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La formula strategica del Mediterraneo – Le società dello Spirito e la geopolitica

Perché tutti i modelli della nostra civiltà, lo diciamo proprio ora che essa sembra volgere al suo ciclico termine, sono nati nel Mediterraneo? Le risposte, quelle ingenuamente positiviste, le conosciamo già. Lo scambio dei beni e delle idee e dei costumi, ma c’è anche la naturale segmentazione delle Tradizioni. Le acque del Mediterraneo e dell’Atlantico non si mescolano, come previde il Corano e come ci raccontò Jacques-Yves Cousteau, tardivo convertito alla Tradizione del Profeta Muhammad. I bruzii, lo raccontava Noam Chomsky in un suo vecchio libro, che fuggono dalla nuova Magna Grecia delle loro coste e vanno nelle montagne, si portano i loro dei e le loro antiche tradizioni, delle quali si sa qualcosa, oggi, solo grazie a Strabone, greco di Cappadocia, e combatterono con Pirro contro Roma e, nella II guerra punica, saranno alleati di Annibale. Nulla è mai stato semplice, nel Mediterraneo. Quell’eroe “semita”, Annibale, per cui faceva il tifo Sigmund Freud da bambino, quando giocava con i soldatini, e Annibale Barca era, anche lui, contro gli ariani, o supposti tali, romani. Ecco, il Mediterraneo non è tutto scambi e embrassons nous, come ce lo raccontano i nuovi aedi della banalità moderna, ma guerra, divisione, lotta, identità, etnia, sapienza occulta, memorie incancellabili. Oggi, infatti, le questioni della sicurezza mediterranea, tra Europa, Medio Oriente, Eurasia sono strettamente interconnesse tra di loro. Ovvio, certo, ma la NATO, per molti anni, ha letto bene, o per meglio dire abbastanza bene, la sicurezza terrestre della vecchia Europa, salvata ma anche distrutta dopo la Seconda Guerra Mondiale. I missili sovietici arrivavano come gittata ai bordi della Francia meridionale, ma verso il confine atlantico, tra Bordeaux e il confine con la Spagna in territorio basco (altri Bruzii, in effetti) mentre i missili NATO a 3 “doppia-chiave” Usa e NATO erano puntati, tutti, verso il territorio appena dopo Mosca, verso Est. Invece, il vero porro unum et necessarium strategico era, anche allora, il Mediterraneo, non la “grande prateria europea”, peraltro facilmente aggirabile via mare. Da Nord, c’è il Baltico, area di partenza e punta di diamante della Flotta dei sottomarini N di Mosca, e da Sud, nel Mediterraneo, da dove l’Eskadra sovietica partiva dalla Siria, dall’Egitto, dai porti di Cipro, dall’Algeria. Già allora questo accadeva, ma tutti pensavano unicamente alla “soglia di Regensburg” tra le due Germanie. Figuriamoci cosa sarebbe diventato il Mare Nostrum se lo scontro militare tra Est e Ovest, come molti prevedevano, si fosse bloccato sul confine terrestre. Certo, il boccone più ghiotto, per Usa e Urss, era comunque la Germania, l’asse della “grande prateria europea”, sempre come la chiamarono Hegel e poi Raymond Aron, e tutta l’Europa terrestre e solo quella. Il Mediterraneo, quello, nel pensiero strategico maggiore della guerra fredda era roba da islamici, cattolici, ebrei, e di mille altre tradizioni sapienziali e religiose, ma era escluso dal fanatismo protestantico del Nord, che non riusciva a pensarlo bene se non come se fosse un grande, ma irrilevante, suk. Si ricordi sempre che il termine, molto noto oggi, di “fondamentalismo” nasce proprio nell’ambito del protestantesimo nordamericano, a cavallo degli ambienti più radicali della Riforma, tra il XVIII e il XIX secolo. La Seconda Guerra nei Balcani ha poi frazionato la vecchia Jugoslavia, creando tanti stati troppo piccoli, nati solo per dipendere dagli aiuti di chi li ha ricostituiti. L’idea delle democrazie occidentali e nordiche era quella di espandere la rete, era questo il solo obiettivo, delle aree economiche non ottimali, in cui 4 esportare le produzioni mature, sperando nella permanenza, non si sa fino a quando, di un meccanismo di bassi salari. Non solo superficialità strategica, ma anche ingenuità economica, in un mondo che non capisce più che sono le culture che fanno gli Stati, non le loro transeunti economie. Poi, gli Usa hanno utilizzato nella Repubblica di Serajevo, presieduta da Alja Izetbegovic, l’autore di un libro che si intitolava “Fondamentalismo islamico”, l’Islam politico di nuovo conio, wahabita e in gran parte già jihadista, che ha poi dominato la ristrutturazione dell’area mediterranea. Credendo di poterlo dominare, peraltro, come avevano creduto di poter dominare i “ribelli” afghani contro l’URSS, da cui si originerà “la Base sicura” di Bin Laden, Al Qaeda al Sulbah. C’è sempre, negli Stati Uniti, il Presidential Prayer Team che funziona e, quando c’è guerra, e ricordiamo che l’amico e maestro Cossiga diceva che “gli americani sono sempre sul punto di fare una guerra, poi non sanno mai come uscirci”, allora si prega per alcune, specifiche, truppe al fronte. Due fondamentalismi uniti? Un accordo per la spartizione e la destabilizzazione costante del Mediterraneo? Non lo sappiamo, ma certamente la storia dell’Occidente nel Mare Nostrum è una raccolta di errori colossali. Sarà questa la “crisi della secolarizzazione”, di cui ha parlato Ledewitz negli Usa? Probabile. Oppure la fine, nel Mediterraneo, della egemonia “occidentalista”, per usare il termine del titolo di un fortunato libro di Edward Said? Anche questo appare sempre più probabile. La smemoratezza dell’Occidente, tutto bloccato sulla soglia terrestre tra Est e Ovest, ha dimenticato il Mediterraneo, che ora è ben altro e tutt’altro da quell’area minore che i programmatori dell’Alleanza Atlantica pensavano. Ma qui arriva la nuova Risposta del Mediterraneo. Che non è il sincretismo, mi si perdoni l’allitterazione, cretino, della sommatoria di 5 tutte le caratteristiche del pensiero comune e volgare su un tema, ma la Sintesi vera. Che è, appunto, il pensiero. Il pensiero, per dirla con Pitagora, è archè e Numero, che è astratto e concreto insieme. Il Pensiero poi è sempre l’Infinito, ovvero la contemplazione degli “infiniti mondi” di Giordano Bruno, oppure la contrapposizione degli opposti materiali, come in Bernardino Telesio, nella cui teoria tutte le cose hanno un’anima e sono capaci di reagire a tutti gli stimoli dell’ambiente esterno. Un’anima, un numero, una Tradizione, un rapporto unitario e naturale tra concreto e astratto. Non c’è mai, nel pensiero mediterraneo, una meravigliosa e irripetibile “interiorità” tanto intoccabile, metafisica, sempre inattaccabile dal Mondo, che è esotericamente e gnosticamente sempre e solo il “peccato”, secondo le eresie compattatesi nella Riforma, ma tutto è, appunto, sempre e solo Mondo. Anche l’Uomo. Tutto l’Uomo. Eccola, la vera differenza tra le filosofie del Nord, ossessionate da una singolarità che è divenuta oggi il massimo “pensiero del gregge”, come lo definiva un filosofo del Nord che amò, da sapiente, il Meridione, Nietzsche. E ora cos’è, il Mediterraneo? Per la NATO, la fine della “guerra fredda”, concetto che è già errato, perché la cold war si è solo trasformata, è solo il Mare Nostrum, lo dice un recente documento della RAND Corporation, c’è la “mancanza del processo di pace nel Medio Oriente”, o addirittura la “frustrazione araba” per la direzione europea e poi Usa della “cooperazione tra Nord e Sud intorno al Mediterraneo”. Lingua di latta in bocca di legno, come i dissidenti antisovietici definivano il regime dell’URSS. 6 Quindi il Mediterraneo è centrale nella geopolitica presente e futura, e sempre più lo sarà. Ed entrerà con forza in tutte le equazioni strategiche europee, asiatiche, nordamericane. La Cina ha acquisito il Porto del Pireo, con la COSCO, una delle due società di Stato dello shipping, che ha già quote di minoranza nei porti di Bilbao, Genova, Istanbul, Valencia. La società cinese è presente anche a Porto Said e, ora, sul secondo Canale di Suez. La Shangai International Port Group ha iniziato a gestire il Porto di Haifa, a cui arrivava il primo oleodotto, che partiva da Kirkuk, tra i curdi, quella linea petrolifera che trasformò, su ordine di Churchill, la Marina Militare di Londra dall’uso del vapore a quello dei motori a combustione interna. La quota del Pil “blu” della Cina è oggi del’11%. Chi controlla il Mediterraneo controlla ed ha accesso alle risorse del Golfo Persico, all’Africa, alla rete della NATO e al maggiore mercato mondiale, che è ancora l’Unione Europea. Ovvio che, per Pechino, ma anche per Mosca, la penetrazione delle economie deboli come