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Niente panico, siamo cinesi. La risposta di Pechino alla pandemia

In Europa, negli Stati Uniti, in Sudamerica la temuta seconda ondata di epidemia da Covid 19 sta dilagando e genera non solo panico a livello di opinione pubblica e di istituzioni, ma comincia a mettere sotto stress i sistemi sanitari e le economie che, stentatamente, stavano iniziando a riprendere fiato dopo l’urto della prima ondata epidemica che, tra l’inverno e la primavera di quest’anno, ha fatto crollare a livello globale i ritmi di produzione industriale e manifatturiera e i tassi di produttività nei settori del commercio, del turismo e della ristorazione, con numeri che fanno intravedere un futuro decisamente oscuro.
Nel nostro Paese, di fronte all’aumento dei contagi che, comunque, è bene sottolineare, non significa aumento dei malati, il Governo ha deciso di delegare ai governatori delle Regioni l’attivazione di procedure di limitazione delle libertà individuali e collettive nel nome di uno “stato di emergenza” che dura ormai dal marzo scorso e sembra destinato ad accompagnarci anche nei prossimi mesi. Per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale si è riaffacciato nei comunicati ufficiali e nelle cronache giornalistiche un termine sinistro e preoccupante: “coprifuoco”.
Nei prossimi giorni in Campania e Lombardia sarà proibito circolare nelle strade dalle 23 alle 5 del mattino, mentre subiranno limitazioni gli acquisti di alcoolici e gli orari di esercizio di centri commerciali, bar e ristoranti. Per completare uno scenario dai toni sempre più drammatici, il ministro della Salute, Speranza, il 20 ottobre ha esortato gli italiani a “restare a casa il più possibile” con un lockdown volontario che sembra preludere all’adozione di misure che potrebbero riportarci alla scorsa primavera con danni sociali ed economici di portata incalcolabile.
Coprifuoco, lockdown, chiusure mirate o generalizzate sono moneta corrente, in questi giorni, anche in Francia, Gran Bretagna, Irlanda e Spagna, Paesi che, come il nostro hanno subito l’impatto economico devastante della prima ondata e che potrebbero essere messi in ginocchio dalla nuova emergenza pandemica.
A questo punto occorre porsi una domanda: cosa è successo e cosa sta succedendo nel Paese in cui tutto è cominciato? Come vanno le cose in quella Cina che sui nostri media, ossessivamente concentrati sui guai domestici, viene menzionata solo superficialmente o di sfuggita?
La “Cina è vicina” recitava il titolo di un film di Marco Bellocchio del 1967, evocando l’espansione inarrestabile del verbo maoista. L “Cina è lontana” dobbiamo dire oggi, incapsulata negli stereotipi costruiti dalla cultura occidentale, che ci impediscono di analizzarne seriamente l’evoluzione politica, economica e sociale e soprattutto di trarre insegnamento dal modello politico-sanitario che ha consentito ai cinesi di uscire a testa alta dall’emergenza Covid.
Il 22 settembre scorso, in un discorso come sempre fuori dai denti di fronte all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il presidente Trump ha accusato la Cina di essere responsabile “di aver diffuso questa peste in tutto il mondo” e, per sottolineare il concetto, ha soprannominato il coronavirus “virus cinese”. Nella stessa sede, il presidente cinese Xi Jinping ha sobriamente invitato tutti i paesi interessati dall’epidemia a seguire l’esempio del suo Paese e “a seguire le indicazioni della scienza senza tentare di politicizzare il problema”.
Che il modello cinese sia importante e degno di attenzione lo dicono i numeri. In Cina. dove tutto è cominciato nel dicembre 2019, su una popolazione di circa un miliardo e quattrocento milioni di abitanti, l’epidemia di Covid 19 ha causato, fino a oggi, 4739 morti su 90.604 ammalati. Nello stesso periodo negli Stati Uniti, su una popolazione che è circa un quinto di quella cinese, si sono registrati 7.382.194 casi di contagio cui è seguita la morte di 209.382 persone (dati della rivista di medicina inglese, The Lancet, 8 ottobre 2020).
La Gran Bretagna, con una popolazione di venti volte inferiore a quella cinese, ha dovuto affrontare un numero di contagi cinque volte superiore a quello cinese e registrare un numero di morti dieci volte più alto.
Questi i numeri dello scorso 20 ottobre, riferiti a tutta la Cina: 19 casi di malattia, tutti importati dall’estero. 24 infezioni asintomatiche e 403 casi di positività al tampone tenuti sotto osservazione. Tutti, tranne uno, importati dall’estero (!). Numeri, come si vede, globalmente inferiori a quelli che dall’inizio dell’emergenza e ancora oggi si sono potuti registrare in una singola regione italiana!
Di fronte a questi numeri sembra difficile sottrarsi a una semplice, duplice, domanda: come hanno fatto i cinesi a contrastare e controllare l’epidemia? Perché, quindi, non seguiamo il loro esempio facendo tesoro della loro esperienza?
La Cina è stata accusata di aver risposto tardivamente alla prima comparsa del virus nel dicembre del 2019 e di aver tardivamente informato l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) dell’insorgere di una nuova epidemia. Tutte e due le accuse sono completamente false.
Dopo la comparsa del nuovo virus, negli ultimi giorni di dicembre, gli scienziati cinesi hanno i isolato e identificato la sequenza del genoma del Covid 19 il 10 gennaio del 2020 e pochi giorni dopo, dopo aver allertato l’OMS, le autorità hanno dato il via alle contromisure.
I cinesi erano pronti all’emergenza: da quando nel 2002 l’epidemia di Sars, un virus simile al Covid 19, aveva provocato poco più di 700 morti, ma danni molto pesanti all’economia per il blocco dei voli, del turismo e delle esportazioni, il governo aveva dato ordine di predisporre accurati piani di contingenza da far scattare prontamente in caso di nuove epidemie. Questi piani non sono stati predisposti e messi in un cassetto ma aggiornati e sperimentati con attenzione, sono stati attivati immediatamente dopo il primo allarme.
Wuhan, la città epicentro dei primi contagi con i suoi 12 milioni di abitanti è stata immediatamente messa in lockdown totale, mentre nel resto dell’immenso Paese la popolazione veniva invitata (senza coprifuoco o stati di emergenza) a seguire le misure più elementari ed efficaci di prevenzione e autotutela: distanziamento sociale, uso della mascherina, lavaggi frequenti delle mani. Si è detto, in occidente, che la Cina ha reagito così efficacemente perché governata da un regime autoritario. In realtà per i cinesi è contato molto più Confucio di Mao. La filosofia sociale confuciana che neanche 71 anni di governo comunista è riuscita a eclissare, con le sue basi di rispetto dell’ordine gerarchico naturale rende i cinesi un popolo naturalmente bene educato, ordinato e ubbidiente. Basti pensare che fin dall’inizio della nuova emergenza pandemica le proteste di Hong Kong sono diminuite fino a scomparire, mentre in Europa assistiamo a manifestazioni affollate di sfegatati “no Mask”.
Ma è comunque la rapidità della risposta delle autorità politiche e sanitarie di Pechino alla radice del successo innegabile nel contrastare, prima, e nel contenere poi, l’epidemia.
Come detto Wuhan è stata immediatamente isolata e sottoposta a lockdown totale per la durata di 76 giorni, mentre chiusure mirate venivano imposte nella provincia dello Hubei. In tutto il Paese sono stati istituiti, nei principali snodi del trasporto pubblico, 14.000 check point sanitari e in capo a due settimane dallo scoppio “ufficiale” della pandemia nella sola città di Wuhan sono stati sottoposti a test-tampone 9 milioni di abitanti.
Essendo uno dei principali produttori ed esportatori di materiale sanitario, la Cina non si è trovata impreparata sul piano delle forniture ospedaliere e dei presidi individuali di protezione: niente crisi delle mascherine, insomma.
Mentre negli Stati Uniti e in Europa la gente, nonostante il lockdown non sembrava propensa all’uso generalizzato delle mascherine (il presidente Trump l’ha indossata in pubblico solo nello scorso settembre), i cinesi si sono immediatamente adattati con disciplina alle indicazioni delle autorità. Tutte le telecamere di sicurezza delle città sono state “convertite” al controllo sull’uso delle mascherine da parte dei cittadini, mentre droni forniti di altoparlante sono stati messi in volo su tutte le aree dell’immenso Paese per controllare la compliance dei suoi abitanti alle regole. L’agenzia di stato Xinhua ha diffuso il filmato preso da un drone nella Mongolia Interna, nel qual si vede una stupefatta signora mongola apostrofata dal drone che le dice” Ehi zietta non puoi girare senza mascherina. Indossala subito e quando torni a casa ricorda di lavarti le mani”. E’ un episodio di colore ma certamente in Cina non si è assistito allo spettacolo della Movida al quale abbiamo assistito noi italiani a Roma, Napoli o Milano, uno spettacolo dal quale derivano tanti dei nostri guai di questi giorni.
Il 5 febbraio 2020 è stato aperto a Wuhan il primo ospedale Fangcang, struttura prefabbricata dedicata alla cura degli ammalati non gravi, mentre gli ospedali tradizionali sono stati riservati alla cura delle persone seriamente ammalate. L’uso degli ospedali Fancang (ne sono stati costruiti decine) ha consentito di limitare a degenza domiciliare e la presenza in famiglia di persone con sintomi lievi ma comunque fonti di contagio –il contrario di quanto avviene in Italia dove

