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La tradizionale indipendenza ed equilibrio della RPD della Corea del Nord

La tradizionale indipendenza ed equilibrio della RPD della Corea del Nord Anni fa, parlando con Kim Il-Sung, mentre stavamo affrontando le questioni del Mediterraneo, mi raccontò un episodio che riguardava un Paese nostro vicino, ma molto vicino geograficamente: l’Albania.
Nel corso del XXII Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (17-31 ottobre 1961) – che segnò la spaccatura fra Mosca e Tirana – la rappresentanza, capeggiata dal mio amico in persona, non accolse affatto l’invito di Mosca a stigmatizzare i comunisti albanesi, e non una parola di condanna fu indirizzata nei confronti di Tirana.
Anzi, cinque anni dopo, una delegazione del Partito del Lavoro della Corea presenziò – con tutti gli onori – ai lavori del V Congresso del Partito del Lavoro d’Albania (terza nell’ordine: dopo il Partito Comunista Cinese ed il Partito dei Lavoratori del Vietnam).
I residui Paesi socialisti sopravvissuti (e non) al triennio 1989-1991 risentirono di grandi crisi politiche (Madagascar); dissenso e depressione economica (Cuba, ex URSS); nazionalismi ed irredentismi (Paesi dell’ex Jugoslavia, nazionalità ex sovietiche, ecc); compromessi con l’opposizione armata (Angola, Mozambico); riforme radicali (ex URSS, Mongolia) o strutturali (Vietnam, Laos), non dimenticando la guerra civile cambogiana (1975-79); e le guerre fra Paesi socialisti (Etiopia e Somalia nel 1977; Vietnam e Cina nel 1979).
L’unico regime che ha superato indenne gli esiziali momenti di transizione del comunismo internazionale è stata la Repubblica Democratica Popolare della Corea (nord), al di là di quegli Stati – RP della Cina, Cuba, Laos, Vietnam, ecc. – che hanno sistemato, chi più chi meno, la propria struttura economica.
Uno dei due motivi basilari di resistenza nord-coreana è l’ideologia Juche, illustrata con lucida analisi da Antonio Rossiello, nel 2009 su un quotidiano italiano.
La vulgata del perfetto marxismo-leninismo in ambiente asiatico non ha mai convinto. Solo nei pochi studi seri che sino ad ora sono stati condotti nel nostro Paese sulle democrazie popolari estremorientali, Rossiello compreso, si può capire a fondo come le tradizioni di quel Continente, lascino spazio solo formale ai fomiti della Rivoluzione Francese.
Mentre il maoismo in qualche modo s’è differenziato in Occidente dal mito palingenetico del marxismo-leninismo d’impronta staliniana, il pensiero di Kim Il-Sung, non è mai stato approfondito in pieno, a causa dell’ostracismo del comunismo all’amatriciana italiota e dei suoi chierichetti, pretini, cicisbei e intellettuali da bar.
Senza dubbio, la posizione internazionale assunta dalla RDPC nei recenti settant’anni è l’ulteriore causa alla base della stabilità di P’yŏngyang interna ed esterna.
Il secondo conflitto mondiale, per buona parte dei Popoli asiatici, fu, in pratica, una guerra di liberazione. Il messaggio nipponico «l’Asia agli Asiatici» – teso a sviluppare il disegno imperiale di cacciata dell’Europa dal Continente, produsse nel breve e nel lungo periodo un indebolimento delle vecchie e nuove strutture colonialistiche: emblematici, in quest’ottica, la rivincita cinese (1934-1949), ed il riscatto vietnamita (1945-1975).
Nel senso dell’ideologia Juche, la parola libertà non ha affatto contenuti di stampo liberal-borghese, e capitalista da mercato libero, ma vuol dire unicamente: «Patria senza presenza straniera sul suolo nazionale».
La RDPC (proclamata l’8 settembre 1948, mentre il 25 aprile è la Giornata dell’Esercito) precorse i tempi, anticipando in maniera definitiva i capisaldi della propria politica di equilibrio, suggerita dalla contiguità con le due massime potenze comuniste.
Il 25 dicembre 1948 l’Armata Rossa di Stalin e l’apparato amministrativo sovietico si ritirarono dalla RPDC dietro richiesta di Kim Il-Sung.
Nel corso della guerra civile (1950-1953) la RPDC godé dell’aiuto decisivo cinese, non legandosi in seguito con Pechino. Ma questo non significò un’entrata nell’orbita sovietica oppure cinese: all’indomani delle devastazioni belliche P’yŏngyang rifiutò di aderire al Comecon (nonostante notevoli pressioni), rendendo pubblica la propria posizione, difendendola in termini chiari e di principio contro qualsiasi forma di divisione internazionale socialista del lavoro.
E su queste prospettive prendeva corpo l’idea Juche o dell’autosufficienza: «l’indipendenza economica è anche una garanzia per eliminare gioghi di ogni tipo», onde evitare al Paese il destino di provincia economica, e perciò politica, dell’uno o dell’altro grande Vicino.
