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La dottrina diplomatica di Xi Jinping

Al termine di una lunga preparazione, utilizzando il forte carattere che già gli riconosciamo, Xi Jinping è riuscito recentemente, il 10 marzo 2018, con il 99,86% dei consensi, ad imporre una riforma costituzionale che permette di prolungare la sua permanenza al potere, ma senza limiti di tempo.
Il limite massimo dei due mandati consecutivi, lo ricordiamo, era stato introdotto da Deng Xiaoping nel 1982, per evitare il pericolo di una deriva personalistica, come la chiamò lo stesso Deng, che aveva caratterizzato, secondo quel gruppo dirigente reduce dagli attacchi pesantissimi delle Guardie Rosse, l’ultima fase del regime di Mao Zedong.
E, dopo la stabilizzazione del suo potere al vertice del Partito e dello Stato, Xi Jinping costituisce, con i suoi fedelissimi, come Wang Qishan, colui che ha gestito la crisi finanziaria mondiale del 2008-2010 e i rapporti con gli Usa, con Liu He come Vice Primo-Ministro, supervisore della politica economica e finanziaria, ancora con Yi Gang, governatore della Banca Centrale, un grande e coeso gruppo di negoziato per gli affari economici e finanziari internazionali, soprattutto con gli Usa. Washington gestisce un attivo commerciale (nel 2017) di 375 miliardi di Usd a favore della Cina, un volume di investimenti cinesi in Titoli del Tesoro Usa di 1200 miliardi di Usd e tante altre operazioni. Al centro di esse c’è la Nuova Via della Seta, che caratterizzerà l’insieme strategico-economico e geopolitico della politica estera cinese attuale.
Atto di proiezione di potenza nello hearthland, esclusione potenziale degli Usa dallo stesso.
Quando, diceva Brzezinsky, lo Hearthland sarà unito alla penisola eurasiatica, allora sarà la fine della egemonia statunitense. Sia in Europa che altrove.
Liu He e Yi Gang hanno, peraltro, compiuto lunghi periodi di studio, in finanza internazionale political science, negli Usa.
Al rapido e efficace risultato di questa grande trasformazione al vertice della Cina Popolare ha contribuito anche la potente campagna anti-corruzione che, oltre al controllo microscopico delle vie di selezione dei quadri sia medio bassi che alti del Partito e dello Stato, compiuto direttamente dal gruppo “interno” di Xi Jinping, che è stata organizzata anche da Wang Qishan, potente capo della nuova “commissione di controllo” del Partito e fedelissimo di Xi..
Punto essenziale della politica estera, che per Xi Jinping e il suo gruppo dirigente è soprattutto politica estera economica e finanziaria, è la costituzione di iniziative cinesi indipendenti all’estero, oltre all’espansione del proprio ruolo nel WTO e nelle altre organizzazioni internazionali.
Non è un caso che i Servizi cinesi abbiano una sezione che si occupa di “utilizzazione delle norme internazionali”.
Iniziative come, per esempio, la Banca di Investimenti per le Infrastrutture Asiatiche (alla quale partecipa anche l’Italia) e la banca di Investimento dei BRICS, che sono essenziali per comprendere l’essere della Cina come Paese interno ai flussi del commercio mondiale, ma anche la sua forte autonomia geopolitica.
Sono fenomeni che appariranno soprattutto all’interno dei 75 Paesi che hanno aderito già alla Nuova Via della Seta.
Legame economico con la Cina, ma adesione dei 75 al progetto, non scritto, di egemonia di Pechino nel nuovo ordine mondiale, che appare oggi, in particolare, quale indebolimento strutturale deli Usa.
Per quel che riguarda specificamente la diplomazia, il “Pensiero di Xi Jinping sulla Diplomazia”, recentemente elaborato, prevede che il Partito elabori, come ha già fatto per sette decadi, un pensiero diplomatico “con caratteristiche cinesi” e che questo Pensiero sia costruito direttamente dai vertici del PCC.
Se il mondo di oggi è infinitamente complesso, come affermano i dirigenti cinesi, allora la diplomazia cinese deve anche raggiungere un nuovo punto di partenza.
Che semplifichi l’approccio iniziale e produca un Nuovo Ordine Mondiale, non incentrato sugli Usa, ma legato casomai ad una diplomazia cinese che opera bilateralmente in tutti gli ambiti economico-politici e in tutte le aree del globo.