quella italiana e la greca sia il modo migliore per entrare in pieno nella UE. Poi c’è la Turchia, che è molto presente oggi in Tripolitania, dalla quale ha espulso l’Italia, che ormai pensa alla politica estera come a quella pratica in cui si mandano i soldati a dare le caramelle e la nutella ai bambini locali, che ne sono molto contenti. Istanbul ha collegato, per via di accordi bilaterali, il Mediterraneo libico tripolitano alle sue coste anatoliche, sia per le estrazioni petrolifere e gaziere, che pochi giorni fa Al Serraj, il presidente del GNA di Tripoli, ha concesso unicamente a una società turca, sia per la sicurezza e la difesa. Anche utilizzando i jihadisti raccolti dai Servizi turchi a Idlib, in Siria. 7 Le coste anatoliche sono inoltre prospicienti ai depositi di petrolio e gas sottomarini che vanno dalle coste di Cipro a quelle davanti al Libano e Israele, un Libano che è ormai un failed state. Una nuova “egemonia orizzontale” mediterranea, mentre, durante la guerra fredda, l’asse primario era quello Nord-Sud. Che ora è fallito, anzi è fallito il giorno stesso del 2011 in cui la Francia ha mandato la Brigade Action dei suoi Servizi a manipolare una rivolta nel carcere di Abu Salim e ha poi organizzato e armato i jihadisti di ritorno dall’Afghanistan e dall’ Iraq, che Saif al Islam Gheddafi, peraltro, aveva in parte già “rieducato”. Dall’attacco a Gheddafi del 2011, che era un attacco anche all’Italia, il Mediterraneo è ormai ben altro dalla vecchia area marginale della “guerra terrestre” in Europa. La Libia si frazionerà in via definitiva, inutile pensare a ritorni di un qualche Rais. Procede ancora la creazione, da parte degli occidentali, di staterelli sub- ottimali come nella ex-Jugoslavia, malgrado l’esperienza sia stata evidentemente negativa. La “coazione a ripetere” è oggi il meccanismo freudiano di una politica estera da dilettanti allo sbaraglio. Ormai, quasi tutti. Haftar non è certo all’altezza di riunificare la Libia, malgrado che sulla sua cartamoneta, stampata dai russi, si noti l’effige di Gheddafi. Mosca non vuole l’eccesso di sostegno al generale di Bengasi, che non vuole mantenere da sola. Ai russi serve solo una base navale in Cirenaica, il resto si può transare. Al Serraj diverrà, con la sua Tripolitania dei Fratelli Musulmani, il capo di uno stato periferico africano in mano alla Turchia, che lo utilizzerà sia sul piano militare che per fare pressioni e ricatti verso l’UE. Già si intravedono rubinetti molto attenti nell’aprire o chiudere i canali dell’emigrazione illegale. 8 Se, quindi, l’Unione Europea vorrà sopravvivere a sé stessa, e già non sta molto bene di salute, dovrà integrare e stabilizzare tutte le aree mediterranee ai suoi confini: vasto programma, ma che non si può fare certo con le buone parole e i principi assoluti e “kantiani”. Occorre qui Machiavelli, che diceva che cum le parole non si mantengono li Stati. Altrimenti, nei “buchi” strategici lasciati dagli idealisti della UE entreranno russi, cinesi, islamisti, potenze regionali (penso all’Iran) in cerca di successi strategici e economici, forze armate Usa in cerca di nuovi insuccessi, organizzazioni criminali e flussi destabilizzanti dall’Africa sub- sahariana. Cosa vorrà poi la Francia dal Mediterraneo del futuro? Parigi ha spedito recentemente alcune sue navi da guerra per fare deterrenza contro la Turchia e difendere la Grecia. Il Mediterraneo arabo è il 20% di tutti gli interscambi esteri della Francia, l’80% della sua immigrazione, che è maghrebina, con 28 milioni di francofoni tra Africa e Medio Oriente. Parigi, per ora e in un medio-lungo futuro, mira a una sola cosa, nel Mare Nostrum: la stabilità. Certo, l’Esagono di Sarkozy e Macron è l’erede di quella “sfida americana” di cui parlava, tanti anni fa, Servan-Schreiber. Oggi Parigi ha liquidato ogni idea gollista in politica estera, e qui penso alle geremiadi sull’Iraq del gen. Gallois, e ripete, come un pappagallo, la “linea” di Washington: diritti umani, la lotta contro l’Islam “radicale” che, poi, dall’altra parte si addestra e si finanzia, si veda per esempio il ruolo, in Siria, dell’”Esercito Libero Siriano” contro Assad, che è tutto salvo che un jihadista. Poi, naturalmente, per la Francia c’è ancora l’interesse alla penetrazione economica di tutta l’area del Mare Nostrum. Che non si fa certo tentando di destabilizzare, come in Libia, i regimi con i quali si vorrebbero successivamente fare affari. 