Quando nuovi Stati ottennero l’indipendenza negli anni Cinquanta-Sessanta, e diverse realtà africane, asiatiche, caribiche e latino-americane si affacciavano nel panorama mondiale, la RPDC cercò di smuovere la propria vita di relazione, ristretta ai soli Paesi socialisti (ma non con la Jugoslavia di Tito filo-Usa).
Da qui, la politica nordcoreana nei confronti del Terzo Mondo si indirizzò verso obiettivi diplomatici, economici e ideologici, innanzitutto per raccogliere consensi e, in seconda fase, per migliorare la propria considerazione all’Onu (di cui non era ancora membro).
Secondo Kim Il-Sung il Terzo Mondo poteva tutelare gl’interessi di P’yŏngyang, sforzandosi di guadagnare dichiarazioni favorevoli e voti indispensabili su problemi riguardanti l’unificazione pacifica della Patria, e facilitare il tentativo d’ingresso nel blocco non-allineato.
Oltre a ciò il sostegno ai movimenti di liberazione e ad alcuni gruppi insurrezionali era visto come mezzo per la creazione di nuove entità statali che erodessero la potenza statunitense, ovvero si ponessero militarmente in opposizione alla Casa Bianca in vista del suo definitivo ritiro dalle zone d’influenza.
Nel 1957 la RPDC varò i primi accordi commerciali con Egitto, Birmania, India e Indonesia; l’anno successivo riconobbe il governo provvisorio algerino, seguirono accordi culturali con Stati afro-asiatici e Cuba.
Aiuti generali allo sviluppo si diressero ai Paesi di nuova indipendenza, che li apprezzarono molto in quanto reputati non condizionanti; fondamentali le testimonianze di solidarietà nel caso di disastri naturali attraverso l’invio di danaro alle vittime: 1958, uragano a Ceylon (Sri Lanka); 1960, terremoto in Marocco; 1961, tifone in Indonesia e inondazione in Somalia.
Negli anni Sessanta il prestigio internazionale della RPDC aumentò pure grazie al suo elevato livello di sviluppo ed autonomia, con un controllo delle risorse, della natura e delle ragioni del progresso in un Paese ex coloniale, con alle spalle pochi lustri d’indipendenza.
I dubbi sulla politica sovietica nei confronti dei Paesi del suo versante in ogni tipo di confronto con Washington (vedi il ritiro dei missili sovietici da Cuba), e il contrasti fra la RP della Cina e l’Urss nel coordinare gli aiuti alla RD del Vietnam (nord) convinsero maggiormente Kim Il-sung ad intraprendere vie distinte.
A questo proposito essa fu uno dei Paesi che diede un grande contributo, non solo verbale, al Vietnam del nord ed al FNL Viet Cong. Però la sua offerta di inviare volontari non fu accettata dai vietnamiti, nonostante la presenza di sudcoreani nel Vietnam meridionale: e con questo i vietnamiti confermarono il predetto senso asiatico di libertà: assenza di stranieri.
Infine le preoccupazioni di Mosca e Pechino alla cattura della nave statunitense Pueblo da parte delle forze nordcoreane (1969) dimostrarono a Kim Il-sung che sovietici e cinesi erano di gran lunga più attenti a tutelare i loro interessi rispetto quelli dei piccoli Paesi “fratelli”.
Negli anni Settanta, con la crescente moderazione nella politica estera – onde rassicurare l’opinione pubblica mondiale della propria volontà di unificazione pacifica – Kim Il-Sung accentuò nella alleanza con il Terzo Mondo anche la realizzazione della causa della democrazia fra Stati, l’indipendenza nazionale e il progresso sociale. Ma un passato comune di umiliazioni e offese, e di lotte contro il colonialismo e l’imperialismo, era pur sempre vivo nelle attività internazionali di P’yŏngyang.
La RPDC fu il primo Paese a offrire volontari per la Cambogia dopo il rovesciamento del principe Sihanouk (1970), inoltre aiutò e finanziò numerosi movimenti di liberazione afro-asiatici e latino americani.
Però nel 1972 il governo nordcoreano – salvo assistenza militare allo Zimbabwe African National Union-Patriotic Front – abbandonò l’appoggio fattivo ai movimenti (mantenendo con loro solidarietà politica), in favore di una campagna sistematica per ottenere un vasto riconoscimento diplomatico. Infatti preferì assistere realtà già consolidate: Egitto, Malta, Mozambico, Seicelle, Uganda, Lesotho, ecc.
I risultati non si fecero attendere: nel 1973 le fu garantito lo status di osservatore presso le Nazioni Unite, per essere già membro della World Health Organization. Nell’agosto del 1975 la Conferenza di Lima dei ministri degli esteri dei Paesi-non-allineati accettò la candidatura della RPDC (mentre la Corea del sud veniva respinta).
Gi sforzi effettuati direttamente all’Onu realizzarono in un grande successo simbolico, poiché per la prima volta conquistava la maggioranza un documento consacrante la posizione di P’yŏngyang. In quell’anno l’Assemblea Generale passò con 54 voti favorevoli, 43 contrari, 42 astensioni e 4 assenti, la risoluzione 3390 B (XXX) del 18 novembre, che chiedeva il ritiro delle truppe straniere presenti nella Corea del sud sotto la bandiera Onu e l’apertura di negoziati tra gli Usa e la RPDC (il governo di Seul era ignorato).
