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La tensione tra Iran e Stati Uniti

All’inizio dell’estate ultima scorsa, ovvero, per l’esattezza, l’8 maggio 2018, il presidente degli Usa Donald J. Trump ha realizzato un suo vecchio progetto, ovvero quello abbandonare esplicitamente il Jcpoa, ovvero il Joint Comprehensive Plan of Action raggiunto tra l’Iran, gli Usa, Cina, Francia, Russia, Regno Unito + la Germania e l’Unione Europea il 14 luglio 2015.

Gli ispettori della Iaea passano 3000 giorni di lavoro l’anno, in media, controllando le strutture nucleari iraniane, e finora non hanno accertato particolari deviazioni iraniane dal tracciato definito nell’accordo del 2015.

Immediatamente dopo l’azione di Washington, l’Ue ha adottato un blocking statute, sulla base del fatto che gli Usa avevano unilateralmente dichiarato che l’Iran non aveva pubblicamente dichiarato un precedente, precedente al Jcpoa, programma atomico.

Secondo il Trattato del 2015, l’Iran aveva accettato di distruggere il proprio arsenale di uranio mediamente arricchito, di eliminare poi del 98% la propria produzione di uranio a basso arricchimento e di ridurre infine di due terzi il numero delle sue centrifughe a gas per la selezione degli isotopi, per la durata di 13 anni a partire dalla firma dell’accordo con il P5+1, il JCPOA appunto.

 

Per i prossimi 15 anni, infatti, Teheran avrebbe arricchito il proprio uranio nella sola quota del 3,67% rispetto ai livelli precedenti la sigla dell’accordo stesso, senza costruire inoltre altre centrifughe per i successivi 10 anni dalla firma del Jcpoa, mentre la produzione dell’uranio arricchito avrebbe dovuto essere ridotta all’attività di una sola centrifuga e perfino di prima generazione.

 

L’Ue ha messo in azione, come dicevamo sopra, un blocking statute soprattutto per proteggere le società con sede in Ue dagli effetti delle sanzioni Usa contro l’Iran, e la Iaea, nel maggio 2019, ha stabilito che, comunque, Teheran aveva mantenuto sostanzialmente fede, lo abbiamo visto, ai patti dello Jcpoa, salvo alcuni dubbi sul numero delle centrifughe realmente in azione.

 

L’Iran, immediatamente dopo il ritiro degli Usa dal trattato, ha riaffermato la sua accettazione del trattato del 14 luglio 2015, insieme alla Francia, la Germania e la Gran Bretagna, mentre la Federazione Russa e la Cina affiancano esplicitamente l’Iran, il quale afferma che sono stati solo gli Usa a ritirarsi unilateralmente e illegalmente dall’accordo.

Uno dei motivi politici dell’uscita degli Usa dal Jcpoa sarebbe stato, per Trump, il derivante rafforzamento delle sue posizioni, durante la trattativa con il leader nordcoreano Kim Jong Un; mentre il vecchio presidente Barack Obama ha affermato che l’uscita degli Usa dal trattato del 14 luglio 2015 lascia gli Usa nelle more di due scelte ugualmente suicide: o un Iran completamente nuclearizzato, oppure l’avvento veloce di un’altra guerra in Medio Oriente.

Gli unici paesi sostenitori di Trump, contro l’accordo con Teheran sul nucleare, sono stati l’Arabia Saudita, storico avversario degli sciiti iraniani e, ovviamente, Israele.

Il presidente Usa ha poi aggiunto che gli Usa collaboreranno con l’Ue “fare pressioni” sugli iraniani, ma l’Unione Europea ha messo in atto un progetto, denominato Instex, ovvero Instrument Supporting Trade Exchanges, per evitare gli effetti negativi, sulle società e le imprese europee, delle sanzioni Usa. L’Instex, annunciato ufficialmente il 31 gennaio 2019, ha come presidente Per Fischer, già capo delle attività finanziarie alla Commerzbank, insieme a Simon McDonald, sottosegretario permanente agli affari esteri in Gran Bretagna, poi ancora Miguel Berger, capo dell’ufficio economico al ministero degli esteri tedesco, e ancora Maurice Gourdault de Montaigne, segretario generale del ministero degli esteri di Parigi (“e dell’Europa”, come recita la formula ufficiale) e non ci sono, in tutto l’organismo, dei dirigenti di alto livello del sistema bancario e delle istituzioni commerciali.

