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L’economia virale del Covid-19 e l’economia italiana e europea

I dati sull’economia legati alla infezione di massa da Covid-19 sono già molto allarmanti.
La sanità pubblica italiana ha già pesantemente pagato, insieme a tanti altri settori primari della spesa pubblica, le politiche di restrizione di bilancio.
Oggi, 2020, siamo a un deficit, rispetto alle necessità derivanti dalla infezione da Covid-19, di oltre 10 miliardi rispetto alle necessità standard correnti.
In Italia ci sono 5,5 infermieri ogni mille abitanti, ma nel Regno Unito sono 7,9, in Francia 10,5, poi 12,6 in Germania.
Secondo le nostre associazioni di settore dell’infermieristica, nel nostro Paese mancano già ben 50mila infermieri rispetto allo standard iniziale di servizio.
Sono stati però cancellati ben 70mila posti letto, proprio quando la popolazione italiana stava invecchiando in massa, ma mancano anche almeno 8mila medici generici.
Secondo le Regioni del Nord, mancherebbero però all’appello almeno 35.000 medici, una cifra ben diversa, ma alcune Regioni hanno già richiamato in servizio i medici già in pensione e i giovani medici non ancora specializzati.
I medici ancora al lavoro hanno comunque un’età media di 52 anni, quindi già in via di pensionamento a breve.
La sola regione Veneto ha una carenza di ben 1300 medici.
I sanitari di Lombardia e delle altre aree già raggiunte dal Covid-19 non fanno mai riposo da tempo: lavorano nel turno giornaliero normale e poi, la notte, danno la reperibilità. Che vuol dire lavoro, e spesso molto duro.
Si immagini quindi la tensione mentale, il nervosismo, la mancanza di riposo, la concentrazione residua possibile di questi, peraltro sempre disponibilissimi, medici.
Secondo il CERGAS della Bocconi, l’osservatorio scientifico sull’economia della salute in Italia, tra il 2012 e il 2017 sono stati soppressi 759 reparti ospedalieri, ovvero il 5,6%, mentre i posti letto ancora in dotazione sono 3,2 ogni mille abitanti, contro i 6 della Francia e i gli 8 della Germania.
I “piccoli ospedali”, ritenuti sempre e comunque centri di spesa inutile, chissà perché, dai sedicenti tecnici delle Regioni e del Ministero, sono stati quasi tutti chiusi, con il risultato di mettere in crisi e riempire oltremodo i nosocomi maggiori, già in sovraccarico sia per le terapie che per i posti-letto.
Ma, ancora, l’Italia ha il 20% di risorse finanziarie disponibili in Sanità rispetto all’Inghilterra, che pure ha avuto la cura da cavallo antistatalista della Thatcher, il 34% in meno della Francia, addirittura il 45% in meno della Germania.
Perché queste carenze di fondi? Per la ricerca spasmodica dei “tagli di spesa” da far vedere, come dei bravi scolaretti, alla UE.
E se si dicesse, sempre in ambito europeo, che le spese per la salute sono fuori dai controlli di bilancio del famoso 3%, cifra inventata a suo tempo e a cavolo da un tecnico, tanto per scrivere qualcosa?
Insomma, lo Stato italiano spende 119 miliardi per la sanità pubblica, all’anno, ma i nostri connazionali ci mettono, di tasca propria, via ticket ed altro, altri 40 miliardi.
Gli effetti si vedono.
A Milano, dico a Milano, i tempi di attesa per un intervento chirurgico sono di nove mesi, e ricordiamo anche che la presenza del Covid-19 impone che le poche risorse ancora disponibili vadano a coprire i costi immediati di adattamento delle strutture sanitarie al coronavirus.
Ma le carenze restano: oggi, in Italia, ci sono il -5,4% in meno di medici dal 2010, il -4,3% nel ruolo sanitario, il -9,1% del restante personale.
E il miracolo è che, anche oggi, tutto funziona al meglio, grazie alla qualità degli uomini e delle donne che operano nel settore sanitario italiano.
Chi assaggia un sistema sanitario come il nostro, non lo dimentica. Si ricordi il caso di Mark Hinkshaw, o della scrittrice americana che fu salvata, e poi lo descrisse in un articolo del New Tork Times, dai medici del Cardarelli di Napoli.
Ora, però, c’è un problema. Come fare a aumentare i finanziamenti al Sistema Sanitario Nazionale italiano senza rompere il limite al bilancio che ci impone Bruxelles?
Le fonti del finanziamento del nostro SSN sono oggi: le entrate proprie degli Enti, ovvero i ticket o le attività intramoenia dei dipendenti, poi la fiscalità generale delle Regioni, ovvero l’IRAP, Imposta Regionale Attività Produttive, per quel che è già previsto, nella sua quota sanità, e poi l’addizionale regionale all’IRPEF, Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche.
Se il transito di Tesoreria di queste tasse o quote di tasse risulta inferiore al minimo calcolato storicamente, allora c’è l’integrazione del Fondo di Garanzia di cui all’art.13 del D. Lgs. 56/2000.
Le risorse relative alle sole imposte IRPEF e IRAP, per la quota sanitaria, sono erogate alle Regioni ogni mese.
Il Bilancio dello Stato finanzia quanto rimane ancora impagato dal SSN, attraverso la compartecipazione sull’Imposta sul Valore Aggiunto (IVA) e attraverso il Fondo Sanitario Nazionale.
Nel 1980, all’inizio, il SSN costava 9,3 miliardi di lire e gravava sul Pil per il 4,7%. Oggi costa 117 miliardi e grava sul Pil per il 6,8%.
Se continua così, il SSN dovrà essere privatizzato, per la gioia delle assicurazioni, in crisi commerciale e in cerca di altri affari, e inoltre del settore sanitario privato che, però, non è un paradosso, è finanziato soprattutto dal pubblico.
E questo, della privatizzazione del SSN, è il fine ultimo, evidentissimo, di tanti politici e di molti gruppi di pressione.
Con la povertà che avanza, in Italia, sarebbe la ricetta per uno scontro sociale senza pari.
Oggi, il SSN è finanziato dalla fiscalità generale e regionale, ma IRPEF e IRAP sono sempre insufficienti, come l’IVA, poi dalla stessa fiscalità regionale, dal passaggio del carico dei costi sanitari dalle imprese alle famiglie (diminuisce la quota IRAP, data la crisi) e dall’ormai decennale finanziamento in deficit.
Il primo risanamento (dei conti) è avvenuto nel 2006 e il SSN ha già accumulato debiti per 98,9 miliardi nominali di Euro, che sono 149,4 attualizzati.
E allora, come fare per salvare tutte le strutture sanitarie sociali? Emettere, magari, anche in rapporto con la Gran Bretagna, viste le ultime proposte di Boris Johnson, un titolo di debito a medio termine dedicato alla salute, sia in Italia che in Gran Bretagna? Oggi il mercato dei titoli è dominato da un tasso di interesse medio molto basso, forse è il momento di tentare.
O, magari, integrare i sistemi, proponendo lo scambio di medici, infermieri, ma soprattutto malati, tra i due Paesi. Con un computo di scambio delle spese non monetario. Sarà qui che si definirà il mantenimento della sanità pubblica in Europa. O nei Paesi civili dell’Europa.

Giancarlo Elia Valori