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Le relazioni tra Brasile e Francia

Il rapporto tra il presidente brasiliano Jair Bolsonaro e quello o francese, Emmanuel Macron, non è mai stato tra i più caldi del mondo delle relazioni internazionali.
Macron ha inviato, dopo l’elezione alla presidenza del Brasile di Jair Bolsonaro, un messaggio di felicitazioni che sembrava una reprimenda: “cooperiamo con il Brasile, ma nel rispetto della democrazia”, evidente allusione, ipotetica, alle “tentazioni” neo-autoritarie del nuovo presidente brasiliano.
I due leader non potrebbero, certamente, essere più diversi. Ma una parte dell’elettorato di Bolsonaro ha simpatia proprio per un liberalismo à la Macron.
Poi, è arrivata la questione dei Jilets Jaunes quando, nel dicembre 2018, il consigliere diplomatico del presidente brasiliano diceva che “Macron dovrebbe riconciliarsi con il proprio popolo, prima di criticare le decisioni del governo brasiliano” e si trattava proprio del momento in cui il governo di Brasilia abbandonava l’accordo di Parigi sul clima del 2015.
Lo scorso luglio, poi, Bolsonaro ha annullato all’ultimo momento un incontro con il ministro francese degli affari esteri Le Drian, in visita ufficiale a Brasilia.
E non bisogna nemmeno dimenticare che il presidente francese Macron ha definito, pochi giorni prima del G7 organizzato a Biarritz, gli incendi nella foresta amazzonica “una crisi internazionale”, e successivamente la Francia accusa, esplicitamente, il presidente brasiliano Bolsonaro di aver mentito, sulla questione amazzonica, durante il G20 di Osaka.
In seguito, dopo una riunione che si dice sia stata molto polemica tra Francia e Brasile, il presidente Bolsonaro ha accettato obtorto collo l’accordo di Parigi sul clima, che era conditio sine qua non per l’accordo commerciale tra l’UE e il Mercosur, l’alleanza del libero scambio di cui fanno parte Brasile, Argentina, Paraguay, Venezuela e Uruguay.
Non manca nemmeno il gossip, nella polemica tra i due presidenti: nell’agosto 2019, una rivista brasiliana ha messo in relazione la foto di Madame Macron con quelle relative alla moglie di Bolsonaro, con una indicazione del tipo: “ora voi capite perché Macron perseguita Bolsonaro?”.
Ora, a parte la volgarità di tutta la questione, vi è il segno di una tensione personale e politica tra i due presidenti che non può certo essere risolta con una stretta di mano.
Poi, il ministro dell’Istruzione brasiliano ha definito pubblicamente Macron come “un cretino” e inoltre, successivamente, il governo brasiliano ha rifiutato un sostegno di 20 milioni di euro per aiutare i Paesi (e quindi non solo il Brasile) in preda agli incendi in Amazzonia.
E inoltre abbiamo a che fare con un rapporto segreto brasiliano, fatto filtrare recentemente ai media, intitolato Scenari di Difesa 2040, realizzato peraltro con il sostegno di 500 membri dell’élite militare brasiliana, dopo 11 riunioni riservate al ministero della Difesa di Brasilia, rapporto in cui si definisce la Francia come “il principale nemico del nostro Paese”.
L’ambasciata di Francia in quel Paese ha ironizzato sulla “fantasia senza limiti” degli autori del rapporto, ma il testo brasiliano parla di una possibile domanda francese di intervento militare, all’ONU, nei territori della tribù Yanomani, alla frontiera con il Venezuela, tramite una grande mobilitazione delle forze francesi in Guyana.
La frontiera che separa l’Amapà e la Guyana francese è, si noti bene, la più lunga frontiera terrestre di Parigi, sono ben 730 chilometri.
E’ l’ultimo pezzetto di una “Francia Equinoziale” nata ai tempi di Enrico IV.
Nel dicembre 2018, tanto per notare come i brasiliani tengano particolarmente all’Amazzonia, l’agenzia per l’ecologia brasiliana Ibama ha rifiutato il permesso alla Total per attività alla foce del Rio delle Amazzoni “per difendere la biodiversità marina”.
Sempre alla fine del 2018, la Francia non ha inviato alcuna figura politica di rilievo alla consegna di quattro sottomarini brasiliani, costruiti a Cherbourg.
Siamo arrivati quindi alla terza guerra franco-brasiliana, dopo la crisi del 1894-1900 per la delimitazione della frontiera con la Guyana; e ci fu anche una disputa tra i due Paesi sempre sull’Amazzonia, che si riteneva avere delle riserve d’oro.
Poi c’è stata la guerra delle aragoste all’inizio degli anni ’60, tra il 1961 e il ’63, proprio per delimitare le aree di pesca del crostaceo.
Ci vollero le navi da guerra, da parte di entrambi i Paesi.
Da una parte, i progetti dell’Inghilterra e della Francia sulla foce del Rio delle Amazzoni, per far diventare l’area uno stato quasi “indipendente”, ma soprattutto dal Brasile, che detiene il 60% di tutta l’Amazzonia; dall’altra i progetti di tutti i governi brasiliani, dagli anni ’40 fino a oggi, di ogni colore politico, per integrare l’area amazzonica con una forte politica di identità nazionale e, soprattutto, con la costruzione della strada Transamazzonica, 4000 chilometri dentro la foresta vergine, un progetto unicamente brasiliano lanciato nel 1970.
Per la Francia, occorre poi calcolare l’opposizione della Germania (e dell’Italia) al blocco del trattato tra l’UE e il Mercosur, una opposizione da non trascurare affatto.
