i potenziali aggressori, i quali – come ormai è evidente nonché fallimentare – si appellano a valori politici, ideologici, religiosi ed economici che non hanno nulla da spartire con quei popoli che si cerca di dominare con la violenza di armi e forza.
La Penisola coreana ha svolto spesso un ruolo importante nell’evoluzione dell’ordine politico internazionale nel nord-est asiatico e persino nell’intera Asia orientale. Nel corso dello sviluppo storico, mentre il suddetto Paese si è continuamente consolidato come potenza indipendente, ha anche affrontato diversi grandi shock e sfide dall’esterno della Penisola direttamente legate alla propria sopravvivenza.
In questo processo, le élite politiche della Penisola in diversi periodi hanno adottato molteplici strategie o combinazioni di strategie tra cui equilibrio, moderazione e resistenza, pur cercando di mantenere l’esistenza del Paese come idea e cultura, nonostante l’occupazione nipponica dell’Impero Coreano dal 1910 al 1945.
Dopo essere entrati nel sec. XXI, con lo sviluppo profondo della situazione nella Penisola in termini di complessità e collegamento internazionale, è senza dubbio importante analizzare correttamente l’attuale politica estera coreana, guardando al modo di pensare e alla tradizione spirituale che ha dominato la Corea, e analizzando e cogliendone l’influenza e gli effetti attuali.
È di grande importanza andare avanti e quindi prevedere efficacemente l’evoluzione del modello strategico del nord-est asiatico.
La Penisola coreana situata all’incrocio con il continente asiatico orientale e la posizione strategica del Pacifico occidentale, fa da contraltare all’Europa che – se la vediamo su un mappamondo – è una semplice zona cuscinetto tra l’Atlantico e la Russia, per cui da lungo tempo la Penisola sta parimenti fungendo da zona cuscinetto tra l’Asia continentale e l’Asia oceanica.
L’importante uomo politico e dittatore militare della Repubblica di Corea (sud), Park Chung-hee (1917-79) ha sottolineato:
«Ogni volta che sorgeva una potente dinastia in Cina, il suo potere si estendeva alla Penisola coreana. Per la dinastia mancese dei Qing, invadere la Penisola sino a sud era naturale, ma lo scopo principale non restava quello di governare una piccola Corea, ma di invadere la Cina continentale, per cui la parte settentrionale della Penisola ne sopporta sempre il peso maggiore. Per lo stesso motivo, lo scopo principale dei russi che cercavano di governare la RPD della Corea era di usarla come un ponte per conquistare l’intero nord-est asiatico. Il Giappone invaderà la RPD della Corea ogni volta che avrà la possibilità di espandersi. Tutto questo poiché l’obiettivo finale di chiunque è governare la Manciuria e di conseguenza tutta la Cina continentale».
Badate: queste parole non le ha pronunciare Kim Il Sung (1912-94), ma il suo acerrimo nemico connazionale Park Chung-hee, completamente al servizio degli Usa, ma di vedute indipendenti, solide e chiare.
Sebbene la Penisola coreana sia di grande valore geopolitico, agli occhi di esperti e strateghi era noto ch’essa avesse (e ha) carenze naturali in termini di area, risorse, popolazione e altro potere e potenziale, rendendo difficile ch’essa potesse allora trovare un equilibrio fra le grandi potenze tellurocratiche e talassocratiche da cui è sempre stata circondata.
Al contrario, per lungo tempo essa è stata circondata e minacciata dalle predette potenti forze che si sono manifestate lungo la storia. Anche in alcuni periodi in cui la Penisola era sostanzialmente unificata e il potere nazionale rafforzato (seconda metà del sec. X, inizio dell’XI e inizio del XIV), il potere più forte risultava vincente nelle controversie interne con una copertura governativa totale del territorio, ma una volta che la Corea si trovava coinvolta in conflitti armati con le altre potenze circostanti (mongoli, cinesi, giapponesi), non era sostanzialmente in grado di fronteggiare tali pericoli, oltre a non poter disporre di un alto grado di resistenza.
