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L’economia in Libia

Strano a dirsi, ma l’economia libica, notoriamente molto, quasi unicamente, dipendente dall’estrazione e dalla vendita del petrolio, anche in una fase di calo dei prezzi e, ora, della crisi dei Paesi consumatori a causa del Covid-19, è andata molto bene nel 2017.

Sei anni dopo, ricordiamo, dalla stupida eliminazione del colonnello Gheddafi, con un picco di estrazione nel 2017 del +67% rispetto all’anno precedente.

Nel 2018 è andata molto peggio, con un +17,9%, ma nel 2019 il Pil è cresciuto del 9,9% e oggi, alla fine del 2020, si prevede un crollo verticale del Pil del -58,7%.

Ovvio che qui c’è una inestricabile combinazione di grave instabilità politico-militare interna, di ovvia crisi pandemica dei Paesi consumatori, inoltre c’è da far contare una diversa conformazione della lotta per il potere petrolifero mondiale, soprattutto con l’entrata in campo dello shale oil Usa.

Sostanzialmente, la estrazione e la raffinazione di petrolio in Libia si è quasi fermata, salvo le ultime settimane, nelle quali alcuni pozzi (come quello di El Sharara o di El Feel, tra i più grandi della Libia) dovrebbero riaprire, dice il ministro competente, “al più presto”.

I due pozzi sono ancora controllati, comunque, dalle forze dello LNA di Khalifa Haftar. E qui si verifica il nesso evidente tra destabilizzazione politico-militare e crisi economica libica.

La produzione petrolifera è calata di un 0,1milioni di barili al giorno dall’aprile 2019, ovvero all’inizio dello scontro tra il GNA e lo LNA, con un deficit pubblico che è arrivato nel 2019 al 28,9% del Pil, ma con una inflazione che cala del 4,6%, sempre nel solo 2019, ma che dovrebbe raggiungere il 22,3% alla fine di quest’anno 2020.

Il costo globale del barile dovrebbe continuare a scendere anche nel 2021, ma la produzione in Libia è continuata a crescere, almeno fino al marzo 2020, che è la data di scadenza della moratoria concessa alla Libia dall’OPEC.

Ma il livello specificamente politico, che è quello che conta, delle trattative tra la Libia e l’OPEC sarà mediato soprattutto dalla Arabia Saudita, notoriamente pro-Haftar, e dagli Usa, fan spesso acritici del regime di Tripoli. Una mediazione complessa.

Lo LNA di Haftar e, per molti versi, le varie katibe legate, spesso in modo piuttosto lasco, al regime di Tripoli, sono comunque entrambi gruppi di affari, in gran parte illegali; e costituiscono, come sempre accade in questi casi, dei monopoli illeciti garantiti dall’esercizio monocratico della forza.

La “mafizzazione” dell’economia, quindi, ovvio risultato di uno Stato centrale o assente o sostanzialmente illegittimo, o percepito come tale.

Haftar ha imposto il suo monopolio soprattutto per l’esportazione di rottami metallici e per la vendita dei prodotti raffinati del petrolio.

Molti dei monopoli, dal cibo alla vendita di materiale tecnologico, sono stati garantiti allo LNA di Haftar, più o meno legalmente, dalla Camera dei Rappresentanti di Tobruk.

L’attività di controllo e gestione delle linee di passaggio e di invio verso l’Italia dei migranti subsahariani sono collegate, in gran parte, alle reti parallele dello LNA di Haftar, ma anche alle reti tripoline di Zawiya e del gruppo dei “martiri di Al Nasr”, sempre operanti in quella città, ma ci sono interi settori del Ministero della Difesa, della Guardia Costiera libica, della Polizia e del ministero degli Interni che collaborano, direttamente o indirettamente, al grande sistema bipolare del traffico illegale di migranti.

Che è la seconda fonte di reddito illegale, dopo il contrabbando di prodotti petroliferi. Ecco cosa succede a destabilizzare uno Stato costiero africano, senza nessun altro progetto che non le chiacchiere di qualche pseudo-intellettuale francese sui “diritti umani”.

E’ il classico paradosso anti-machiavelliano della politica moderna. L’Eterogenesi dei fini, per dirla con Giovanni Gentile.

Ma lo LNA di Haftar, in particolare, si finanzia anche direttamente con le banche: la Banca Centrale Est della Libia ha infatti sostenuto le paghe e il materiale, per tre anni, delle truppe di Haftar, con l’equivalente locale di almeno 6,7 miliardi di usd.

Inoltre, sia Tripoli che Bengasi hanno utilizzato, per finanziare lo Stato e le loro armate i crediti concessi, spesso manu militari o attraverso la corruzione o collegamenti politico-militari, dalle banche commerciali.