Una organizzazione politica che è diretta a fini politici nei confronti dell’Iran e degli stessi Usa, non una vera base di partenza per continuare a fare affari in Iran.

Quindi per molti Stati, Iran compreso, l’Instex rappresenta più una mossa politica per differenziarsi con fatica dagli Usa che un sistema efficace e operativo contro le sanzioni comminate a Teheran dagli Stati Uniti.

Il 29 aprile u.s., l’Iran ha poi annunciato di aver istituito lo Special Trade and Finance Institute, Stfi, per monitorare le attività dell’Instex e favorire così l’interscambio Iran-Ue, anche durante l’azione delle sanzioni Usa.

Il presidente iraniano dello Stfi è Ali Askar Nouri, già consulente della Iran Zamin Bank, poi abbiamo Hamid Ghanbari, già direttore della Central Bank of Iran, poi ancora Farshid Farrokh, dirigente della Refah Bank, infine alcuni altri, sempre provenienti dal sistema bancario iraniano.

Dato il basso livello politico dello Stfi iraniano, è probabile che il governo di Teheran non creda affatto al sistema Instex per risolvere davvero i rapporti commerciali tra la Ue e l’Iran.

Il sistema europeo implica poi che i profitti generati dall’acquisto del petrolio iraniano, da parte di imprese collocate come sede in Ue, debbano essere trasferiti al “veicolo”Instex.

Ma, date le restrizioni generali degli Usa alla vendita del petrolio iraniano, è molto probabile che il “veicolo” eu sia sempre più legato a fondi iraniani sempre minori. E che non riesca, quindi, a raccogliere abbastanza liquidità per giustificare un interscambio ragionevole con l’Europa.

Peraltro, visto che i maggiori acquirenti del petrolio di Teheran sono proprio degli Stati extra-europei, è ugualmente molto improbabile che questi Paesi, ovvero la Cina, l’India, la Corea e il Giappone, accettino di trasferire i loro pagamenti all’Instex.

Peraltro, anche se il veicolo Eu funzionasse davvero, l’Iran non potrebbe spendere tutti i fondi contenuti nel meccanismo europeo altrimenti, date proprio le normative Usa, che non per i soli medicinali e, in scarsa quantità, per il cibo.

Quindi, non si può creare un meccanismo per proteggere gli scambi Iran-UE, se non si fanno anche degli accordi con gli Usa.

Ma chi viene colpito davvero dalle sanzioni di Washington? Più che le azioni politico-militari dei governi iraniani, quello che viene davvero distrutto è il settore economico privato di quel Paese.

La popolazione iraniana è oggi di 82 milioni di persone, con un ranking economico che pone la repubblica sciita di Teheran al diciottesimo posto nel mondo.

Altro motivo di crisi economica estero-diretta, per l’Iran, è la svalutazione del rial, la valuta nazionale.

 

Le azioni inflazioniste del governo locale, la restrizione delle attività in valuta estera e il conseguente rallentamento della crescita, con una inflazione al 13% e una disoccupazione al 12,3%, sono cure da cavallo. E si tratta di dati ufficiali del governo di Teheran, molto più accettabili, apparentemente, dei dati reali.

Inoltre, il regime scita ha imposto restrizioni per ben 1300 tipologie di prodotto, oltre alla fuga dal dollaro nelle transazioni e l’utilizzo preferenziale dell’Euro per gli scambi internazionali.

Il rial, nel mercato reale dei cambi, oggi vale 90.000 rispetto al dollaro Usa, mentre alla fine dello scorso anno ci volevano 42.840 rial per un solo dollaro statunitense. Una Weimar Inflation indotta. E che è destabilizzante per ogni sistema sociale.

Ma l’Euro non è una valuta che ha la caratteristica di essere un Lender of Last Resort, come afferma spesso Paolo Savona, quindi il suo uso globale è, inevitabilmente, molto ridotto.

Il rial, di conseguenza, dovrebbe cadere ancora di almeno il 10% nello scambio con il dollaro Usa.

Gli interessi bancari sono già al 24%, sempre a tassi ufficiali. L’euro è quindi inallocabile, in questi contesti di crisi, mentre cresce il ruolo del renmimbi cinese, data la vasta acquisizione, da parte di Pechino, del petrolio iraniano. E che non durerà in eterno.

Se non per mantenere un gioco di tensioni con gli Usa, da parte di Pechino, nelle more della guerra commerciale che infiamma i due maggiori attori dell’economia globale, Usa e Cina.