Quindi, rimanere nella linea diplomatica del leader Xi Jinping vuol dire, in primo luogo, rimanere fedeli al cammino dello sviluppo pacifico, poi far avanzare la collaborazione con tutti i Paesi per raggiungere risultati win-win, inoltre sostenere l’architettura formale dell’attuale sistema internazionale, per poter infine permettere un migliore ambiente esterno a tutti gli Stati; e compiere progressi definitivi verso la pace mondiale e il progresso umano.
La diplomazia di Xi Jinping significa quindi il sostegno, in primo luogo, alla progressiva e costante apertura dei mercati globali, soprattutto oggi che i Paesi occidentali tendono al protezionismo, ma tende inoltre a favorire i rapporti con quei Paesi che l’occidente trascura o ritiene ancora semplici “depositi di materie prime”, come l’Africa o l’America Latina; ma opera soprattutto per evitare la costituzione dei punti di crisi.
Per dirla con un qualche grado di legittima semplificazione storica, Xi Jinping trasforma in dottrina diplomatica gran parte della “Teoria dei Tre Mondi” di Mao Zedong.
Una classificazione, si ricordi, dei Paesi in funzione del loro pretese egemoniche e della loro proiezione di potenza.
Occidente “imperialista” e URSS “revisionista”, ovvero il Primo Mondo, si sarebbero consumati da soli, con le loro guerre fredde, sul terreno della “grande pianura europea” che entrambi vogliono conquistare, mentre tutto il vasto globo che non è ancora sviluppato sarà diretto dalla Cina Popolare.
Il Secondo Mondo erano i Paesi sviluppati ma marginali rispetto ai membri nazionali del Primo Mondo.
Se poi vediamo più analiticamente la dottrina di Xi Jinping sulla diplomazia cinese, ci accorgiamo che questi tempi sono ben presenti.
Il Primo Mondo, gli Usa, è in crisi, la Russia è ormai parte dello Hearthland a guida cinese, i Paesi del Secondo Mondo possono ormai tutti essere parte di un progetto bilaterale win-win garantito dalla nuova superpotenza cinese.
In primo luogo, la Cina ha sperimentato 40 anni continui di sviluppo, ovvero dopo le Quattro Modernizzazioni e le successive riforme economiche e politiche.
Oggi, la Cina è la seconda economia del mondo, e tra 10 anni, prevedono ragionevolmente gli analisti cinesi, supererà quella Usa.
Dall’altra parte, come abbiamo visto, c’è la progressiva espansione di pratiche protezionistiche, che creano forti tensioni sia strategiche che economiche tra gli Stati.
Xi Jinping, in questo caso, afferma, proprio con la sua dottrina diplomatica, che occorre coordinare sempre le scelte interne con quelle in ambito internazionale.
Non c’è una separazione, che è eminentemente non dialettica, tra politica interna e politica internazionale, in un Paese.
A livello mondiale, le linee-guida possono essere, sempre per la dottrina di Xi, solo quelle del mutuo rispetto (quindi non egemoniche, mai) della pace globale e del mutuo sviluppo, non solo economico, ma integralmente umano.
E’ un umanesimo di radice occidentale ma come direbbero a Pechino, “con caratteristiche cinesi”.
Quindi, la Dottrina diplomatica di Xi sostiene fortemente il multilateralismo, sia in ambito politico che economico e finanziario, poi promuove il libero commercio e la facilitazione per gli investimenti, e tende infine a rinnovare e “ringiovanire” il sistema delle relazioni globali contro “l’unilateralismo” degli Usa, che è strettamente correlato al protezionismo.
Ovvio che una economia esportatrice come quella cinese, che sta però espandendosi anche nel mercato interno, voglia il free trade, ma è meno ovvio che un Paese che domina il sistema finanziario mondiale come gli Usa sia legato alla protezione delle sue industrie, spesso mature o addirittura decotte.
Il dato primario è che, nella diplomazia idealistica che deriva dal Pensiero di Xi Jinping, quello che viene rilevato da molti studiosi e diplomatici cinesi è il contributo rilevante e specifico della Cina alla civiltà umana, un contributo che nessun altro Paese, nel pensiero dei dirigenti cinesi, può oggi dare.
Non è una aggiunta secondaria e retorica: l’umanesimo con caratteristiche cinesi dimostra che la Cina è detentrice di valori universali, mentre l’Occidente è sempre meno globalizzato nei suoi valori e nel suo stile di vita.
