it
it

L’intelligence turca

Il Servizio Segreto turco, il MIT (Milli Istihbarat Teşkilati) fu fondato da Mustafa Kemal Ataturk nel 1925, ma solo nel 1985, in una fase di grande trasformazione della politica interna turca, il Servizio ebbe il suo nome attuale, ovvero Ufficio Nazionale dell’Intelligence, e fu inoltre posto sotto la direzione e la copertura politica (che è fondamentale, non come accade oggi in Italia) del Primo Ministro.
Dagli anni ’50, che sono quelli in cui il ruolo della Turchia diviene essenziale, nel Fianco Est della NATO, il MIT ha una relazione molto solida con la CIA, ma il MIT non ha mai, comunque, avuto una efficace e stabile rete di agenti e di collaborazioni con i Servizi europei, mentre può vantare da sempre buone relazioni con le Agenzie russe, ovviamente dopo il 1992, con l’Azerbaigian, perfino con i Servizi di Singapore. E con le tutte le intelligence mediorientali.
Ovviamente, un obiettivo primario e istituzionale dell’attività del MIT è la penetrazione/controllo del PKK curdo, nato da una organizzazione “maoista” con sede a Ankara che si poi riorganizza, dopo il golpe militare del 1971, in un partito politico marxista-leninista, che ha ovviamente un braccio armato, che diventerà preponderante dopo il 1984, oltre a una rete strettamente politica e semi-visibile.
Altro obiettivo istituzionale del MIT è l’organizzazione di Fethullah Gûlen, Hizmet.
Una vasta rete religioso-politica che, inizialmente, sostiene il partito di Erdogan, l’AKP, ma poi ne diviene il peggior nemico.
Hizmet ( ovvero“Servizio”) è una comunità che ha origine nel cemaat, una tradizionale organizzazione sufi tipica dell’Anatolia, ma poi, nella fase del boom economico turco, nato con il regime di Turgut Ozal, primo ministro dal 1983 al 1989, poi Presidente della Repubblica dal 1989 al 1993, anno della sua morte, diviene una grande rete per il business.
In questa seconda fase, Hizmet diviene una solida potenza economica, senza peraltro dimenticare il suo ruolo umanitario, poi, secondo alcuni analisti, arriva ad essere un Parallel Yapi, una “struttura parallela”.
I tre livelli dell’organizzazione di Gûlen sono sapienziali e culturali ai livelli più alti, ma presuppongono una organizzazione precisa e quasi militare ai livelli più bassi, che operano nelle università, nei giornali, nelle strutture produttive.
Un “calvinismo islamico”, come è stato definito, con l’idea primaria di realizzare, sia pure con la carità e la benevolenza, il sogno di un Islam onnipervasivo e anche, soprattutto, “politico”.
Non a caso il movimento di Gûlen è fuorilegge nelle monarchie del Golfo, in Pakistan, dichiarato tale dall’Organizzazione della Cooperazione Islamica, mentre l’UE e gli Usa non ritengono però Hizmet una organizzazione terroristica.
La tensione tra l’AKP e il movimento di Gûlen sorge, inizialmente, con il movimento di Gezi Park del giugno 2013, quando proprio il capo di Hizmet polemizza contro la mano, a suo dire troppo pesante, usata dal governo di Erdogan con gli studenti.
Poi, alcuni investigatori notoriamente legati al movimento gulenista, pongono sotto accusa, peraltro pubblicamente, i figli di alcuni ministri, senza risparmiare nemmeno Erdogan.
Il tentato golpe del luglio 2016 porta Erdogan ad accusare il movimento di Gûlen di averlo interamente organizzato e diretto.
Non è vero, ma è l’idea migliore per giustificare la demolizione erdoganiana delle FF.AA. turche e, precedentemente, della rete occulta detta Ergenekon.
Hakan Fidan, il capo dei Servizi turchi, è del tutto interno a queste prospettive dello Stato dell’AKP e del suo presidente Erdogan, del quale è sempre stato fedelissimo ma intelligente esecutore, pur con una carriera nei Servizi piuttosto complicata: è capo del MIT (e quindi sottosegretario di Stato) dal 2010 fino al 2015, ma il 7 febbraio del 2015 si dimette per partecipare alle elezioni, ovviamente nelle file dell’AKP.
Un mese dopo l’accettazione della sua candidatura al Parlamento, Hakan Fidan rassegna ancora le dimissioni, questa volta politiche, e torna subito dopo a fare il capo del MIT.
