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La sostanza geopolitica della caduta del Muro di Berlino

La rottura fisica, più che la vera e propria caduta, del Muro di Berlino è al centro, oggi, di mille travisamenti strategici e storici.
La retorica ingenua della “global democracy” che irrompe a Potsdam per la volontà del popolo cosciente, per usare proprio una vecchia definizione della propaganda comunista, o la inevitabile vittoria dei famosi valori occidentali su tutto il resto.
Favole. La trattativa, che portò anche all’uso, da parte di Mitterrand e della Thatcher, della moneta unica EU, l’Euro, come ricatto strategico contro il Marco Tedesco unificato, fu geopolitica e minitare.
Intanto, la dirigenza più accorta dell’Europa occidentale faticava a dire di non volerla, l’unificazione, ma era proprio così.
La battuta di Giulio Andreotti è ormai notissima, “amo la Germania talmente tanto da volerne due”, ma anche Margaret Thatcher e Mitterrand avevano mille dubbi. Che mantennero.
Il presidente socialista francese era nettamente contrario all’unificazione tedesca. Forse la sua dirigenza non del tutto, si giocavano una Germania unita ma priva di tutela militare, ma Mitterrand certamente non era favorevole.
E qui le mie testimonianze, dagli agenti del Servizio di Parigi ai tanti amici che avevo in Francia, concordano tutte.
Per un momento, la Francia di Mitterrand pensò perfino ad un suo proprio scudo geopolitico e militare per la DDR, e invitò comunque Erich Honecker, il capo della Repubblica Democratica Tedesca, ad una visita di Stato in Francia, dove fu trattato come un capo di Stato.
E ormai nessuno trattava così i dirigenti della DDR.
L’idea di Parigi era quella di bloccare sine die la riunificazione, per poi trattare, da una posizione di forza, i modi e i tempi di una “federazione” democratica tra le due Germanie.
Rimaneva ignoto il loro ruolo, delle due Germanie, nella UE, ma si capiva che la futura presenza francese nella Deutsche Demokratische Republik era l’asse decisionale di Parigi. Anche dal punto di vista economico.
La DDR non era affatto uno stato al collasso. Pagava, fino al 1 luglio 1990, il giorno della sua dissoluzione, tutti i suoi debiti internazionali.
Forze, Krenz e gli eredi di Hohnecker pensavano, uomini del vecchio mondo, che l’URSS avrebbe continuato a sostenerli, e il giorno prima del 1 luglio 1990, il 30, è proprio la Germania Ovest che decide un cambio a 1:1.
Prima il cambio tra le due Germanie era di 1 a 4,44, e fu, come si può facilmente immaginare, un vero disastro, per la DDR.
La DDR perde tutti i mercati del COMECON sovietico, ovviamente e, poi, come una Italia ante litteram, perde anche i mercati occidentali.
La produzione ad Est crolla del 30% in poco tempo. Poi, dopo le elezioni ad Ovest, la Germania Est, allo stremo, accettò di riformare alcune leggi: la disoccupazione cessò di essere incostituzionale, in un Paese che aveva il Compasso e il Martello, simboli massonici, nello stemma nazionale, poi la Germania di Potsdam entrò ad Ovest come insieme di regioni, non come uno Stato autonomo.
La Treuhandanstalt dell’Ovest privatizzò le imprese in modo superficiale, ma le imprese che erano stata distrutte dal cambio 1:1 overnight furono vendute a presso amichevole.
Per le abitazioni private, furono aperte 2,17 milioni di cause legali, ma fu proprio Gorbaciov, con un bilancio statuale distrutto, ad accettare la distruzione, economica prima che politica, della vecchia Germania Est per avere dei crediti dalla Germania Ovest.
Accetta anche la riunificazione dentro la NATO, sempre per tappare i buchi del bilancio ancora sovietico, ma concede perfino, a Kohl, mano libera sul trattamento dei vecchi capi della DDR.
Ecco tutto.
Il Presidente francese, che voleva soprattutto un approccio moderato alla riunificazione tedesca, non eraperò, in linea di principio, contrario alla riunificazione, ma la voleva senza destabilizzare Gorbaciov, soprattutto, mentre la Gran Bretagna della Thatcher era sempre esplicitamente contraria alla Riunificazione.
La Iron Lady sosteneva pienamente, infatti, il progetto gorbacioviano in URSS, non voleva poi la destabilizzazione in Europa dell’Est, non voleva infine l’acquisizione, costosa e dagli imprevedibili effetti, dalla vecchia Unione Sovietica da parte degli americani.
Pensava, la “figlia del droghiere”, come snobisticamente la chiamava la Regina Elisabetta II, che ci sarebbe stata, in un contesto diverso, anche una parte del tutto british nella spartizione delle spoglie della moribonda URSS.
Acquisizione, valutata affaristicamente in 10mila miliardi di Usd, per la previsione di Jeffrey Sachs, che poi generarono, per quella cifra, la totalità dei vaucher, distribuiti a tutti i cittadini dell’URSS, che poi il governo di El’cin produsse, probabilmente, in quantità superiore alla bisogna.