La Cina che si è espansa in tutto il mondo, nei 40 anni dalle Quattro Modernizzazioni, è parte primaria della comunità internazionale; e i suoi interessi si sono diffusi in tutto il mondo, il che implica che la Cina abbia una prospettiva e un modo di valutare i fatti in modo globale, non grettamente nazionalistico.
Umanesimo cinese come egemonia del soft power.
Da qui deriva anche che l’Occidente, che non è evidentemente soddisfatto della crescita rapida, stabile e potente della Cina, non riesce nemmeno a capire come, secondo gli analisti cinesi, Pechino possa avere la percezione dei suoi impegni e interessi universali.
Siamo stati abituati ad essere modesti, dice un diplomatico cinese, ma abbiamo cominciato a impegnarci a fondo nelle questioni internazionali e globali, per guidare “la riforma della globalizzazione”, che è la chiave della geopolitica di Xi Jinping, in particolare dopo il 18° Congresso Nazionale del PCC.
Per i rapporti tra Usa e Cina, la teoria della Diplomazia di Xi Jinping stabilisce che la cooperazione raggiunge sempre e comunque obiettivi win-win, mentre il confronto presuppone sempre una perdita per entrambi gli attori.
Chi ha ancora una mentalità da guerra fredda, dice Xi, si isola dal mondo, e chi utilizza oggi dei giochi a somma zero non sarà mai capace di evitare il confronto senza averne dei grossi danni.
Se gli Usa creeranno le condizioni di un duro contrasto con la Cina, e si creeranno dei potenti nemici, raggiungeranno una condizione in cui il contrasto, anche pacifico, sarà talmente duro da mettere in seria difficoltà lo stesso rango mondiale degli Usa.
E il suo status di prima economia globale.
Per quel che riguarda poi il rapporto tra Cina Popolare e Federazione Russa, le due nazioni sono viste, da Xi Jinping, come partner strategici globali in tutti gli ambiti.
I rapporti tra i due paesi, oggi, sono solidi “come una roccia”, per dirla con la Dottrina di Xi Jinping; e insieme stanno diventando una forza strategicamente molto rilevante per mantenere la pace nel mondo.
Gli interessi comuni russo-cinesi si stanno sempre espandendo, ma non colpiscono mai un terzo, e non sono mai influenzati dalle decisioni di un terzo.
E’ la definizione attuale cinese del termine classico di “indipendenza”. Esotericamente, il Vuoto tra due Pieni.
Quindi, per riassumere, la dottrina diplomatica di Xi Jinping si compone di dieci semplici punti:
a) Sostenere sempre la politica del Comitato Centrale del PCC come fosse il principio essenziale di azione, sottolineando la funzione della direzione centralizzata e unificata del Partito per quel che riguarda tutti i rapporti con l’estero.
b) Sostenere lo sviluppo della diplomazia con caratteristiche cinesi, per completare la missione del ringiovanimento nazionale. E il nesso tra Interno ed esterno, che non vanno mai trattati in modo disgiunto.
c) Preservare la pace mondiale e raggiungere un livello di sviluppo comune tra i popoli e le nazioni, con l’obiettivo di costruire una grande comunità, con un futuro condiviso per tutta l’umanità. Umanesimo globale cinese come Vaso dei Regni per ogni tradizione nazionale e umanistica.
d) Rafforzare la fiducia strategica di tutti i Paesi nei confronti del socialismo con caratteristiche cinesi.
e) Continuare a lavorare per la Belt and Road Initiative con l’obiettivo di una crescita comune dei Paesi membri, attraverso la discussione e la collaborazione.
f) Seguire il cammino dello sviluppo pacifico, sulla base del mutuo rispetto e della cooperazione win-win. Rispetto, non egemonia asimmetrica. Ma simmetrica, nella visione cinese, in quanto frutto dell’effetto politico di una relazione win-win.
g) Sviluppare partnership globali mentre si propone una agenda diplomatica.
h) Dirigere la riforma del sistema globale della governance, sulla base dei concetti di giustizia e di correttezza. Ovvero, di concetti non egemonici e di tipo culturale e politico.
i) Prendere gli interessi nazionali cinesi come la linea di fondo per salvaguardare la sovranità della Cina, la sua sicurezza e i suoi interessi di sviluppo. E’ sempre il nesso tra esterno e interno dello stesso Vaso, politica interna e politica estera.
j) Nutrire la crescita di uno specifico stile della diplomazia cinese, combinando la fine tradizione del nostro “lavoro esterno” con le attuali necessità e caratteristiche dell’ambiente internazionale. Ovvero, legare la tradizione cinese confuciana e elitaria con la prassi giornaliera del lavoro diplomatico.