Partecipa anche, talvolta quasi da solo, alle trattative segretissime di pace tra il governo turco e il PKK curdo, a Oslo, nel 2009, ma poi Fidan organizza soprattutto le reti del contrabbando, non solo petrolifero, tra l’Iran e la Turchia.
E qui si inserisce la notizia, ormai pubblica, secondo la quale Hakan Fidan si sarebbe incontrato con Qassem Suleimani, il comandante della Forza Al Quds dei Pasdaran iraniani, a Teheran, nel 2014.
L’incontro è avvenuto in un parcheggio, lontano dai curiosi e, soprattutto, lontano da qualsiasi possibile elemento dell’ambasciata turca nella capitale iraniana.
L’incontro tra i due dirigenti dei rispettivi Servizi è avvenuto durante la visita di Stato di Erdogan in Iran, alla fine del gennaio di quell’anno.
Si afferma quindi, da varie e affidabili fonti, che Hakan Fidan sia in effetti un asset, una fonte e quindi un agente di influenza, dei Servizi iraniani in Turchia.
E in questa veste si sarebbe confrontato, appunto, con Soleimani, per riferirgli dei dati riservati sul governo turco e sulle reali intenzioni di Erdogan, allora e, soprattutto, durante la guerra in Siria.
Grande affare per la Turchia e, comunque, un momento in cui Ankara ha ridefinito, per ora con successo, le sue coordinate geopolitiche.
In effetti, Hakan Fidan è stato anche oggetto di verifiche e investigazioni da parte del controspionaggio turco, soprattutto in una fase in cui il ControSpionaggio di Ankara ha scoperto e espiantato alcune reti di intelligence operativa in Turchia legate ai Pasdaran.
La doppia fedeltà di Hakan Fidan è stata dunque verificata: la specifica unità di intelligence della polizia turca ha infatti potuto registrare le trasmissioni e le comunicazioni della Forza Al Quds, soprattutto quelle del gen. Sayed Ali Akber Mir Vakili, che è stato sentito dal CS turco per aver ricevuto la registrazione di un incontro confidenziale del governo turco direttamente da Hakan Fidan.
Ma, certamente, un uomo dei Servizi, di qualunque Servizio, non dice mai al telefono o con altro tipo di mezzo, qualcosa sulle sue fonti.
E se Hakan Fidan sia stato utilizzato anche dal suo governo per arrivare ad un accordo con l’Iran?
E se Hakan Fidan sia stato proprio uno strumento di Erdogan per arrivare ad una collaborazione con Teheran sulla Siria e, soprattutto, nell’ambito dei colloqui di Astana e delle future reti petrolifere e gaziere iraniane verso il Mediterraneo?
Certo, Vakili è stato ben addestrato ad evitare di essere identificato o ascoltato, ma gli operativi della polizia turca avevano inserito una microspia proprio nella macchina di Mir Vakili, guidata dal suo uomo di fiducia, Hakki Selgiuk Sanli, un turco con una vasta esperienza criminale, che è stato anche l’uomo-chiave nella costituzione della rete turca della Forza Al Quds negli anni ’90, agli ordini del generale iraniano Nasir Takipur.
Sanli è stato arrestato il 13 maggio 2000 con una sentenza per 12 anni e 6 mesi di carcere, a causa della sua partecipazione a una organizzazione terroristica legata all’Iran, che mirava a compiere attentati contro obiettivi turchi e americani.
Sanli è stato però liberato nel 2004, con una amnistia firmata proprio dal governo di Erdogan.
La registrazione dalla microspia posta nella macchina di Mir Vakili ha dato, infine, tutte le coordinate del passaggio di informazioni riservate sulla Turchia, da parte di Hakan Fidan, verso gli iraniani.
Mir Vakili, per esempio, dice a Sanli che aveva parlato con Hakan Fidan (nome in codice “Emin”) e che aveva saputo di uno scandalo che stava montando nel governo di Erdogan, proprio all’inizio delle proteste di Gezi Park.
Erdogan, infatti, voleva subito reprimere duramente la rivolta di Gezi Park, mentre il vice-Primo Ministro Bulent Arinç voleva arrivare ad una trattativa con gli occupanti.
Arinç, in effetti, che agiva per conto di Erdogan che era in viaggio in Africa, aveva già tentato un accordo con i capi dei rivoltosi, ma il Presidente ritorna dal suo giro africano e, con una sequela di sei ore di insulti, blocca i tentativi di Arinç e, comunque, è proprio Fidan che rivela ai suoi referenti iraniani come Erdogan è stato particolarmente duro anche con loro, di cui sospetta una qualche mano pesante nei tumulti di allora in Turchia.