Il governo della Cirenaica ha raccolto, solo come prestiti 7,9 miliardi di usd, nel solo 2018, mentre l’area di Tripoli ha raggiunto, con i soli prestiti da parte delle banche di credito, un budget di oltre 8,1 miliardi di usd.

In questa quota c’è anche, lo accennavamo, il ruolo della corruzione, che è colossale e tocca perfino, e per milioni di dollari, gli stessi funzionari della struttura anticorruzione di Tripoli. E ad est, ovviamente, è lo stesso.

Lo LNA di Haftar controlla, oggi, con circa 70.000 uomini, un territorio più grande della Francia, ma l’asse delle sue operazioni finanziarie è ancora la creazione, il 5 giugno 2017, il “Comitato per gli Investimenti Militari e i Lavori Pubblici”, diretto dal colonnello dell’aviazione al-Madani al-Fakhri, i cui dirigenti cominciarono subito a estorcere denaro dai businessmen cirenaici. Ad Ovest, le varie katibe militari di “martiri” si sono spartite il controllo, settore per settore, di tutti i commerci e le attività produttive.

Il GNA, d’altra parte, ha estorto almeno, a quello che si deduce dalle fonti locali “aperte”, almeno 5-6 miliardi di dollari dai businessmen e dai commercianti nel solo 2020.

Malgrado la propaganda occidentale tenda sempre a vedere il LNA di Haftar come la sentina di tutti i mali, le due forze si corrispondono, per quel che riguarda l’economia illegale, quasi specularmente.

Poi, nessuno sa quanti dinari falsi siano stati stampati in Russia, si immaginano almeno 4 miliardi, con l’effigie del Colonnello della Sirte, peraltro, dinari falsi che sono passati, ungendo molte ruote, da Malta.

Il denaro stampato in Russia è stato distribuito, stiamo parlando del maggio 2017, soprattutto alle banche del Sud e dell’Est, durante il Ramadan di quell’anno.

L’idea, in fondo, non è male. I libici non si fidano delle banche, in nessun caso, nemmeno quando fanno dei prelievi.

Quindi, quando si arriva al momento delle paghe, i governanti, sia dell’Est come dell’Ovest, si affrettano a stampare nuova moneta, che viene facilmente scambiata con quella prodotta, probabilmente, in Russia.

Tanto, se tutti la accettano a un valore più basso del normale dinaro, diviene solamente una moneta svalutata, non più una carta-moneta falsa.

Il che va benissimo, anzi meglio del dinaro ufficiale, per l’economia “grigia” e “nera”.

Peraltro, il sistema finanziario-petrolifero non sostiene direttamente, né può farlo, la LNA di Haftar.

Solo la NOC, la National Oil Company statale (che risponde in gran parte all’Ovest) ha la possibilità di vendere il petrolio libico, e solo la Banca Centrale di Tripoli può accettare i relativi pagamenti.

Il fatto è che tutti i gruppi militari operanti in Libia, a Est come a Ovest, sono legati alla economia di guerra e, a filo doppio, alla parallela economia para- o del tutto illegale.

La crisi economica, legata all’inesistenza di uno Stato centrale forte e credibile, perpetua gli incentivi positivi per tutti coloro che approfittano delle disfunzioni statali.

Le economie disfunzionali e para-criminali si reggono sempre su tre pilastri: il contrabbando, l’estorsione, il furto delle risorse pubbliche e il patronaggio esterno.

Che può essere di un potentato libico o, più spesso, di un “attore esterno”: la Turchia, l’Egitto, la Federazione Russa, la Francia, l’Arabia Saudita, il Qatar. Ovviamente l’Italia è sparita dal quadrante libico, visto che oggi la politica estera di Roma è poco meno di una barzelletta.

Le operazioni di tutti i Servizi di questi attori sono largamente ricompensate dagli affari che divengono possibili, per le società collegate a tutti i Servizi esterni, qualora operino in Libia. Le operazioni delle varie intelligence si finanziano da sole, in Libia.

E qualunque sia l’attore esterno, mi si riferisce che le operazioni dei vari Servizi generano guadagni del 20-25%, che sono garantiti dalla capacità estortiva delle varie katibe locali alle quali gli Stati esterni fanno riferimento.

Non c’è ritorno da una economia criminale, che genera uno Stato fallito e, soprattutto, elimina ogni e qualsiasi alternativa legale.