I trasferimenti verso l’estero, in questo caso l’Ue, costano per l’impresa iraniana almeno un 20% sul totale del capitale trasferito.

E’ bene poi ricordare che la vendita del petrolio vale, per il PIL iraniano, solo il 40% del totale, visto che il settore maggiore dell’economia iraniana sono i servizi, che valgono il 51% del PIL, poi il turismo, con il 12%, ancora l’immobiliare, infine il settore minerario (13%) e l’agricoltura, ancora al 10%.

Una possibile soluzione? La maggiore correlazione economica tra Iran e Cina, visto che la crisi commerciale tra Washington e Pechino è quasi simultanea a quella tra l’Iran e gli Usa. Ed ha potenziali strategici non del tutto dissimili.

Quindi gli effetti saranno, per gli Usa, la massima pressione disponibile nei confronti dell’Iran, oltre alla maggiore presenza militare statunitense nel Medio Oriente, oltre ancora ai danni procurati dagli Usa agli alleati europei ancora legati alla firma sul Jcpoa del 2015.

E, poi, come non pensare alle inevitabili reazioni negative sul Trattato di Non Proliferazione Nucleare, già sotto pressione da varie parti.

Peraltro, le relazioni bilaterali Cina-Iran sono ancora in forte crescita, sia sul piano economico che su quello politico e strategico.

Pechino importa oggi l’11% del suo petrolio dall’Iran, oltre ad un investimento di oltre 5 miliardi di Usd per l’aggiornamento tecnologico della raffinazione e del trasporto degli idrocarburi.

La Cina ha anche investito nel sistema dei trasporti urbani soprattutto nella metropolitana di Teheran, nelle autostrade regionali, nel Mehran Petrochemical Complex, oltre a una linea di credito della CTIC, la finanziaria di Stato cinese, per oltre 10 miliardi di Usd, nei confronti del governo iraniano.

La China Development Bank ha inoltre garantito altri 15 miliardi di Usd, fino a un passaggio di capitali, tra Teheran e Pechino che, secondo le parole di Hassan Rouhani, il capo attuale del governo iraniano, dovrebbe arrivare a ben 600 miliardi di Usd.

Per la Cina, l’Iran è ormai il secondo trading partner, dopo gli Emirati Arabi Uniti, oltre a poter rifornire stabilmente la repubblica sciita di armi evolute.

Quindi, si tratta di una vera e propria “sostituzione delle importazioni” dell’Iran, sia dalla UE che, ovviamente, dagli Usa, che permette alla Cina di creare un avamposto nel Golfo Persico, economico e militare insieme, capace di contrastare, in breve tempo, la presenza strategica di Washington nell’area. Tralasciamo qui, per pura pietà, l’assetto militare dei Paesi UE nel Medio Oriente.

Inoltre, anche gli Usa sanno che uno scontro con l’Iran, dato l’assetto asimmetrico delle forze militari di Teheran, potrebbe essere molto costoso e anche pesante per gli Stati Uniti che, probabilmente, riuscirebbero appena a penetrare nel Golfo, mentre si ritiene ancor oggi più difficile una diretta azione nordamericana sul terreno iraniano.

Intanto, l’Iran sta creando con fatica nuovi mercati per il suo petrolio, in aree non integrabili nel sistema Jcpoa e Usa.

I Paesi-obiettivo dell’espansione di Teheran sono il Brasile, poi la Cina, come al solito, ma anche l’India, che possono essere oggi determinanti; dato che la produzione iraniana è arrivata a soli 400.000 barili/giorno lo scorso maggio, meno della metà delle vendite del mese precedente e, addirittura, sotto i 2,5 milioni di barili/giorno dell’aprile 2018.

Il tutto partendo da un reddito annuale dal petrolio iraniano di circa 50 miliardi di Usd.

Ma oggi la raccolta petrolifera, dicono gli esperti Usa, è caduta di almeno 10 miliardi di Usd, dopo la re-imposizione nordamericana delle piene sanzioni, avvenuta lo scorso novembre.

Si salvano ancora le esportazioni iraniane, anche verso la Turchia, di derivati iniziali del petrolio, come l’urea, ma soprattutto le vendite di gas naturale, di gas di petrolio liquefatto, di biofuel, di metanolo, e anche di altri prodotti energetici non-oil.

Per il pagamento, l’Iran accetta o l’uso di monete diverse dal dollaro oppure il vecchio, ma tradizionale nel mondo petrolifero, sistema della permuta.