Mir Vakili e Hakan Fidan si sono visti spesso in Turchia, soprattutto in un noto caffè al centro del distretto Ĉukurambar di Ankara, un’area dove è molto alta la percentuale di islamisti che la banalità occidentale reputa “radicali”.
E Erdogan pensa inoltre che la rete di Gűlen abbia qualcosa a che fare con la sempre maggiore distanza dell’AKP dall’islamismo, che sempre gli occidentali definiscono scioccamente “moderato”, il che porterebbe ad un rapido ridimensionamento proprio di quel partito; e quindi alla fine del potere di Erdogan.
Fra l’altro, è ormai accertato che Hakan Fidan ha già organizzato alcuni incontri tra Mir Vakili, lo stesso Erdogan e l’allora ministro degli Esteri Ahmed Davutoglu, quello degli “zero nemici tra i vicini”.
E ancora, è stato ancora Hakan Fidan che ha procurato una copertura di sicurezza a Mir Vakili, quando è venuto ad Ankara con la sua famiglia e alcuni amici per lo shopping, e Fidan ha perfino procurato un aereo di Stato, al generale dei Pasdaran, per far ritornare lui e i suoi tranquillamente a Teheran.
Questo indica, con ogni evidenza, che Hakan Fidan ha il pieno sostegno, nei suoi rapporti con la Repubblica Islamica Iraniana, del governo e, quel che più conta, quello personale del presidente Erdogan.
Ma da dove viene questo interesse di Hakan Fidan per lo sciismo, al quale probabilmente appartiene?
Il capo dell’intelligence turca ha studiato la tradizione e il simbolismo sciita soprattutto quando era un giovanissimo sottufficiale volontario, nelle forze turche.
Fu in quel momento che venne notato dalla Forza Al Quds iraniana, una struttura militare che si occupa di missioni speciali, di intelligence e di operazioni non convenzionali all’estero.
E’ stato poi Erdogan che lo ha studiato e poi raccolto, per farne prima il direttore dell’Agenzia per il Sostegno allo Sviluppo (TIKA nella sigla turca) poi nel governo, come sottosegretario di Stato e quindi, nel 2010, direttore del MIT.
L’azione legale riguardante il capo della Forza Al Quds in Turchia, Mir Vakili, per i suoi rapporti con Hakan Fidan, è stata aperta quando è arrivata una notizia di reato, da parte di un anonimo, l’8 agosto 2010.
In effetti si trattava di una signora di 54 anni, Kamile Yazicioglu, che era scappata da un suo compagno, la quale ha informato il controspionaggio come il suo marito o compagno aveva lavorato, per molti anni, per l’intelligence di Teheran, avendo portato all’esame della polizia dei documenti che lo dimostravano.
La signora ha ripetuto le sue testimonianze nelle sedi opportune, in sedute che risalgono al marzo e all’aprile 2011.
Ciò ha portato all’inizio di una analisi attenta, e triennale, del compagno della signora Yazicioglu, da parte del controspionaggio turco.
La sigla del caso, nella burocrazia dei servizi di Ankara, era 2011/762.
Venne fuori, quasi subito, che il compago della signora era direttamente in contatto con Hakan Fidan.
Inoltre, il compagno della signora aveva avuto problemi con la polizia per essere stato parte della “Notte per Gerusalemme”, una manifestazione anti-sionista e a favore della applicazione in Turchia della legge coranica, un movimento di piazza che era avvenuto ad Ankara, nel distretto di Sincan, alla fine del gennaio 1997.
In quell’occasione, ci fu un discorso infuocato dell’ambasciatore iraniano in Turchia.
Yazicioglu era, peraltro, il responsabile dell’educazione e della cultura proprio nel distretto di Sincan, e fu proprio lui a organizzare un evento religioso sciita, che fu uno dei motivi per cui le Forze Armate “chiusero” il governo, nel 1997.
Infatti, le strutture militari di Ankara mandarono alcuni carri armati per mostrare, a Sincan, quanto l’iniziativa islamista fosse stata poco gradita dai vertici della FF.AA. turche.
In quel caso, Yazicioglu fu condannato, per aver sostenuto una organizzazione terroristica, ad una pena di oltre tre anni.
Dopo il suo rilascio, egli si trasferì a Istanbul, dove non fu notato fino al 2008, quando fu riattivato dall’intelligence iraniana.
Peraltro, Yazicioglu aveva mantenuto ottimi rapporti con gli autori dell’assassinio del giornalista Ugur Mumcu e del professore universitario Muammer Aksoy.
Il fatto è che, secondo molte testimonianze, Hakan Fidan è rimasto in stretto contrasto con l’informatore degli iraniani e che lo ha incontrato diverse volte.