Secondo l’attuale direzione del Partito, lo studio del pensiero diplomatico di Xi Jinping è una parte essenziale del pensiero sul socialismo “con caratteristiche cinesi”, per realizzare una Nuova Era, che è pensata per essere l’avvio di una diplomazia globale e pacifica diretta da Pechino.
Una diplomazia che sostiene soprattutto la riforma della globalizzazione, centro profondo del pensiero diplomatico di Xi Jinping, e inoltre la diffusione globale dei rapporti win-win della Cina con tutti i Paesi del mondo.
Da questo punto di vista, e senza mai perdere di vista l’obiettivo del ringiovanimento nazionale cinese e dello sviluppo universale umano, altro tratto essenziale del pensiero diplomatico di Xi, si produrranno nuove tipologie di relazioni internazionali, che saranno basate sul mutuo rispetto, la correttezza, la giustizia e la cooperazione win-win. Multilateralismo globale.
La diplomazia con caratteristiche cinesi, introdotta da Xi Jinping, promuoverà, in futuro, un interno nuovo ordine internazionale, derivante da un mondo inclusivo di stabile pace, sicurezza universale e prosperità comune.
Non è propaganda, è un progetto che, nella terminologia specifica del Comitato Centrale del PCC, costruisce la nuova politica estera di Pechino.
Senza questa sorta di escatologia della politica, non è possibile comprendere integralmente il pensiero di Xi Jinping sulle relazioni internazionali.
Per un cinese moderno, ma anche tradizionale, la metafisica dei principi confuciana è quello che la metafisica era per Aristotele: “la scienza dei fini”, fini che sono reali quanto i mezzi.
E infatti Padre Matteo Ricci S.J. lesse Confucio come “l’Aristotele dell’Est” e, nella “controversia dei Riti”, che coinvolse i Padri Gesuiti e i Francescani, i Gesuiti sostennero la sinicizzazione della Santa Messa n quanto la tradizione cinese era sovrapponibile, malgrado tutto, a quella dell’Aristotele che aveva rifondato la Metafisica cattolica, tramite San Tommaso d’Acquino.
E si tratta, inoltre, di una altezza morale e culturale che si propone come una nuova leadership, in un mondo di materialismo politico, soprattutto in Occidente, e di visioni operative e solo pratiche, sempre di brevissimo periodo.
Quindi, c’è qui una fusione, ben riuscita, di analisi marxista e di tradizione culturale cinese, una tradizione culturale e politica moderna che è, ormai, anch’essa antica.
Ecco quindi un altro punto essenziale del Pensiero di Xi sulla politica estera.
La diplomazia di Xi è una realizzazione importante dell’ormai avvenuta traslazione del pensiero confuciano nell’ambito del “socialismo con caratteristiche cinesi”.
Per Xi Jinping, le arti e la cultura, essenziali anche nella proiezione di potenza attuale cinese, si basano su alcuni punti, che anche in questo caso sintetizziamo, raccogliendoli da vari discorsi e documenti:
1) L’arte contemporanea deve prendere come proprio tema primario il patriottismo, (patriottismo e non marxismo, N.d.R.) portando le masse ad avere visioni corrette della caustoria, della nazionalità, dello Stato, della cultura. Confermare l’integrità e la fiducia in sé del popolo cinese. E qui c’è la pedagogia di massa, che si applica anche alla politica estera.
2) Alcuni artisti mettono in ridicolo il sublime (e qui, in rapporto con la teoria occidentale del sublime, ci sarebbe da dire moltissimo) e offendono persino i classici, e allora privano le masse dei caratteri eroici. Il mondo alla rovescia, il buono quale il cattivo, il male che è bene, il brutto che diviene bello. E qui Xi Jinping si ricorderà certamente, lui che conosce bene la cultura europea, di un brano teatrale che ha costruito la cultura dell’Occidente: il rituale delle Tre Streghe presso il cauldron, nel Macbeth di Shakespeare.
3) Il valore di mercato delle arti è del tutto irrilevante, rispetto al loro valore sociale. Altra problematica del pedagogismo nelle arti, mentre l’Occidente tende all’esclusione del pubblico dall’opera d’arte e si scandalizza, dietro Benjamin, della loro riproducibilità tecnica. I benefici economici, e questo è un altro punto importantissimo per comprendere il pensiero di Xi Jinping, valgono sempre di meno dei benefici sociali. Ma l’indipendenza delle arti e l’autonomia del loro valore estetico è indiscutibile. Autonomia, non esclusione dal pubblico.