E, nella crisi economica e alimentare del 1992-1993, moltissimi voucher andarono, come era prevedibile, nelle mani sbagliate. I futuri “oligarchi”.
Gli avvenimenti tedeschi accaddero comunque per la loro intima natura, quando qualcuno (gli Usa? I sovietici?) accelerò fortemente le rivolte di piazza nella DDR, per arrivare alla riunificazione immediata. E irrazionale.
Quale poteva essere, infatti, la ratio di una URSS che, alla fine della sua storia comunista, cedeva la perla dell’Impero sovietico, la Germania Est?
Cossiga, per come gliene parlai, era convinto che Mosca aveva lanciato all’Occidente questa grande polpetta avvelenata, la Germania Unita, per bloccarlo e renderlo incontrollabile.
Troppo grosso, il boccone tedesco, per digerirlo tranquillamente.
La Germania Unita avrebbe deciso, e questo la Thatcher lo sapeva bene, il futuro della penisola eurasiatica.
Helmut Kohl, che era furbissimo, fece però capire a Gorbaciov che la Germania avrebbe facilmente sostenuto anche i costi del ritorno in Patria delle truppe sovietiche di stanza in Germania Est, mentre lo stesso Kohl vinse facilmente le elezioni tedesche del 1990 che, probabilmente, senza la prospettiva della riunificazione, avrebbe perso.
Spregevole, lo dico senza infingimenti, fu invece Angela Merkel, scoperta proprio da Kohl, che al funerale del grande leader tedesco, mentre la moglie di Helmut Kohl tentava di abbracciarla, si ritirò dicendo “mantenga la sua naturale distanza”.
Senza Helmut Kohl, la Merkel sarebbe stata solo una emigrata qualsiasi dalla DDR, con un padre teologo protestante compromesso, inevitabilmente, con il regime comunista, e lei stessa dirigente della gioventù del Partito dell’Est, la SED. Nessuno poi ha mai indagato appieno sul ruolo della Merkel all’interno dei Servizi della DDR.
Francesco Cossiga sapeva, da stratega nato e sputato, quale fosse la vera posta in gioco con la riunificazione, e operò con Kohl per rallentarla, ma non eliminarla, creando una fase di integrazione tra le due Germanie che sarebbe stata decisa, in una conferenza ad hoc, dalle altre nazioni europee, oltre che dagli Usa.
Margaret Thatcher era solo contraria, e basta.
Il vero passaggio fu la fine per autodistruzione del regime di Gorbaciov in URSS, che permise, questo sì, l’unificazione rapida, irrazionale e intesa soprattutto, come Kohl voleva, come un “allargamento” della Repubblica Federale Tedesca.
Gli americani non avevano una idea sulla quale lavorare.
Tra quelli che, nel Dipartimento di Stato, pensavano a una Europa più solida, con la vecchia DDR unificata con la FRT dentro, contro tutto ciò che stava sorgendo nella vecchia URSS, e anche la CIA, che leggeva correttamente l’utilità, per gli Stati Uniti, di una nuova Europa debole per permettere la penetrazione non concorrenziale del capitale americano in Russia e nell’Asia Centrale.
Tra gli analisti Usa più attenti, ci fu John Mearsheimer, secondo il quale la fine della guerra fredda pose fine alle grandi potenze, che avevano dominato la penisola eurasiatica fino ad allora, a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Ciò significava che l’instabilità mondiale avrebbe, da quel momento in poi, sarebbe probabilmente tornata nel cuore dell’Europa, un sogno strategico che gli Usa non avevano mai cessato di sognare.
Non è ancora cessata la memoria, tra i decisori di Washington, di un classico brano di Walt Whitman, l’autore di Foglie d’Erba, che scrive: “Vedo il carnefice europeo, col viso coperto, vestito di rosso, eretto su gambe potenti, a braccia nude, che si appoggia su un’ascia pesante. Chi hai ucciso di recente, carnefice europeo? Di chi è quel sangue che hai addosso, così umido e vischioso?”.
Ecco, per leggere la global strategy USA per l’Europa, oggi, basterebbe anche Walt Whitman.
E analizziamo allora le determinanti geo-economiche e strategiche dell’unificazione tedesca.
Goebbels, prima di suicidarsi con la sua famiglia, avendo avuto notizia del Piano Morgenthau, che prevedeva la ruralizzazione forzata della Germania, disse che “vogliono trasformare il mio Paese in un campo di patate”.
Era un piano che, fra l’altro, prevedeva la collaborazione pacifica, non la futura guerra fredda, con l’URSS.
La direttiva USA JCS 1067, però, firmata il 10 maggio 1945, prevedeva proprio l’entrata in pieno vigore del Piano Morgenthau.
Vennero smantellate ab ovo 350 fabbriche, ancora in perfetta efficienza, che dovevano essere trasferite o in Francia o in Unione Sovietica, e vennero trasferiti anche moltissimi brevetti tedeschi, tra cui quello dell’aspirina.
