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Le ragioni della guerra in Siria (2011-2019)

Dall’inizio della guerra civile siriana nel 2011, sono trascorsi dieci anni. La Siria è passata dalla rapida distruzione del Paese a quella della vittoria, ricordando il Vietnam degli anni Sessanta-Settanta. Molti, infatti, si chiedono come mai la Siria, Stato tradizionalmente laico e socialista nonché multipartitico (ci sono anche due partiti comunisti rappresentati nel Consiglio del Popolo siriano, il parlamento in Damasco), non sia crollata, a confronto degli altri due Paesi socialisti, Iraq prima e Libia dopo, consumati in seguito dalle guerre civili.
In primo luogo, dobbiamo comprendere il perché la Siria è importante.
Geograficamente, la Siria è a centro di di tutti gli oleodotti che dal Medio Oriente vanno all’Europa. Quindi, se gli Usa avessero vinto in Siria, sarebbero stati in grado di controllare l’unica fonte energetica dell’Europa. Invece è notizia di pochi giorni fa che «Il Nord, il Blue, il Turk e il South Stream, lo Yamal e il Nord Stream 2 – sono i gasdotti ‘non allineati’ che portano il gas all’Europa dalla Russia tagliando fuori gli interessi degli Stati Uniti. E ora rispunta la storia di questo, il più temuto di tutti – il gasdotto che vuole portare il gas iraniano nel Mediterraneo passando per Iraq e Siria».
È lo stesso gasdotto su cui sin dal 2011 erano stati elaborati i protocolli di intesa: l’anno dopo i responsabili del petrolio d’Iran, Iraq e Siria siglarono un trattato per far passare il greggio di Teheran per i tre Stati sino al Libano, e dopo nel nostro continente.
Questo progetto faceva fuori automaticamente il piano statunitense che preferiva il Qatar-Turkey Pipeline (Qatar-Arabia Saudita-Giordania-Siria-Turchia). Quando Bashar al-Assad optò per il gas iraniano, le cosiddette primavere arabe investirono la Siria e misero su un’orrenda guerra civile. Ad alcuni capi di Stato europei fu ordinato dalla Casa Bianca addirittura di ritirare onorificenze concesse al presidente al-Assad: siamo arrivati pure a questo. E io personalmente ricordo che la tv di Stato siriana che trasmetteva sul satellite fu oscurata.
Per cui un abbassamento del prezzo del petrolio avrebbe colpito duramente l’economia interna della Russia, che si basa sull’esportazione di energia, con la speranza da parte di Washington di una caduta di un’“Unione Sovietica”-bis.
Pertanto, quando l’ISIS ei ribelli siriani – sostenuti da Usa e caudatari europei – colpirono Damasco, il prezzo internazionale del greggio scese da 147 dollari al barile al minimo di 30, e l’economia russa ne risentì. Al contempo il calo del prezzo del greggio non solo significava un aumento della deflazione importata, ma abbassava anche i prezzi di altri importanti prodotti industriali nazionali in Cina. Il calo del prezzo del petrolio greggio causò un calo sostanziale del reddito commerciale delle esportazioni cinesi, poiché pagando anche con merci, esse vedevano calare la propria produzione interna.
Successivamente, Cina e Russia firmarono un accordo per petrolio e gas pari a 400 miliardi di dollari e Pechino versò 25 miliardi di dollari in anticipo alla Russia. A quel punto, la Russia visti compromessi i propri interessi derivanti dalla crisi del prezzo del petrolio, entrò nel campo di battaglia siriano per non restare inerte di fronte alle iniziative statunitensi.
All’inizio alcuni si lamentarono che la Cina aveva acquistato petrolio greggio russo a un prezzo così alto (oltre 70 dollari al barile), ma ora che il prezzo del petrolio greggio è aumentato oltre quel livello, si evince che fu un affare win-win.
Ma torniamo alla guerra civile.
Sebbene la Siria sia sciita, vi è un gran numero di sunniti nel Paese. Dopo le cosiddette primavere arabe, i sunniti Turchia e Arabia Saudita fecero pressioni per infiltrarsi in Siria e sostenere con forza l’opposizione sunnita sirianea presunti democratici (Esercito Siriano Libero) che prendevano soldi dalla retrograda monarchia wahhabbita.
Ovviamente Usa e alleati approfittarono dell’incendio per dar man forte a chi combatteva il governo legale siriano. Damasco inizialmente non fu in grado di affrontare la situazione. Di fronte all’escalation, Damasco si rivolse innanzitutto a Teheran, Baghdad e ad altre forze sciite per cercare sostegno esterno. Iran e Iraq offrirono aiuto per difendere l’arco sciita comune, aiutando al meglio il governo siriano: a quel punto scoppiò la vera e propria guerra civile siriana.