Tra il 1975 ed il 1979 la RPDC continuò a stipulare nuovi accordi economici, scientifici, di trasporto e culturali con i Paesi Emergenti, fino a giungere al VI Congresso del Partito del Lavoro – apertosi il 10 ottobre 1980 – il quale, di fronte a nuove problematiche internazionali, puntualizzò senza equivoci o formule di compromesso la linea tradizionale.
P’yŏngyang denunciò l’intervento vietnamita in Cambogia (1978) ma prendendo le distanze dai Khmer Rouges, e non invitando delegazioni cambogiane al congresso; fu accettato solo un messaggio di Sihanouk residente nella capitale.
Interpellati, alcuni dirigenti palesarono di non aver mai approvato la presenza sovietica in Afghanistan, ma di non voler prendere posizioni ufficiali in quanto «non serve a nulla»; essi, nel corso dei lavori congressuali, si limitarono a denunciare le tendenze «dominazionistiche» (si evitò il vocabolo «egemonistiche» per il fatto ch’era usato dai Cinesi nei confronti dei Sovietici).
Grande fu lo spazio dato da Kim Il-Sung, nel suo rapporto, al Movimento dei Paesi-non-Allineati. Il presidente respinse la tesi cubana, secondo cui il Movimento sarebbe stato l’alleato naturale del campo socialista, dichiarando che «i Paesi allineati non devono assolutamente seguire l’uno o l’altro blocco, né lasciarsi condizionare, o permettere divisioni in seno».
Queste affermazioni si accompagnarono ad un atteggiamento di apertura verso i partiti dell’Internazionale socialista. Dalle molte e numerose delegazioni socialiste europee invitate, apparve chiaro che la RPDC desiderava partecipare alle riunioni dell’IS in veste di osservatore.
Sebbene alcuni partiti socialisti (la tedesca SPD) fossero più ostili di altri alla natura del regime, tuttavia rimasero sensibili alla volontà sempre manifestata in quegli anni e realizzatasi anche nella posizione assunta durante la prima guerra del Golfo (1980-1988). P’yŏngyang sostenne l’Iran, vittima della tentata invasione irachena, mettendo a disposizione del Paese aggredito armi e tecnologia avanzata in un momento in cui a Saddam Hussein at-Tikriti aveva dalla sua Washington, Mosca e Pechino. Furono RPDC, Siria, Libia ed Albania i soli a sostenere l’Iran che aveva contro il mondo.
Nel 1991 le due Coree sono state ammesse separatamente all’ONU: il consenso è stato espresso nella seduta inaugurale della XLVI Sessione ordinaria dell’Assemblea Generale (17 settembre). Ciò è potuto accedere perché il 28 maggio la RPDC aveva deciso di soprassedere in maniera definitiva al principio della rappresentanza unica confederale, in seguito ai successi di Seul nell’ottenere assicurazioni da Cina ed Unione Sovietica sul ritiro del veto alla propria candidatura.
Un evento di portata storica si è registrato a fine 1991. I due primi ministri coreani, Yon Hyong Muk (nord) e Chung Won Shik (sud), il 13 dicembre siglarono a Seul un trattato di conciliazione e non-aggressione, che formalmente pone fine allo stato di guerra, perpetuatosi sin dall’Armistizio (27 luglio 1953).
L’accordo ripristinò le comunicazioni, gli scambi di natura economica, e consentì la riunione delle famiglie separate all’indomani del conflitto (25 giugno 1950); inoltre stabilì la presenza di una guarnigione mista a Panmunjon, lungo la fascia demilitarizzata. Primo passo verso l’unificazione della Penisola, auspicata – sia pure in termini diversi – da entrambi i governi.
Il buon esito si ebbe primamente per la rinuncia di P’yŏngyang (dichiarata appena ventiquattr’ore prima della firma) di voler trattare solamente con la Casa Bianca, in qualità di controparte dell’Armistizio; si evinceva la volontà statunitense di non cedere ai tentativi diplomatici nordcoreani miranti a considerare la Repubblica della Corea come una sua dépendance.
Al di là di facili entusiasmi, restaroni diffidenze e reciproci sospetti. La stessa permanenza delle forze statunitensi (sotto bandiera Onu) – temuta dai nordcoreani – fu riconfermata dall’allora segretario alla Difesa, Dick Chaney, nel novembre 1991.
Attualmente i militari statunitensi in Corea del Sud sono ben 28.500. È il terzo contingente di soldati Usa all’estero; un dato che non coincide col senso di libertà, prettamente asiatico: Giappone: 53.732, Germania: 33.959, Corea del Sud: 28.500, Italia: 12.249, Regno Unito: 9.287, Bahrein: 4.004, Spagna: 3.169, Kuwait: 2.169, Turchia: 1.685, Belgio: 1.147, Australia: 1.085, Norvegia: 733, ecc.
Italia e RPDC strinsero relazioni diplomatiche nel gennaio 2000.

Giancarlo Elia Valori