In area cirenaica, c’è ormai il monopolio dell’uso illegittimo della forza da parte di Haftar e del suo LNA. Mostra dei segnali di overstretching, e qualche vecchio alleato dà segni di disillusione. Ma i soldati dal Darfur, dal Chad, perfino dalla Mauritania potrebbero presto rafforzare Haftar e permettergli una nuova offensiva verso Tripoli, calcolando anche la presenza dei jihadisti siriani nel GNA, inviati dal Servizio turco.

Ad Ovest, c’è Tripoli e quindi il governo, spesso comicamente osannato dagli occidentali, di Fajez al Serraj.

Ma in questo caso vi è un altro, diverso da quello dello LNA, elemento di debolezza strutturale: il frazionismo delle varie katibe e il loro rapporto, spesso del tutto interessato e sempre parziale, con il governo di Tripoli.

Quindi, la coppia analitica con cui studiare i nessi tra Tripoli e Bengasi è quella Frazionismo/Ovestretch. Ecco la dialettica fondamentale.

Le milizie di Tripoli sono, sempre usando gli utilissimi termini del gergo mafioso, un “cartello”, ma ad Est, invece, c’è un monopolio della forza illegittima che, però, fatica a rendersi credibile.

Il frazionismo, peraltro, è insito nell’anima araba e, soprattutto, beduina: “mio fratello e io contro nostro cugino, mio cugino, mio fratello e io contro l’estraneo”.

Pensare il Medio Oriente con l’idea tipicamente occidentale e europea dello Stato-Nazione è un errore che ci porterà a disastri ben maggiori di quelli portatici dagli accordi Sykes-Picot, narrati in un vecchio testo dal titolo ormai famoso: A Peace to end all Peaces.


Distribuzione della bande locali e dei pozzi di petrolio, aggiornata al Maggio 2020, da https://www.petroleum-economist.com/articles/politics-economics/middle-east/2018/map-libyas-conflict.

C’è poi il potente convitato di pietra dell’economia libica, che non dobbiamo mai trascurare: la Cina.

Pechino si è astenuta, lo ricordiamo, dal voto del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che autorizzava l’intervento militare in Libia contro Gheddafi e ha anche, inoltre, polemizzato con la scelta della NATO di creare una no-fly zone e ha perfino segnalato l’illegalità degli attacchi aerei sulle forze legittime del regime del Colonnello. Pechino aveva ragione.

Anche quando c’era Gheddafi, la Cina operava molto nelle infrastrutture libiche, dato che la Libia pagava benissimo.

Al momento della caduta del Colonnello della Sirte, la Cina aveva ben 75 società operanti in Libia, per un volume di affari di 18,8 miliardi di usd.

I lavoratori interessati erano soprattutto i 36.000 cinesi ma anche circa 28.000 libici o, addirittura, molti immigrati (egiziani, tunisini, algerini).

I progetti in corso fino al 2011 dei cinesi in Libia erano 50, senza dimenticare che la sola Libia produceva ben il 3% di tutta l’importazione petrolifera cinese, ovvero 150.000 barili/giorno.

Al momento della manipolazione massima dell’occidente contro Gheddafi, la Cina ha cercato sempre di mantenere tutti i suoi legami d’affari, rigettando naturalmente e in toto la missione militare NATO.

Peraltro Pechino, come la Federazione Russa, rigettava anche la teoria, tipicamente occidentale nella sua ingenuità e insieme protervia, della Responsibility to Protect, ovvero la regola universale, roba da boy scout o da signorine eleganti, per la quale gli Stati possono intervenire direttamente e militarmente in altri Stati quando occorra la protezione dei “diritti umani”.

E chi la stabilisce, comunque, l’infrazione agli human rights? Uno pseudofilosofo francese, già seguace di Pol Pot, oppure due articolesse sul New York Times, magari le dichiarazioni di una ONG inventata sul momento (e in questo caso la storia delle ONG che lavorano per i migranti dalla Libia alla Siria sarebbe molto interessante) oppure la lamentazione di qualche “intellettuale” che non sa nemmeno dov’è Tripoli, sulla cartina geografica?

Pechino, naturalmente, per non ridursi a fare la parte dell’unico protettore del vilain shakespeariano Gheddafi, si astiene, alla fine, alla votazione della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU sulla Libia, ma riconosce subito lo NTC, il National Transitional Council, l’unica parvenza di governo libico unitario rimasta.

Anche l’ENI lo ha riconosciuto, ben prima di altri, due giorni esatti dopo l’inizio della rivolta contro il Colonnello, montata, come la panna, solo dall’Est e dai sottomarini francesi.

