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La questione del debito cinese

Malgrado l’accordo commerciale di “fase uno”, firmato tra gli Usa e la Cina nel gennaio del 2020, la questione del coronavirus ha deformato grandemente l’economia cinese.
La Cina, lo ricordiamo, si era impegnata a comprare in quel frangente 200 miliardi di usd di beni statunitensi e di “prodotti specifici” Usa in due anni.
Certo, il governo di Pechino ha reagito alla crisi da coronavirus con accettabile rapidità, iniettando, tramite la Banca Centrale, una notevolissima massa di liquidità nell’economia, oltre a ridurre proporzionatamente i costi di finanziamento e aumentando del 67% il credito alle imprese.
Le autorità cinesi hanno ancora un certo spazio per attuare maggiori stimoli attraverso la politica monetaria e fiscale, dato che il solo debito del governo centrale rimane al di sotto del 25% del Pil e viene rifinanziato a livello soprattutto nazionale.
Ma c’è il livello, eccessivo, dell’indebitamento nell’immobiliare e l’aumento dei costi per le infrastrutture e per le attività di protezione-sanificazione, costi che potrebbero mettere in pericolo a breve il budget pubblico.
Il debito delle imprese cinesi private non finanziarie è al 155% del Pil cinese, ma c’è un forte aumento dell’indebitamento delle famiglie, che dura da almeno cinque anni, poi il debito delle amministrazioni locali è oggi al 60-70% del Pil cinese.
C’è stato un aumento rilevante delle insolvenze delle imprese, soprattutto piccole e medie, visto il riorientamento dall’export al mercato interno di tutta l’economia cinese, con l’espansione dell’economia formale, che ha messo fuori gioco le aziende che producevano a bassissimo costo soprattutto per l’export.
A questa situazione si unisce la richiesta Usa di cancellazione di parte dei titoli del debito pubblico di Washington detenuti nelle banche cinesi.
La logica è questa: si incolpa immediatamente Pechino di aver nascosto notizie sul coronavirus; e quindi si chiede la cancellazione di almeno parte del debito Usa detenuto in mani cinesi.
E Pechino, lo ricordiamo, ha a disposizione circa il 20% dei titoli del debito pubblico nordamericano.
E’ la prima volta che una operazione finanziaria di questa entità si basa su una “teoria del complotto”, ovvero sull’ipotesi, peraltro smentita oggi da tutti gli esperti, che il virus Covid-19 sia stato elaborato artificialmente nei laboratori di Wuhan, che si trovano, ormai è una notizia banale, a poche centinaia di metri dall’ancor più famoso wet market di quella città.
C’è un rilievo puramente strategico in tutto questo: la capacità di fare debito della Cina è anche alla base della Belt and Road Initiative, ovvero del progetto economico e geopolitico più sgradito agli Usa che si possa immaginare.
Il vero obiettivo di Washington è, probabilmente, questo.
Quindi, chiedere il default per una parte del proprio debito detenuto in Cina è un modo per far pagare a Pechino il conto della pandemia e, soprattutto, per bloccare lo sviluppo della Cina come unico sfidante degli Usa, in termini di potere economico e militare globale.
Il momento, per gli Usa, è dei migliori: circa 60 milioni di cinesi sono ancora in quarantena e, se la SARS costò 1,5 punti di Pil nel 2003, oggi il Covid-19 dovrebbe costare, alla Cina, secondo le più ottimistiche previsioni, 2,1 punti di Pil.
Quindi, se i rischi di recessione, in Cina, erano scarsi, dopo gli accordi del gennaio 2020 con gli Usa, oggi la sommatoria della crisi da coronavirus e della pressione Usa sul piano finanziario e legale ci fa pensare che la recessione cinese, se persistono questi due elementi, possa essere rapida e forte.
Una soluzione? L’acquisizione, da parte della Cina, di buona parte del debito delle nazioni più povere e che la crisi da Covid-19 ha messo sul lastrico.
E’ già successo con il Pakistan o lo Sri Lanka, visto che il servizio del debito concesso dai cinesi ha portato alla requisizione, di fatto, delle infrastrutture già realizzate in quei Paesi dagli stessi cinesi, ma il governo di Pechino ha seguito soprattutto le indicazioni del Fondo Monetario e della Banca Mondiale, che consigliano la cancellazione del debito, parziale o totale.
D’altra parte, all’accusa, da parte degli Usa, di aver prodotto o diffuso nel mondo un virus propriamente “cinese”, Pechino risponde che la stessa World Health Organization ha stabilito che il virus in questione non ha una precisa area di sviluppo e non può quindi essere associato con nessun specifico Paese.
Poi, i cinesi non accettano affatto che il fatto che, se il Covid-19 è apparso per la prima volta a Wuhan, ciò non determina in nessun caso che esso sia “nato” a Wuhan, visto che l’apparire o anche la stessa tracciabilità del virus sono questioni ancora allo studio degli scienziati.
E, naturalmente, essi ripetono che il coronavirus non è “artificiale”, ma del tutto naturale, come peraltro hanno stabilito tutti i virologi più illustri di ogni Paese.
E, ancora, dicono i cinesi, il Covid-19 non è stato “fabbricato” a Wuhan, dato che il laboratorio P4 di quella città è una compartecipazione tra Cina e Francia (con qualche attività finanziata perfino dagli Usa) e che, dicono sempre i cinesi, non ci sono state infezioni da virus tra il personale.
Ma tutto questo non è sufficiente: oltre 5000 cittadini americani hanno sottoscritto una class action in Florida per chiedere i danni al governo cinese per l’infezione da coronavirus.
Simili azioni legali sono state iniziate in Nevada e in Texas. Altre in Minnesota e perfino in California.