Giocarono un ruolo decisivo anche i reggimenti mercenari (contractors) e i volontari provenienti da Paesi occidentali, tutti inquadrati nell’Isis. Essi avevano armi sofisticate e un’efficacia di combattimento estremamente forte: le forze governative si difendevano per quel che potevano fare, senza possibilità di un contrattacco. Basti leggere Nella trappola di Ma’lula. Siria, 2013 in Guerra, guerra, guerra di Fausto Biloslavo e Gian Micalessin (Mondadori Electa, Milano 2018).
Gli Usa del Premio Nobel per la pace Obama, oltre a controllare il petrolio per mantenere l’egemonia del dollaro, minacciavano la kantiana Unione Europea al traino, per poi stabilire a piacimento i prezzi dell’oro nero: se la Siria cadeva, Washington poteva cacciare la Russia dal Medio Oriente e difendere ulteriormente gli amici delle monarchie e imporre i suoi prezzi petroliferi.
Al momento della quasi-vittoria, la Casa Bianca propose che la soluzione alla crisi siriana fosse che Bashar al-Assad si dimettesse in modo da porre a capo una testa di legno che firmasse per il Qatar-Turkey Pipeline, ma la Città Proibita e il Cremlino votarono contro, e quella che appariva un trionfo, si palesò come una svolta.
All’inizio un gran numero di persone ingenue e opinion makers prezzolati e/o ricattati ritenevano e diffondevano sui mass-media i miti di libere elezioni e democrazia di Els e dei terroristi dell’Isis, però le azioni efferate di quest’ultimo e dei sedicenti “ribelli” contro la popolazione civile, fecero ricredere direttamente il popolo siriano e indirettamente l’opinione pubblica internazionale che venne a sapere – pure attraverso satelliti indiscreti – che erano vere le affermazioni del laureato a Princeton, Webster Griffin Tarpley: «The United States created the Islamic State and uses jihadists as its secret army to destabilize the Middle East» (22 febbraio 2015). L’Isis nei territori siriani compiva stermini di sciiti e cristiani, comprava e vendeva schiavi e collaborando con i contractors occidentali, commerciava illegalmente organi umani e petrolio.
Nel prosieguo la Russia, le forze libanesi di Hezbollah, la brigata Al-Quds dell’Iran e i volontari sciiti e reparti dell’esercito della Repubblica Popolare Democratica della Corea (nord), hanno respinto le forze eterodirette di Isis e coalizione occidentale.
Mentre l’Isis si ritirava, gli Usa hanno proposto un accordo di armistizio in Siria al Consiglio di sicurezza, che è stato respinto congiuntamente da Cina e Russia, in quanto l’Isis deve essere completamente cacciato dalla Siria.
Ora non c’è più nessuno disposto a credere che Isis ed Els combattessero per la libertà e il voto in Siria. L’avanzare della coalizione legittimista e la pressione dell’opinione pubblica statunitense vede dov’è il marcio e ha costretto la Casa Bianca a lasciare il campo di battaglia siriano.
La guerra russo-statunitense in Siria è terminata, pero la situazione in quel paese non si è calmata, in quanto gli attriti russo-turchi possono riprendere da un momento all’altro.
In definitiva la rapida ascesa della Turchia in Medio Oriente è il problema e la sfida più grande che la Russia deve affrontare. Per esempio, la guerra civile scoppiata in Libia è stata anche segretamente una gara tra Russia e Turchia. Ankara è intervenuta apertamente e non ha avuto timore di confrontarsi con Mosca. Questa è una necessità per l’espansione del potere turco: il sogno del nuovo impero ottomano.
La guerra civile in Libia potrebbe non essere sufficiente per Russia e Turchia ad affrontare e risolvere i loro conflitti strategico-militari, ma l’urto fra i due in Siria può condurre ad conflitto militare diretto. Se scoppia una guerra tra Russia e Turchia in Siria, a quel punto gli statunitensi sosterrebbero Erdoğan, per cercare di sistemare l’oleodotto a proprio piacimento. Le ambizioni della Turchia hanno cominciato ad allargarsi e i neottomani non fermeranno la propria espansione, sostenuta dagli Usa. Se la Turchia aumenterà la pressione e l’antagonismo, essa violerà seriamente gli interessi della Russia, profilandosi una riedizione dell’eterna battaglia fra il Sultano e lo Zar.

Giancarlo Elia Valori