4) L’arte cinese non deve mai rincorrere lo straniero. Il provincialismo è il male assoluto. Difficile dargli torto.
5) Dare un contenuto sano e progressivo alle mode di massa che arrivano dall’estero.
In sostanza, si tratta di una trasposizione, nell’ambito delle arti, di quegli stessi principi che Xi Jinping ha elaborato, fin dal giugno scorso, per l’arte diplomatica.
Ovvero, valorialità di tutti i comportamenti, effetto universale dei comportamenti, unione tra privato e pubblico, ovvero tra esterno (politica estera) e interno (vita nazionale).
Diplomazia che i cinesi vedono ancora come un’arte, diversamente dall’Occidente che, ormai, pensa ai suoi diplomatici come a venditori di beni e servizi, come procuratori finanziari, magari come broker di contratti.
Non sarà mai questa la diplomazia di un Paese prestigioso e vincente.
In ogni caso, la Nuova Diplomazia cinese riguarda anche il tentativo, da parte di Xi Jinping, di capitalizzare sull’isolamento di Donald J.Trump sull’arena mondiale.
Finora, però, la Cina come leader mondiale piace, in 25 Paesi dell’Occidente, solo al 19% dei cittadini nel mondo, mentre una US Rule è ancora accettabile da parte del 25% dell’uditorio mondiale.
Nemmeno il risultato degli americani è, comunque, molto brillante.
In fondo, l’obiettivo della Cina di Xi è quello di diventare rapidamente una superpotenza globale, creandosi una rete protettiva di Paesi alleati, il tutto per controbilanciare l’equivalente struttura di relazioni internazionali degli Stati Uniti. Il Vuoto e il Pieno, ancora, che si scambiano i ruoli.
Uno dei motivi della Belt and Road Initiative è proprio quello, infatti, di crearsi una rete di alleati a lungo termine, per la Cina, tali da coprire almeno tutto lo Hearthland eurasiatico, e bloccarlo quindi nei confronti dell’espansione del potere statunitense.
Il vuoto e il pieno, ancora, due termini della tradizione esoterica cinese: il pieno sarà il potere indiscusso della Cina e della Federazione Russa su tutto lo Herthland eurasiatico, con propaggini verso una penisola eurasiatica sempre meno forte in termini geopolitici e militari.
Il vuoto sarà l’autonomia strategica degli Usa intorno alla Cina, almeno per ora.
Possibile anche un contrasto strutturale cinese con l’India, futura grande potenza, anche economica, ma a sud, nell’incrocio tra lo Hearthland e la grande linea di comunicazione tra i Mari asiatici e il Golfo Persico, e quindi, infine, il Mediterraneo.
Basterà l’insignificanza della UE, per ora. Una garanzia imbattibile sia per gli Usa che per gli altri grandi attori globali.
Il vuoto, più importante del pieno, è oggi la presenza ancora determinante degli Usa nei mari primari e in quelli secondari, con scarsa penetrazione in Africa, ancora fortissima presenza Usa in Europa, poi la gestione nordamericana della cesura tra Est Europa e Russia, che è una frattura in grado di rendere aperta, “viabile”, lo Hearthland e privarlo di valore strategico.
E’ questo il grande quadro in cui si dipinge la Dottrina Diplomatica di Xi Jinping.
Siamo ancora, quindi, al discorso di Xi al Comitato Centrale del PCC nel 2017, quando il Presidente disse che “la Cina sta ferma e in piedi in tutto l’Est”.
Siamo quindi ad una rilettura, nella fase di crisi della globalizzazione, della tematica degli “interessi centrali” della Cina, una questione che era stata discussa dai dirigenti di Pechino, soprattutto nei primi anni 2000.
Sulla base, però, del “grande ringiovanimento della nazione cinese” e del “sogno cinese”, due temi essenziali del 18° Congresso del PCC, quello che incoronerà Xi Jinping.
Il Presidente è diventato allora, rapidamente il “capo centrale” di tutta la Cina, soprattutto attraverso la grande campagna contro la corruzione.
Sul piano internazionale, la Presidenza di Xi si discosta grandemente da un tema strategico essenziale della Cina contemporanea: il basso profilo, tratto impostato, all’inizio, da Deng Xiaoping.
Fateci costruire una economia moderna, che è il nostro primo e fondamentale obiettivo, sembrava dire Deng, ma non ci infastidite con i temi geopolitici e militari principali, che sono ancora fuori dalla nostra portata e ci distolgono dal nostro obiettivo primario.