Sia il figlio di Fidan che quello di Yazicioglu erano iscritti all’università Bilkent, ad Ankara, e proprio i figli erano utilizzati come canali di comunicazione tra i due.
La compagna di Yazicioglu ha sempre proclamato di aver sempre avuto rapporti stretti con il MIT, e comunque aveva a disposizione diversi passaporti nascosti a casa sua, oltre a copie di rapporti scritti da suo marito per i Servizi iraniani.
Suo marito e il figlio avevano come compito primario, da Teheran, quello di sorvegliare il Centro per la Ricerca Nucleare e l’Addestramento di Čekmece ad Istanbul, magari stando a sedere in una automobile, per segnalare i dati notevoli su una carta, magari con qualche nota esplicativa.
Il personaggio turco aveva poi disegnato le vie di fuga e le entrate riservate di quel Centro nucleare segno che lo conosceva bene e dall’interno.
Un lavoro da manovali del Servizio, comunque, che non permette certo di avere accesso alla Direzione, come invece accadeva a Yazicioglu con Hakan Fidan.
La signora Yazigioclu ha poi affermato, davanti al CS turco, che il suo ex-marito disponeva di foto satellitari del consolato Usa di Istanbul e di quello israeliano.
Peraltro, mai sottovalutare una moglie arrabbiata, gli incartamenti trovati in casa Yazicioglu riguardavano anche delle mappe militari, riservate, delle province di Adana e di Gaziantep, oggi importantissime per la questione dei migranti dalla Siria, e una serie di schede personali di figure pubbliche, tra le quali quelle di alcuni membri del governo oltre che di alti dirigenti del Partito al governo, l’AKP.
Un altro documento trovato in casa, sempre grazie all’aiuto della signora Yazicioglu, riguarda i nominativi dei giovani turchi inseriti in alcune organizzazioni terroristiche legate ai Pasdaran, soprattutto tra i ragazzi che manifestano opinioni fortemente antiamericane e antisemite.
I documenti sequestrati riguardano anche le tecniche di segnalazione e incontro con gli agenti iraniani, poi un video della polizia turca ci fa vedere un incontro tra Yazicioglu e il capo attuale della Forza al Quds in Turchia, Naser Ghafari, che aveva la copertura di attachè politico al Consolato Generale dell’Iran a Ankara.
Ma anche Bashar el Assad ha rivelato, nel maggio del 2019, che ha avuto contatti diretti con Hakan Fidan, a Teheran, ma anche al confine di Kassab, dove il leader siriano ha espresso la sua volontà di incontrare Erdogan al più presto possibile.
Assad ha anche affermato, in una intervista con il giornalista turco Mehmet Yuva, di voler cooperare con la Turchia, e ha anche sostenuto che i siriani non trattano solo indirettamente, via Mosca o Teheran, con Ankara, ma per mezzo di incontri diretti, in varie sedi esterne.
Peraltro, Erdogan conosce molto bene il “caso federale” statunitense che riguarda un dirigente iraniano chiamato Reza Zarrab, che ha operato, per anni, al fine di evitare o manipolare le sanzioni Usa contro il suo Paese.
Zarrab ha corrotto molti ministri e ufficiali turchi, compresi alcuni membri della famiglia di Erdogan.
Probabilmente, il meccanismo posto in essere da Zerrab forniva alla famiglia di Erdogan, oltre alle altre fonti di guadagno, vaste ricchezze.
E’ proprio Mir Vakili, che abbiamo già visto, che ci informa tramite Zerrab come vi siano problemi con la banca di Stato turca Halkbank, e ci fa leggere dei rapporti tra Zerrab e l’allora ministro turco dell’economia, Zefer Caglayan.
E’ proprio il ministro che fa in modo che Zerrab muova senza problemi i fondi per le operazioni all’estero, promettendo ai dirigenti di Halkbank delle laute provvigioni sui trasferimenti.
Ma è sempre Mir Vakili che ci informa, per tabulas, come ci sia un altro operativo iraniano dietro alle operazioni di Zerrab.
E, dopo la nomina di Hakan Fidan a capo del MIT, lo stesso Erdogan, così ci dicono i documenti, incontra il capo della rete iraniana in Turchia, che è sempre Mir Vakili, all’epoca, per discutere le operazioni petrolifere via Turchia di Teheran; e per procedere a una possibile alleanza tra l’Iran, che Erdogan ha spesso chiamato la sua “seconda casa”, e le élites commerciali e politiche turche.

Giancarlo Elia Valori