Ma torniamo alla crisi politica bilaterale tra Usa e Iran.

Dopo le sanzioni rinnovate da Donald J. Trump, l’Iran ha ricominciato l’arricchimento dell’uranio al 20% e, inoltre, Teheran ha annunciato che aggiornerà il reattore di Arak, che era parte del sistema militare iraniano e produceva plutonio.

Peraltro, l’Iran afferma che Arak è ancora sottoposto alle norme del Jc poa, e che la sua attività produttiva cesserà a breve.

A Natanz, altro centro importante di produzione iraniana di uranio arricchito, l’estrazione degli isotopi, è aumentata sensibilmente. Lo dicono gli stessi dirigenti iraniani, tale estrazione dovrebbe essere aumentata del 400% rispetto alle regole del Jcpoa.

Il trattato del 14 luglio 2015 limita, ricordiamolo, la produzione dell’uranio a 300 chili di UF6, (uranio esafluoride) che ha un contenuto reale di uranio attivo e utile di 202,8 chili.

Sul piano strettamente militare, gli Usa hanno già mandato nell’area del Golfo Persico un gruppo di navi da guerra che include la portaerei Abraham Lincoln, quattro cacciatorpedinieri muniti di missili, poi ancora la dislocazione di alcuni bombardieri B-52 nella base Usa di Al-Obeid, in Qatar, più oltre 120.000 uomini, distribuiti nelle varie facilities statunitensi in Medio Oriente, anche se Trump ha affermato che la spedizione di queste truppe è una fake news.

Ma essa è stata recentemente confermata dall’Amministrazione presidenziale Usa.

La Guardia Rivoluzionaria Iraniana, i pasdaran, hanno comunque attaccato, il 12 maggio scorso, tra le quattro e le sette grandi navi commerciali nel porto di Fujrairah, uno dei grandi snodi mondiali del commercio marittimo dei petroli. Altri dati non sono stati notificati alla stampa.

Si tratterebbe, inoltre, di alcuni vascelli appartenenti a società con sede negli Emirati Arabi Uniti.

E’ anche probabile che tali navi fossero, almeno due, di nazionalità saudita.

Un altro attacco di oscura matrice iraniana è avvenuto il maggio 19, quando un razzo Katjuscia è stato lanciato verso l’Ambasciata Usa a Baghdad, ma senza fare vittime.

Il Leader Supremo Alì Akhbar Khamenei ha comunque dichiarato, il 14 maggio scorso, che “non ci sarà nessuna guerra contro l’America” ma, nello stesso tempo, il Rahbar iraniano non vuole una riapertura delle trattative nucleari con Washington.

Sia perché Khamenei non vuole dare l’impressione di soccombere rapidamente agli americani, e qui allora il regime sciita potrebbe perfino autodistruggersi, sia perché la riapertura delle trattative implicherebbe, con ogni probabilità, la totale cessazione delle ambizioni nucleari di Teheran.

Si noti, poi, la questione petrolifera degli stessi Usa.

Le tensioni nel Golfo aumentano rapidamente e sensibilmente tutti i prezzi del greggio Opec, mentre il petrolio Usa diviene, dati i suoi costi più elevati di estrazione, capace anche di produrre utili, in un contesto di crescita rapida e incontrollabile dei prezzi al barile dell’Opec.

 

Gli Stati Uniti sono arrivati, ormai, ad una produzione di almeno a 2,5 milioni di barili/giorno, il che rende gli Usa attenti ad ogni utile hedging possibile sul petrolio Opec, per sfruttare ogni crisi geopolitica che, nel mercato dei petroli, ha sempre riflessi immediati sul prezzo del barile.

 

E, è anche bene notarlo, lo Stretto di Hormuz è largo ben venti miglia. Non è tecnicamente possibile che l’Iran possa controllarlo o bloccarlo tutto.

Teheran può comunque utilizzare dei forti cyberattacchi contro le reti petrolifere degli Stati confinanti, che sono peraltro tutti legati, in vario modo, all’Arabia Saudita.

Ma Riyadh e gli Emirati Arabi Uniti hanno pipelines alternative, che possono facilmente bypassare lo Stretto di Hormuz.

I sauditi possono vendere, anche nel caso di un attacco non-convenzionale iraniano, almeno 6,5 milioni di barili-giorno, e gli Usa sono molto meno esposti, oggi, ad uno shock petrolifero come quelli degli anni ’70, dato che l’economia americana è meno oil-dependent e, soprattutto, dato che la produzione nazionale di idrocarburi americana (e canadese) è tale da garantire un livello accettabile di uso dei petroli, anche senza gli acquisti nordamericani verso i Paesi Opec.