E’ già all’inizio del giugno 2011 che Pechino svolge la sua prima riunione con Mohammed Jibril, capo dello NTC mentre, pochi giorni dopo, il capo del Dipartimento per gli Affari Ovest-asiatici e medio-orientali del governo cinese, che era allora Chen Xiaodong, visita, con molta attenzione, Bengasi.

Naturalmente, la Cina persegue una politica di attenta neutralità tra le due fazioni, il GNA e lo LNA di Haftar.

Ufficialmente, Pechino sostiene il GNA, che ha perfino accettato, in un MoU (Memorandum of Understanding) firmato nel giugno 2018, che la Libia farà parte, pur con qualche evidente torsione della cartina geografica, della Belt and Road Initiative cinese.

Ma Pechino ha ottimi rapporti anche con Haftar e, soprattutto, con la Camera dei Rappresentanti di Tobruk.

Per la questione della pandemia da Covid-19, che è, per chi la sappia usare, una occasione di penetrazione egemonica nei Paesi detti “terzi”, la Cina ha rapidamente inserito la Libia nei suoi programmi di aiuto umanitario-sanitario, che valgono attualmente per ben 82 Paesi.

Ma qual è la logica profonda del sistema politico e, quindi, economico, della Libia? Noi purtroppo leggiamo sempre, il più grande errore che si possa fare oggi, il mondo non-occidentale con gli occhi delle nostre, peraltro spesso idiote, ideologie alla moda.

Il fatto è che, le istituzioni libiche, come peraltro abbiamo visto supra, in Libia sono sempre state settarie e partigiane ma, non per questo, meno potenti.

L’Amministrazione Militare Britannica (1942-1951) ha costruito una quantità di mediazioni politico-tribali in Libia perfino pari, se non maggiore, a quella gheddafiana. Che sono in gran parte rimaste, anche dopo il golpe degli “Ufficiali Liberi” del 1969, predisposto dai nostri Servizi in una riunione ad Abano Terme.

Poi c’è la monarchia senussita, che promana da una setta esoterica islamica, non da una specifica filiazione familiare del monarca.

L’ultimo Re Idriss, viene spodestato dal golpe degli “ufficiali liberi” socialisti nasseriani e terzomondisti, comandati già allora da Gheddafi, che era stato selezionato all’uopo dai nostri Servizi, durante una comoda riunione, lo ricordo ancora, presso un ottimo albergo di Abano Terme.

La monarchia senussita, emanazione di una strana organizzazione esoterica che parte da una larga eterodossia islamica per poi approdare a una sorta di normativismo coranico quasi wahabita, il che non è affatto contraddittorio, come apparirebbe nelle povere menti degli occidentali, che scorgono solo l’adattamento servile al pluralismo dell’Ovest oppure il semplice “fanatismo”, vecchio tema del peggiore e più ingenuo illuminismo settecentesco.

Il regime di Gheddafi, lo sappiamo, inizia nel 1969, tra controgolpe e operazioni avverse dei Servizi britannici, che solo grazie a noi vanno in malora ma, in ogni caso, i governi rivoluzionari si scelgono solo le tribù fedeli, che sono tali perché pagate per esserlo.

Nel caso dei Senussiti, operò la Forza di Difesa Cirenaica, e Re Idriss si vantava di non essere mai stato a Tripoli, formata da agenti e dipendenti dei Servizi britannici, oppure aveva dei ruoli militari anche il Comitato Popolare e Sociale della Dirigenza. Gheddafi non ne ebbe alcuna pietà, ovviamente.

La tribù Warfalla ha poi attentato varie volte alla vita del Colonnello, senza riuscirci, e ha quindi, dopo il tentato golpe contro il colonnello (1991) accettato una trattativa con Gheddafi.

Ma è proprio per colpa della Jamahirrya gheddafiana (1973-1979) che le reti economiche libiche diventano sempre più informali, talvolta tribali, ma comunque sempre meno, è un paradosso, controllabili dal regime del colonnello.

E saranno proprio queste reti a ucciderlo e quindi a escluderlo dal potere, anche se hanno creduto, poverette, le reti economico militari informali, alle promesse occidentali di una economia integrata nel mercato-mondo e a una apertura della Libia agli investimenti esteri.

Loro volevano la globalizzazione, senza troppi disastri, l’Occidente gli ha dato invece un inutile, anche per noi, failed state.

E quindi, dentro la Grande Jamahirrya Socialista del Popolo Libico Arabo sussistevano comitati popolari che si occupavano, spesso molto seriamente, di economia e di impresa. Ma senza alcun coordinamento e senza alcun controllo, se non per la NOC, da parte dei vertici gheddafiani.