agli ammalati lievi viene consigliato di restare a casa- e di impedire quindi la rapida diffusione del virus a partire dai nuclei familiari. La rete degli ospedali Fancang ha assicurato la disponibilità di 13.000 posti letto ed è stata smantellata a partire dal 10 maggio 2020 quando la prima ondata epidemica si è esaurita in Cina per non essere poi seguita da una seconda ondata. Per scongiurare quest’ultima eventualità le autorità cinesi hanno allentato i controlli “interni” e reso molto rigide le misure di controllo per chi viene dall’estero: In un periodo nel quale in Spagna e in Italia i controlli per i viaggiatori in ingresso sono praticamente irrisori, in Cina tutti quelli che fanno il loro ingresso nel Paese, a qualsiasi titolo, sono sottoposti a tamponi e soggetti a quarantena strettamente controllata.
In sostanza la Cina ha dapprima contrastato, poi controllato la diffusione dell’epidemia da Covid 19, con misure drastiche ma razionali e soprattutto comprese e accettate da una popolazione educata da Confucio al rispetto delle gerarchie e della disciplina. La Cina oggi può essere un esempio per il resto del mondo e sta lì a testimoniare che con misure rigide ma intelligenti anche le situazioni più pericolose possono essere affrontate con successo.
E’ un esempio che andrebbe studiato e seguito senza l’albagia tipica dell’”uomo bianco”, tenuto conto anche di una circostanza non irrilevante: mentre l’economia del nostro Paese e dei partner europei cresce, si fa per dire, a livelli dello zero virgola (se saremo fortunati) il PIL di Pechino secondo le ultime rilevazioni si attesta al 4,9% in più rispetto allo scorso anno.
C’è da imparare dalla Cina sia in termini di gestione di un’emergenza sanitaria, sia in termini di protezione del sistema economico.

Giancarlo Elia Valori