Di fronte a questo ambiente circostante ostile, estremamente difficile e pericoloso e alle sue disastrose conseguenze per la sopravvivenza e lo sviluppo del popolo della Penisola, le successive élite politiche e culturali coreane hanno affermato: «La storia della nostra nazione è sempre stata una storia di sofferenza. La storia dell’impoverimento domestico e delle difficoltà estere: una storia di invasioni straniere».
Nel contesto della politica internazionale, una delle tradizioni più importanti nella strategia estera della Penisola sono le «grandi questioni» per cercare la propria sicurezza e sopravvivenza. Questa strategia riconosceva che esistesse un divario irreparabile tra il potere dei governi della Penisola e quello dei potenti vicini, per cui si sosteneva un atteggiamento generale di cooperazione con i Paesi più forti della regione per dichiararsi tributari attraverso l’invio coordinato di truppe e altri metodi che generalmente soddisfacessero le esigenze politiche, finanziarie e persino militari dei Paesi potenti, ottenendo in cambio la tolleranza per poter almeno mantenere un certo grado di autonomia.
Si ritiene generalmente che le «grandi questioni» – quale asse fondamentale delle strategie estere dei vari governi nella storia della Penisola – siano iniziate nel sec. XIV.
La premessa logica della strategia delle «grandi questioni» è riconoscere il divario di potere geopolitico estremamente ampio e irreparabile tra gli attori della zona.
Oltre alle realistiche considerazioni di politica internazionale, questa strategia di sottomissione in cambio di autonomia e sopravvivenza portava ancora molti altri vantaggi significativi, come l’economia (commercio tributario redditizio), la politica (sperando di essere riconosciuta dalle maggiori potenze per la sua legittimità e quindi sopprimere le forze di opposizione interna), la sicurezza (per evitare di diventare bersaglio di attacchi da parte delle grandi potenze, e anche sperare di ricevere assistenza militare da altre potenze in caso di controversie con i Paesi vicini o addirittura invasioni militari).
Però in generale, la strategia delle «grandi questioni» era una posizione di resa verso le potenze vicine per evitare la loro ingerenza diretta e invasione, e mantenere la propria sopravvivenza quali obiettivi fondamentali. Però, in tal caso, la RPD della Corea ha compiuto il grande balzo in avanti di rendersi indipendente dal punto di vista difensivo, mentre la Corea del Sud è una specie di Gran Bretagna, ossia protesa verso interessi extra-continentali.
Gli studiosi coreani hanno riconosciuto che tra le considerazioni di base nella pianificazione e attuazione della strategia delle «grandi questioni», ovviamente, la sicurezza nazionale occupava una posizione più importante, ossia «garantire la sicurezza nazionale e lo spazio autonomo attraverso alleanze politiche con i Paesi egemoni regionali».
Va sottolineato che, rispetto ad altri tipi analoghi, la strategia delle «grandi questioni» manteneva caratteristiche uniche, la più importante delle quali era l’enfasi sui fattori ideologici comuni. Da un punto di vista storico, se il governo della Penisola ha un senso ideologico di vicinanza e appartenenza alle potenze circostanti (come la politica della dinastia coreana Joseon [1392-1897]: identificazione globale dell’élite intellettuale con la cultura cinese), l’intenzione dei governi della Penisola oggi – di perseguire questa strategia verso l’alleato rispettivo più solido – sarà ancora maggiore nei recenti anni.
E lo scopo della partecipazione attiva della RPD della Corea all’ordine cinese «non si basa più solo sul realismo della politica internazionale, ma si approfondisce per cercare l’omogeneità con la Cina, e persino per stabilire una ‘piccola Cina’ seconda solo alla Grande Cina delle pianure centrali».

Giancarlo Elia Valori