C’era la GECOL (General Electricy Company of Lybia) un comitato a parte, poi operava anche la LISCO (Libyan Iron and Steel Company) lo ESDEF (Economic and Social Development Fund) e poi ancora l’ODAC, (Office of Development of Adimistrative Complexes).

Poi aveva un grande ruolo economico la zona libera del porto di Misurata, e una infinità, persino nei Servizi di sicurezza, di comitati autonomi ma legati alla struttura astratta e anche poco “informativa” della Jamahirrya.

In linea di massima, la rete dei Comitati “popolari” che gestivano l’economia rispondeva al Congresso Generale del Popolo, ma era tutto, ovviamente, nelle mani di Gheddafi e dei suoi più fidati collaboratori. Che, però, non riuscivano ad avere le notizie in tempo o si lasciavano sfuggire qualche operazione, visto il livello di informalità, già allora patologico, dell’economia libica.

Le uniche due organizzazioni con qualche grado di autonomia erano la Banca Centrale di Libia, fondata nel 1956, ben prima dunque del golpe gheddafiano, che derivava però da una istituzione formata dall’ONU, ovvero la Libyan Currency Committee, ma poi c’era, naturalmente, la NOC, National Oil Corporation, fondata nel 1970, quindi subito dopo il golpe di Gheddafi.

Poi c’è anche il Libyan Investment Fund, il Fondo Sovrano libico, che sostiene altri 15 Fondi o iniziative finanziarie apparentemente autonome.

E’ stato fondato nel 2006. All’inizio, la LIA aveva una dotazione, negli anni belli del reddito petrolifero, di ben 60 miliardi di usd.

Comandava qui, di fatto, il figlio di Gheddafi, Saif-al Islam. Ma, dopo la “rivoluzione” antigheddafiana, arrivano anche, tra il 2005 e il 2010, quegli esperti che sembrano capaci di privatizzare qualunque cosa. Chiamati da Francia, Usa, la stessa élite libica, ma non dall’Italia, ovviamente.

A questo punto, data la solidità delle vecchie economie informali gheddafiane e di quelle successive alla distruzione dello stato libico, arrivano le nuove Agenzie dei liberali libici. Quindi, si costituiscono l’Economic Development Board e il Privatization and Investment Board, oltre al Public Projects Authority.

Si privatizza quando ci sono i capitali disponibili, altrimenti a chi vendi, in un failed state dove chi ha i quattrini è già fuori dalla Libia da tempo?

Già nella fase in cui si delineava la guerra tra Est e Ovest libici, i governi locali dovevano “arruolare” tecnici, esperti, economisti, giuristi di impresa per comprendere la selva oscura delle strutture economiche post-gheddafiane che, comunque, si erano delineate, nella loro barocca complessità, fin dagli ultimi anni di vita del colonnello della Sirte.

Una sovrapposizione, così potremmo definire la Libia tra Gheddafi e i due governi attuali, tra gli Stati rentier del petrolio, le autocrazie socialiste tipiche della Terza Internazionale, i tentativi sgangherati di liberalizzazione che gli americani hanno tentato nelle vecchie economie socialiste dell’Est dopo il 1989.

A tutto questo si aggiunge l’impreparazione e il frazionismo delle nuove classi dirigenti, economiche e politiche, che arrivano al potere dopo l’eliminazione di Gheddafi.

La tecnocrazia del colonnello era, spesso, migliore di quelle attuali.

Nessun criterio unificante economico era visibile poi tra le varie fazioni che hanno combattuto e poi gestito la rivolta del 2011, ma tutto questo è rimasto anche negli anni 2013-2015, quando i prezzi alti del barile facevano sperare che i capitali freschi avrebbero raddrizzato le storture di una programmazione autoritaria alla quale si era aggiunto il frazionismo dell’economia e la ingenuità, tutta borsistica e short sighted, delle liberalizzazioni post-sovietiche.

Intanto, la massa dei salari e degli stipendi, oltre a quella dei sussidi, aumenta ogni anno indipendentemente dalla quantità delle rendite petrolifere.

Non ci sono quindi soluzioni rapide o efficaci per un meccanismo che, ormai, è così strutturato.

Per il 2021, la Banca Mondiale prevede che le rendite petrolifere saranno il 47% del Pil, ma le spese per salari e stipendi aumenteranno fino al 49%.

I sussidi pubblici, per i petroli o per l’alimentazione, saranno ugualmente alti, il 10,6% del Pil, ma allora come si rifinanzia il debito?

A Tripoli, ma la soluzione a Bengasi appare simile, sarà quella dell’anticipo di cassa da parte della Banca Centrale della Libia, oltre alla vendita di Buoni del Tesoro, soprattutto nell’area cirenaica.

Giancarlo Elia Valori