9 Gli Usa vogliono, comunque, sempre nel Mediterraneo, tre cose: sostenere Israele come riferimento strategico, stabilizzare il Golfo Persico senza creare nuovi egemoni (l’Iran) e poi, la famosa lotta contro il “terrorismo”. Strano che si parli, dopo quasi venti anni dalle Torri Gemelle, di “terrorismo” invece che di jihad. La cosiddetta “guerra santa” è fatta di tante cose, anche del terrorismo, ovviamente, ma mescolate insieme in modo particolare. Ridurre il jihad a terrorismo ci fa capire che, in politica estera, oggi, domina la superficialità, l’ignoranza, il “pensiero automatico” e la suaccennata lingua di latta in una bocca di legno. L’Italia, poi, che fa nel Mediterraneo? Nulla. Si è fatta mandare a casa da Erdogan in breve tempo, acquisisce gran parte dell’immigrazione illegale dall’Africa sub-sahariana, anzi pensa di essere contenta nel farlo, riassicura che sosterrà la Missione Navale IRINI, che ha fatto recentemente passare un intero carico di carrarmati M60 turchi nel porto di Misurata, ed è oggi bloccata, di fatto, dalla scarsissima collaborazione turca all’idealista e kantiana missione navale europea. Ma l’Italia non ha ancora una nave nella linea di IRINI, la Germania è freddissima e l’unica contributrice è oggi la Francia. Il vero progetto, oggi, è allora la spartizione del Mediterraneo. Noi, invece, scommettiamo su una Libia unificata, pura follia controfattuale, mentre ci siamo fatti espellere da Istanbul proprio dal nostro unico alleato libico stabile, la Tripolitania di Al Serraj. La Zona Economica Esclusiva richiesta dall’Algeria, alla quale abbiamo chiesto anche “una mano” in Libia, diplomazia da venditori porta a porta e da osteria, costeggia le Baleari e arriva sulle coste della Sardegna centrale orientale. Tanti amici, poco onore. Per non scontentare nessuno, ci facciamo prendere per i fondelli da tutti. 10 Il Qatar, inoltre, opera molto nei rapporti con i nostri ministri e nei nostri affari interni, economici o meno, ma l’Emirato è, di fatto, protetto dalle sole FF.AA. turche. E il Qatar ha molti nemici, ma anche molto onore, in tutto il Medio Oriente. Si spera a Roma, in una qualche “soluzione europea” per la Libia e per il resto delle tensioni nel Mediterraneo. Altro errore marchiano: l’UE è la somma di Paesi che vogliono, tutti, cose molto differenti tra di loro e hanno alleanze, anch’esse diversissime tra loro, per il Mediterraneo. Non ci sarà mai una bandiera europea che unifica il Mediterraneo, perché i Paesi UE sono come Carlo V e suo fratello Francesco I: quel che vuole mio fratello lo voglio anch’io, ma era una cosa sola, ovvero il ducato di Milano. Perché l’Italia non ha una politica estera e conta meno di niente? Il Turkish Stream, il gasdotto recentemente aperto tra Russia e Turchia lo doveva costruire Saipem. Ma fu bloccato da UE e Usa per sanzionare la Russia sull’Ucraina. Alla Germania è stato consentito di raddoppiare il North Stream sempre con Mosca, e alla Turchia è stato concesso di comprare i sistemi antimissili S-400 da Mosca e raggiungere anche accordi autonomi economici e petroliferi con Putin. L’ENI produce ancora l’80% dell’energia elettrica libica: ecco l’unico punto di forza che abbiamo. In Siria ci siamo schierati subito con gli Usa, malgrado fossimo i secondi partner commerciali di Damasco dopo la Francia. Ci siamo fatti minacciare, per la Libia, dagli alleati, che ci facevano capire che avrebbero bombardato i siti ENI, se non avessimo bombardato anche noi quel Gheddafi che proprio i nostri Servizi militari avevano selezionato per il golpe anti-britannico in Libia, che fu pensato in un albergo di Abano Terme. 11 Ecco, se obbediremo ai nostri concorrenti e agli Usa, non saremo mai più presenti nel Mediterraneo, dove è nata la civiltà romana contro Cartagine e l’Imperium con Scipione, detto appunto l’Africano, a cui si fa cenno nel nostro Inno Nazionale, e che è del tutto essenziale, il Mediterraneo, per la nostra sopravvivenza strategica, economica, culturale e perfino geografica.

Giancarlo Elia Valori