Il fatto, ed ecco qui la nazionalizzazione delle aree alleate di occupazione tedesca, era che il costo del mantenimento di una popolazione depauperata di qualsiasi fabbrica, tecnologia, reddito produttivo era troppo pesante da sostenere, proprio da parte degli stessi occupanti.
Il business della ricostruzione, il solve et coagula esoterico della strategia affaristica e postbellica degli USA, era in crisi, perché i tedeschi sopravvissuti non potevano pagare i beni che gli americani volevano vendergli.
Il discorso del gen. George C. Marshall ad Harvard nel 1947, tenuto davanti a 15.000 studenti del prestigioso ateneo Usa, era infatti pensato soprattutto per l’URSS; ed era scritto da Chip Bohlen, esperto di cose sovietiche, e parlava di “milioni di cittadini europei che muoiono di fame”.
Il rapporto città-campagna, disegnato da Marshall nel suo celebre discorso, è il disegno di una correlazione tra l’Europa delle città, quella europea e occidentale, che afferisce finalmente ai granai eterni eurasiatici, fin dal Viaggio degli Argonauti alla ricerca del “vello d’oro”, ovvero le immani distese di campi di grano dell’Est.
Altra valutazione, fu quella, sempre da parte degli americani, che una rabbia diffusa tra i tedeschi, dopo la II Guerra Mondiale, avrebbe portato agli stessi risultati politici della Prima, dopo gli iniqui Accordi di Versailles, inutilmente avversati da Keynes.
Peraltro, il processo di impoverimento programmato della Germania Ovest avrebbe portato vento anche nelle vele dell’URSS; e avrebbe bloccato, data la sua stessa dimensione produttiva, lo stesso rilancio del resto dell’Europa occidentale liberata dagli Alleati.
Fu proprio la paura del “contagio comunista” a poter rendere possibile il finanziamento, da parte degli Stati Uniti, dell’UNRRA, United Nations Relief ad Rehabilitation Administration, che dal 1943, ben quattro anni prima del discorso di Marshall a Harvard, legò a sé i territori tedeschi per evitare, secondo i non certo errati programmi di Washington, che cadessero nelle spire di un regime comunista.
Creando però, per certi aspetti, una prevedibile reazione di Stalin: furono proprio gli americani a chiedere a britannici e francesi (e la zona di occupazione francese era una fonte di informazioni primarie per la penetrazione comunista nel resto d’Occidente) di unificare sotto la propria tutela Usa tutte le zone di controllo in Germania degli Alleati occidentali.
Circolò allora il Deutschemark, una moneta rivalutata rispetto al vecchio marco e stampata, direttamente, negli Usa.
La Zona controllata dall’URSS venne quindi investita, essendo a prezzo controllato, da immani richieste di beni da comprare con il deutschemark.
Stalin, a quel punto, ordinò di bloccare l’afflusso di derrate alimentari in Germania e nella zona di Controllo sovietica, ma era impossibile, e quindi tentò di rendere il deutschemark non valido nelle Zone a comando URSS.
Il resto è storia di ieri, compresa la riunificazione tedesca.
Ecco, tornando a Mearsheimer, si comprende meglio allora come dice l’analista americano, che gli Usa sono stati, fin da quel momento, “i pacificatori della regione europea”.
E, tornando ai nostri precedenti discorsi, la maggiore freddezza per la riunificazione tedesca fu proprio quella rappresentata dalla Thatcher, sempre lei, che fece una sosta a Mosca dopo una sua visita di Stato a Tokyo, nel settembre 1989, dove parlò a quattr’occhi con Gorbaciov, nella Sala di Santa Caterina al Cremlino.
La Iron Lady disse chiaramente a Gorbaciov che non desiderava affatto l’unificazione tedesca, perché, secondo le parole della “figlia del droghiere”, come cafonescamente la chiamava la Regina, pensava che “gli equilibri del secondo dopoguerra sarebbero stati pregiudicati dai nuovi mutamenti territoriali”.
Aveva perfettamente ragione.
L’Europa non può contenere, proprio per la sua logica inevitabilmente pluralistica e paritaria, una Grande e Nuova Germania che, da sola, rappresenta tutta quella “pianura europea” che era la piana dove si sarebbe condotta, per Raymond Aron, la guerra finale dei Mondi tra Est e Ovest, guerra peraltro programmata fino al 1995, almeno da parte degli eredi dell’ex-URSS.
I regimi spariscono, ma le leggi oggettive della geopolitica no.
E, da ciò, deriva che la Thatcher disse a Gorbaciov che “la NATO non si sarebbe adoperata per la fine del Patto di Varsavia”.
E non bisogna dimenticare nemmeno la Operazione Unthinkable, “impensabile”, che prevedeva la penetrazione, dai Balcani, degli Alleati e, soprattutto, della Gran Bretagna, per bloccare il passaggio diretto dell’Armata Rossa verso la Germania e per controllare, direttamente, l’intero continente europeo, dopo la fine delle ostilità, con o senza la partecipaione degli Usa.
Il piano, caldeggiato da Churchill, non fu attuato.

Giancarlo Elia Valori