Xi Jinping ha invece rovesciato questo principio: la Cina ha certamente delle ambizioni mondiali, che sono anche i suoi interessi primari.
I core interests di Pechino sono allora ben noti: la costituzione della Asian Infrastructure investment Bank, la One Belt, One Road, la costruzione delle isole artificiali nel Mar del Giappone, la costruzione della base di Gibuti e la partecipazione silente a molti conflitti e tensioni mondiali, questi sono tutti modi per avanzare il potere globale della Cina e proteggere i suoi interessi primari.
Non dimentichiamoci nemmeno di “Cina 2025” e di “Amazing China”, due progetti, tutt’altro che trascurabili in questo nuovo progetto cinese che consiste nel regolare, riformare e addirittura riprendersi la globalizzazione; mentre altri, come gli Usa, ricreano temporaneamente la loro economia e la loro massa-lavoro ritornando al protezionismo. Cosa che, inevitabilmente, si ritorcerà contro di loro, sempre.
Il protezionismo è una droga dagli effetti brevi.
L’alternativa è duplice: o continuare il gioco della globalizzazione, che ormai ha deindustrializzato quasi completamente le nazioni che hanno iniziato la Rivoluzione Industriale del XIX secolo, oppure rafforzarsi temporaneamente con il protezionismo.
Ma la Cina, da un lato, si può permettere la globalizzazione perché ha una diversa formula produttiva, ma dall’altro potrebbe anche giocare perfino al gioco del protezionismo; utilizzando la fascia di Paesi della Via della Seta, che possono tranquillamente mantenere e assorbire un accettabile livello di export cinese, e perfino alle condizioni stabilite da Pechino.
Siamo, allora, ad una nuova guerra fredda, quella tra Cina e Occidente?
Probabile, ma solo di Terzo Tipo, con una guerra economica ricoperta da scaramucce di Secondo Tipo, tra il simbolico e il propriamente militare.
La Cina ha già provato a chiudere le operazioni con una alleanza tra essa e l’UE, la Russia e il Giappone.
Ma, data la configurazione del commercio mondiale attuale, la risposta è stata meno che tiepida.
Gli Usa hanno invece riattivato una parte dei loro scambi con l’UE, rafforzando molto il loro storico rapporto con il Giappone.
Ritorna quindi lo spettro della chiusura della Cina tra in suoi confini tradizionali, un pericolo che Xi Jinping vuole scongiurare ab ovo.
Già nel 2009, gli “interessi centrali” della Cina furono teorizzati, nel Comitato Centrale, come: 1) il sistema fondamentale della Cina e la sicurezza dello Stato, 2) la sovranità dello Stato e l’integrità territoriale, 3) lo stabile sviluppo dell’economia e della società.
Il White Paper del 2011 ha aggiunto a queste linee fondamentali lo “sviluppo pacifico” e la “riunificazione nazionale”.
Ovvero, quella con Taiwan.
La Cina oggi rende sempre più chiaro che il rispetto dei suoi core interests è essenziale per dar vita a quelle relazioni win-win che caratterizzano i suoi rapporti economici bilaterali.
Ecco uno dei fini primari della Dottrina Diplomatica di Xi Jinping.
E la Cina, peraltro, sta cessando di favorire gli investimenti all’estero, da parte di imprese cinesi, compattando tutto ciò che prima era sparso ovunque nel solo progetto di Belt and Road, che oggi è parte della Costituzione e della Linea Fondamentale del Partito.
La Linea della Belt and Road nasce da quella della “Marcia ad Ovest”, una strategia inizialmente elaborata dall’esperto di politica internazionale Wang Jisi, il quale riteneva che occorresse, per Pechino, andare verso l’Asia Centrale e il Medio Oriente, per minimizzare le tensioni con gli Usa nell’Asia dell’Est.
Area essenziale, per Washington.
Ma oggi la “Belt and Road” è una iniziativa globale, non regionale, come la pensava all’inizio Wang Jisi, un progetto che porterà a sconvolgimenti geopolitici ancora non prevedibili.
Il progetto deriva da due essenziali necessità: l’uscita della Cina dai suoi insicuri confini tradizionali e il continuo, stabile sviluppo economico interno che, se mancasse, metterebbe a dura prova il potere del Partito e dello Stato.
Ecco, sono questi i meccanismi economici e politici che la Teoria Diplomatica di Xi Jinping vuole ampliare e proteggere.

Giancarlo Elia Valori