Sul piano del diritto internazionale, una azione del governo degli Usa contro quello cinese per i danni da Covid-19 potrebbe valere 1,2 trilioni di usd.
Il dato legale sui cui si poggiano questi ricorsi è, soprattutto, il ritardo con cui il governo cinese ha fornito i dati alla WHO, ma le istituzioni presso le quali fare ricorso contro la Cina potrebbero essere lo stesso WHO, oppure la Corte Internazionale di Giustizia, ma anche la Corte Permanente di Arbitraggio, oppure delle corti civili comuni a Hong Kong e negli stessi Usa.
Ma, siccome le pandemie possono scoppiare ovunque, nessun Paese ha l’interesse a “creare il precedente” per il coronavirus. E se poi arrivasse una nuova pandemia incentrata in Lituania, o nel Madagascar?
La Legge per la Responsabilità Internazionale per i danni sanitari e ambientali causati da un Paese ad un altro è stata, per la prima volta, applicata in una causa del 1920, nella quale una fabbrica nella Columbia britannica emetteva fumi pericolosi verso e oltre il confine tra Canada e Usa.
Molti tecnici del diritto nordamericani ci dicono che vi è un parallelo tra l’attuale situazione del coronavirus e la vecchia disputa tra Canada e Usa dove, peraltro, il Canada pagò senza fiatare.
Per quel che riguarda il diritto internazionale privato attuale, oggi gli Stati non possono essere, in linea di massima, convenuti in giudizio per attività pubblicistiche connesse alla loro sovranità.
Per poter far convenire in giudizio la Cina, occorrerebbe dimostrare che l’attività espletata nel laboratorio P4 di Wuhan era del tutto privatistica, quindi volta alla semplice fabbricazione o alla commercializzazione di prodotti farmaceutici.
Da questo punto di vista, i tribunali interni non possono mai essere chiamati a giudicare la controversia.
In Italia, peraltro, uno Stato estero può essere comunque chiamato in giudizio, ma solo quando le sue attività finiscano per ledere i principi inderogabili del diritto internazionale.
Se non ci sono possibilità di azione risarcitoria, comunque, può esserci anche la via di una commissione d’inchiesta formata da personalità indipendenti.
Essa potrebbe operare sotto l’egida del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, o anche di altri organismi internazionali di pari rilevanza.
Per altri analisti finanziari ed economici, poi, la crisi economica da Covid-19 non porterà a una recessione, in Cina, ma addirittura a un fortissimo stimolo economico pubblico e, quindi, a maggior debito futuro e a breve.
La Banca di Emissione di Pechino, dopo le prime avvisaglie dell’epidemia, ha iniettato nell’economia l’equivalente di 170 miliardi di usd di liquidità. Oltre ad altre operazioni finanziarie “dedicate”.
Forse la maggiore e più rapida reazione alla crisi economica attuale da pandemia che si sia registrata nel mondo.
Certo, l’economia cinese è ben diversa da quella che sopportò la pressione della SARS nel 2003.
Il settore dei servizi è quello primario, oggi, con una partecipazione alla crescita economica che è il 40% in più di quello che accadeva ai tempi della SARS.
Intanto, l’uscita di capitali dalla Cina sta però aumentando. Il renmimbi è a circa 7 sul dollaro, e qualche investitore professionale occidentale si chiede se l’economia cinese possa portare il nuovo fardello del debito, necessario a spingere avanti l’economia, durante e dopo il coronavirus.
Quant’è la capacità di sostegno interno del debito cinese? Il 250%? Nessuno lo sa fino a che non si arriva al tetto del rapporto debito-pil.
Ovviamente, la richiesta di danni da parte degli Usa non farà che esacerbare le tensioni interne all’economia cinese e permetterà di distanziare temporaneamente Pechino, sul piano economico e strategico, dagli Usa.
Certo, sempre sul piano economico e finanziario, la Cina avrà nel 2020 la sua prima flessione del Pil dal 1976, ma anche gli Stati Uniti non stanno molto bene.
Circa la metà della popolazione americana è oggi rinchiusa in casa.
Nell’ultima settimana di cui abbiamo i dati, il costo delle assicurazioni da disoccupazione è arrivato a 3,5 milioni, il livello più alto nella storia del, peraltro ambiguo, welfare state nordamericano.
Il Fondo Monetario prevede, poi, una contrazione dei redditi mondiali di almeno 2 trilioni di usd.
Il problema vero è se ci sarà una qualche ripresa alla fine del 2020.
Le variabili in gioco? Semplice: la quantità di stimoli all’economia statali, la fiducia dei consumatori, il numero di casi di infezione da Covid-19.
Nel caso peggiore, la crisi del Pil cinese sarà del 3,5 annuo nel 2020. Si può ipotizzare una seconda ondata della crisi, all’inizio del 2021, ma se non ci saranno ritorni di fiamma del virus, allora la non-crescita del Pil cinese dovrebbe stabilizzarsi sul -2% nel 2021, per poi stabilizzarsi alla metà del 2023.
Per l’EU, la crisi dovrebbe attestarsi nel -9% del Pil per tutti i Paesi membri dell’Unione, il che non significherà certo una diminuzione delle tensioni interne.
Nello scenario peggiore, la persistenza di una quota rilevante di infezioni e di blocco delle attività economiche potrebbe farci arrivare alla recessione strutturale, con tempi di ritorno ai ritmi pre-Covid-19 di almeno quattro-cinque anni.
Occorrerà ridurre pesantemente la spesa, dal 20 al 30%, anticipare gli incassi, mettere più aiuti alle imprese e ai consumatori.

Giancarlo Elia Valori