Ma, d’altro canto, qual è la vera politica estera di Jair Bolsonaro? Certo, il suo mentore culturale è Olavo De Carvalho, un filosofo legato a Steve Bannon e, paradossalmente, alla Nouvelle Droite francese, autore di un testo intitolato O imbecil coletivo, ma la politica interna e estera di Bolsonaro è comunque finalizzata a riorientare radicalmente la posizione del Brasile nel mondo.
E il paradigma di questo riposizionamento brasiliano è la politica estera di Donald J. Trump. Che è post-globalizzazione e successiva al vetero-nazionalismo, sempre un po’ antiamericano, di tutte le tradizioni politiche dell’America Latina.
Secondo gli uomini dell’attuale presidente, i precedenti governi di Brasilia hanno privilegiato accordi e relazioni con altri esecutivi di sinistra, soprattutto nel Terzo Mondo, mentre occorrerebbe oggi, dicono sempre gli uomini di Bolsonaro, riprendere le fila dei rapporti privilegiati con il Paesi del Primo Mondo, come per esempio gli Usa. Ma non solo gli Stati Uniti.
I dossier in cui il Brasile di Lula e di Dilma Roussef si è impelagato erano rapporti con aree verso le quali Brasilia non nutriva alcun interesse, né potere di influenza reale.
Sul piano interno, ma la questione ha anche un rilievo per la politica internazionale, la linea di Bolsonaro riguarda un progetto di Stato centrale “minimo”, nella migliore tradizione del neoliberalismo della Mont Pelerin Society, con il trasferimento di molte delle competenze centrali agli Stati federali e ai municipi, poi una ondata di privatizzazioni, oltre a una buona quota di de-regolamentazione, inoltre la diminuzione del ruolo di Petrobras, asse dei precedenti governi di sinistra, e ancora privatizzazione delle banche pubbliche, infine la riduzione o l’annullamento dei programmi strategici militari, come quello riguardante il nuovo, futuro sottomarino nucleare.
In politica estera, occorre per Brasilia migliorare le relazioni con tutti i Paesi dell’America Meridionale, ma creare anche delle sinergie con tutti i grandi players globali, come gli Usa, la Federazione Russa, per poi raggiungere un seggio permanente all’ONU.
Il Brasile di Bolsonaro vuole poi mettere in atto una nuova alleanza detta Pro Sul, che unisce tutti i governi di destra e liberisti dell’America Meridionale, mentre il presidente attuale ha comunque ridotto gli investimenti per i programmi di punta delle FF.AA., ovvero sulla cybersecurity, sul nucleare, sullo spazio, promuove inoltre lo sfruttamento dell’uranio brasiliano da parte di aziende straniere, vende EMBRAER alla BOEING, e partecipa allo smantellamento definitivo del Centro di Studi sulla Difesa dell’UNASUL, Unione delle Nazioni Sud-Americane, a Quito.
Anche per il Mercosur, ormai di scarso rilievo, il Brasile di Bolsonaro fa apertamente il tifo per il suo smantellamento, per creare successivamente una zona di libero scambio; e per poi creare accordi bilaterali dei vari Paesi con gli Usa, ma Brasilia è anche poco interessata anche all’Argentina e rifiuta, ormai quasi esplicitamente, la Cooperazione Sud-Sud con i Paesi africani.
Bolsonaro ha anche cessato di proporre il proprio diritto di voto al Fondo Monetario Internazionale e alla Banca Mondiale, visto che gli Usa sono contrari a queste estensioni del comitato direttivo di entrambi gli Enti.
Ma certamente queste due istituzioni finanziarie sono ancora nel mirino della politica estera attuale di Brasilia.
Per arrivare ai suoi obiettivi di politica estera, comunque, Bolsonaro intende avere rapporti sempre più stretti con alcuni Paesi, quali la Germania, l’India e il Giappone.
Gli Usa comunque non vogliono, è questo il loro obiettivo primario di politica estera, che un Paese o una alleanza di Paesi possa mettere in crisi l’egemonia di Washington, sia regionale che globale.
Quindi, il Brasile di Bolsonaro è uno Stato che accetta senza problemi l’egemonia Usa in America Latina, cercando di ritagliarsi un posto importante in questo nuovo assetto del sub-continente.
Gli europeisti ingenui sono avvisati.
Ma ritorniamo alla questione franco-brasiliana.
E’ già presente un ponte che unisce le due rive, francese e brasiliana, sul fiume Oyapock, ma la popolazione brasiliana in Guyana francese non supera il 10% del totale.
E c’è un dato storico importante: quando le truppe napoleoniche del generale Junot invadono il Portogallo, la Corte di Lisbona si rifugia, con l’aiuto degli Inglesi, nella ex-capitale della colonia brasiliana, Rio de Janeiro.
Poi, i portoghesi si riprendono la Guyana, aiutati sempre da una squadra navale britannica.
Poi, ancora, la Guyana ritorna francese con il Trattato di Parigi del 1817, definendo le sue nuove frontiere sull’Oyapock.
Il problema, economico e strategico, qui è uno solo: l’accesso privilegiato, dalla Guyana, all’Amazzonia.
Ma quanto durerà questa rottura tra Francia e Brasile? Sul piano psicologico e personale, tra Macron e Bolsonaro, durerà per sempre.
La Francia, da sola è appena sesta (i dati sono del 2016) tra gli investitori stranieri in Brasile.
L’unico elemento pericoloso, per Bolsonaro, è il ruolo di primo piano della Francia nella UE.
L’Europa è, tutta intera, un protagonista degli scambi con Brasilia.
Se, quindi, Macron convince gli altri Paesi dell’UE a non favorire il Brasile, firmando l’accordo UE-Mercosur, visto che Brasilia è un importante esportatore di materie prime in UE, allora, per Bolsonaro, saranno guai.

Giancarlo Elia Valori