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La “Mediobanca delle PMI”: un approfondimento con il Prof. Valori

Professor Valori, lei ha lanciato la proposta di una ‘Mediobanca delle Pmi’, ossia di una Banca di credito a medio-lungo termine dedicata alle piccole e medie imprese. Può illustrarci in sintesi la proposta e quali obiettivi si propone? E chi dovrebbe mettere il capitale iniziale di questa ‘Mediobanca delle Pmi’?

Le PMI italiane sono circa il 90% del nostro tessuto produttivo, sono molto spesso gravemente sottocapitalizzate, sono sempre più fragili nei mercati esteri e, con la pandemia da Covid-19, rischiano davvero di rimanere chiuse, se non si fa presto, prestissimo. La desertificazione economica del nostro Paese è dietro l’angolo. Certo ci sono i fondi dei vari decreti sulla Crescita dell’attuale governo, o quello Made in Italy 2020, ma la crisi, per essere pienamente risolta senza troppi danni, avrà bisogno di almeno 180-200 miliardi di Euro, tra investimenti nelle aziende e sostegno ai salari. Quindi, occorre un credito a medio-lungo termine, organizzato solo per le PMI e adatto alle loro necessità, con i criteri del credito medio e lungo classici: consulenza, pianificazione, possibile e sempre auspicabile passaggio in Borsa, internazionalizzazione ben fatta, accesso al credito senza i tradizionali limiti imposti dalle banche di raccolta. Il capitale iniziale della nostra impresa sarà del tutto pubblico, o anche garantito dal pubblico, per poi, successivamente, far entrare privati qualificati. La vecchia regola di Raffaele Mattioli: “dieci lire dei privati, una dello Stato” sarà la condizione finale. Lo Stato certamente non ci perderà, perché la nostra Struttura sarà profitable come e più della Mediobanca “classica” e, appena possibile, si venderà parte delle azioni ai privati qualificati. Occorrerà, comunque, una normativa di detassazione simile a quelle irlandese o olandese, per chiamare investitori di grande rilievo e capacità. Solo questo chiediamo. E immagino che ci sarà dato presto.

Qual è la situazione del credito bancario alla Pmi italiane rispetto a quella esistente negli altri Paesi Ue più sviluppati, come ad esempio Germania e Francia?

Le PMI e anche le micro-imprese hanno visto, nell’ultimo anno statisticamente rilevante, diminuire la loro quota di credito bancario, anche se la somma dei crediti concessi è aumentata di circa il 3% sia in Italia che, con un ulteriore piccolo aumento, in Europa. Le PMI non hanno, di fatto, e in grande maggioranza, accesso ai bonds e alle obbligazioni, ma anche questo sarà uno degli obiettivi della nostra “Mediobanca delle PMI”. Le linee guida per l’erogazione dei prestiti attualmente in vigore, comunque, penalizzano sempre le piccole imprese e premiano le grandi. Con gli effetti che si possono facilmente immaginare. Saranno questi i temi principali della nostra iniziativa. La Germania, per le sue imprese, anche qui in buona parte piccole e medie, ha messo sul piatto, nelle more della pandemia, 820 miliardi, mentre la Francia ha già messo in circolo, per le imprese, 300 miliardi. Ovvio che qui si debba anche pensare a una concorrenza tra Stati dentro alla UE, concorrenza che potrebbe esserci letale. La Spagna, pure ancora dentro una lunga crisi che precede la pandemia, ha messo a disposizione delle sue imprese 100 miliardi di euro. I canali, in Germania, sono quelli del recentemente fondato WSF, Fondo per la Stabilizzazione Economica, e la consueta KFW, l’equivalente della nostra Cassa Depositi e Prestiti. In Francia i loro 300 miliardi sono in gran parte garanzie statali ai crediti concessi dalle società finanziarie alle imprese non finanziarie. La Gran Bretagna ha messo a disposizione 350 miliardi di sterline, con prestiti diretti alle PMI che vanno dalle 10 mila alle 35mila sterline. Insomma, fare presto, qui, è fare bene. E occorre fare prestissimo.

C’è anche un problema di eccessiva dipendenza delle Pmi dal credito bancario. Dipendenza che in questi anni è scesa ma non certo in maniera sufficiente. In altre parole, il sistema delle Pmi sembra restio a ricorrere al private equity per non parlare, almeno per quelle più grandi e strutturate tra le Pmi, di accedere alla Borsa nei segmenti Star e Aim. Quale soluzioni potrebbero essere messe in campo per superare questa situazione?

Le nostre PMI sono fortemente esposte, da sempre, all’indebitamento bancario standard, da una ridottissima patrimonializzazione e dal continuo ricorso a garanzie personali o reali e ai collaterali, spesso impropri, in quanto non hanno alcun rapporto con il sostrato imprenditoriale della PMI.

C’è stato, dopo la crisi del 2008, un aumento sensibile del capitale di rischio delle PMI, un maggiore equilibrio tra le fonti di finanziamento, poi la Banca d’Italia ci dice che oggi il finanziamento delle banche alle PMI è intorno ai 647 miliardi, e si tratta di dati del settembre 2019, gli ultimi disponibili. Dopo la pandemia, nulla sarà come prima, e l’indebitamento, garantito o meno dallo Stato, aumenterà a dismisura. Il private equity, comunque, fa molti affari, o li ha fatti, nell’ambito delle nostre PMI, e certamente noi opereremo anche con i professionisti del settore. Ma, da quello che si vede oggi, i criteri accettati dal private equity saranno sempre più difficili da verificare, dopo la pandemia. Si parla di 4346 PMI “eligible” per i Fondi, ma oggi credo che, sempre dopo la pandemia, la situazione sarebbe molto diversa. Per la quotazione STAR e AIM delle PMI in Borsa, c’è da vedere soprattutto come andranno i PIR2, che hanno una quota minima di investimenti nelle PMI, ma l’AIM non è regolamentato dalla CONSOB. Anche questo dovrebbe essere ripensato. In ogni caso, la questione AIM e STAR, per arrivare in Borsa, sarà attentamente analizzata dalla nostra “Mediobanca delle PMI”.

Credo che la diversificazione del credito alle PMI abbia anche un aspetto organizzativo: gli imprenditori sono restii a lasciare nelle mani degli investitori non-standard le redini delle loro aziende. Dovremo chiarire anche questo, e lo chiariremo. Noi siamo banchieri, e non vogliamo rubare alcun mestiere agli imprenditori. Che vanno rifinanziati bene e basta.