Nel 2019, invece, la Cina ha accettato di continuare ad acquistare, ai bassi prezzi dell’Iran, gli idrocarburi di quel Paese, con un livello che oscilla sui settecento-ottocentomila barili/giorno.

Teheran non ha alcun interesse, poi, a trattare con Washington, proprio ora che inizia un nuovo ciclo elettorale presidenziale.

L’otto giugno di quest’anno, poi, l’Iran ha dichiarato ufficialmente che infrangerà alcune altre restrizioni contenute nel Jcpoa, se il trattato del 2015 continuerà a non conferire all’Iran i previsti benefici economici.

Le rimanenti parti che hanno aderito al Jcpoa hanno raccomandato all’Iran di mantenere, anche unilateralmente, fede al patto del 14 luglio 2015, e si tratta di Paesi come la Cina e il Regno Unito.

L’Ue, in ogni caso, continuerà a fare le verifiche sulla compliance da parte iraniana dell’accordo Jcpoa, sia nella raccolta di acqua pesante che nella produzione di uranio arricchito, essenziale per costruire l’arma atomica.

Sul piano strettamente economico, l’Iran ha abolito il regime dei sussidi per il petrolio alla popolazione, un costo di 38 miliardi di Usd l’anno, circa il 20 del PIL.

E questo è il primo dato da tenere in mente, come hanno ampiamente notato sia il Fondo Monetario che la Banca Mondiale.

Ma, in un contesto come quello sanzionistico, è impossibile mantenere una politica di liberalizzazioni interne.

Comunque, sul piano unicamente strategico, cosa potrebbe significare tutto questo, nella misura in cui si delinea uno scontro geo-economico stabile tra Iran e Stati Uniti?

Una guerra in Libano molto più dura e continua di quelle che abbiamo già sperimentato, per esempio.

Oppure, ancora, uno scontro contro Israele che riguarda l’unità di siriani di Assad, Hezb’ollah, qualche reparto iraniano delle Guardie della Rivoluzione e perfino Hamas a sud.

Una guerra, questa, di lunga durata e tale da consumare lentamente sia il materiale e gli uomini dello stato ebraico che il loro sostegno internazionale.

Oppure, ancora, una nuova guerra in Siria, tra il Golan e le aree vicine a Damasco, tale da costringere ad un ruolo militare la Russia nello spazio della Siria di Assad e da creare uno scontro, sempre sulla sola Siria, tra Gerusalemme e Mosca.

Oppure, altra possibilità, uno scontro diretto tra Israele e Iran, con attacchi aerei sul territorio stesso della repubblica sciita e la disponibilità di tutta la panoplia per le azioni non-convenzionali.

Oppure, ultimo scenario, uno scontro che operi in tutto il Medio Oriente, con l’eventuale presenza dell’Arabia Saudita e il coordinamento, da parte dell’Iran, di tutte le forze sciite dentro e fuori i Paesi avversari.

E’ da questo punto di vista che dobbiamo valutare il rafforzamento, al quale avevamo già fatto cenno, del dispositivo militare Usa in tutto il Medio Oriente.

E si noti bene che i 120.000 militari statunitensi da porre tra le varie basi di Washington nell’area sono, come numero, più o meno quelli che vennero mossi per l’attacco all’Iraq di Saddam Husseyn nel 2003.

Intanto, la crisi economica si stringe sull’Iran: nel marzo di quest’anno 2019, le esportazioni di petrolio si sono ridotte drasticamente, tanto da raggiungere solo 1,1 milioni di barili in media; mentre Taiwan, Grecia e Italia hanno cessato le importazioni, ma con gli importatori maggiori Cina e India, che hanno ridotto del 39% e del 47% rispettivamente i loro acquisti in Iran.

Tanto più aumenta la crisi a Teheran, tanto più la carta di una guerra regionale, probabilmente innescata dall’Iran, diventa più probabile.

E’ in questo equilibrio molto tenue tra una possibile guerra anti-sciita e una attenta valutazione degli effetti e dei risultati di una probabile guerra contro l’Iran, e su come lascerà il Medio Oriente, che va valutato il probabile scontro tra Teheran e Usa, Israele, Arabia Saudita.

Giancarlo Elia Valori, Manager, economista e professore straordinario presso la Peking Universisty