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La crisi libica nell’estate del 2020

La destituzione violenta, nel 2011, in una fase di estrema crisi economica per l’Italia, quasi ai bordi del default, del leader di Tripoli e di tutta la Libia Muammar al Minyar El Gheddafi è stata la palese pietra tombale della politica estera italiana. E anche dei suoi Servizi, costretti a fare i soli interessi di chi voleva distruggere i nostri.
Gli Usa, per primi, volevano chiudere la loro collana di perle delle “primavere arabe”, iniziate nella vicina Tunisia, piccolo Paese adatto per esperimenti, come dicevano peraltro le carte del Foreign Office nel 1901, riguardanti la Russia, “paese adatto per esperimenti socialisti”.
Gli Usa leggono la politica estera secondo i loro criteri interni e autoreferenziali, inutile lo sforzo di chiedergli una visione più ampia.
La Francia, poi, voleva prendersi la Libia, certo, ma soprattutto voleva prendersi l’ENI e voleva, inoltre, porre l’Italia in una condizione di minorità grave in tutto il Mediterraneo.
Il modo in cui la Francia operava in fase gheddafiana e Parigi, peraltro, non ha mai dismesso disegni golpisti contro Gheddafi, sapeva una cosa sola, ma che sapevano anche gli inglesi, ovvero che Gheddafi era stata una ottima invenzione dei nostri Servizi, quando esistevano ancora. Abbiamo salvato Gheddafi almeno tre volte, due dagli inglesi, una dai francesi, due dagli americani.
Compiendo il nostro interesse nazionale, eravamo bollati come “antiliberali” e, comunque, in ambito NATO certi tradimenti si pagano.
La Gran Bretagna vuole poi seguire la Francia, nella sua isteria anti-gheddafiana, dopo soprattutto che Sarkozy ha chiesto un forte prestito al Rais, con la quale ha qualche interesse petrolifero da preparare per la Royal Dutch Shell, che ha aperto per prima le trattative con il nuovo regime libico nel 2013, come peraltro anche i Servizi di sicurezza dell’ENI, che si accordano rapidamente con Jallud e con gli storici referenti dell’Italia nell’opposizione a Gheddafi. O Shell o Total, era questo il gioco, mentre l’Italia affondava nella crisi ed era non improbabile una vendita “amichevole” dell’ENI.
La retorica anti-gheddafiana è stata comunque, detto francamente, ridicola: le solite chiacchiere sulla sua “non-democrazia”, come se un Rais arabo potesse comportarsi come un jazzista di Manhattan, tutto sex, drugs and rock&roll, mentre si aprivano le porte, come è accaduto anche altrove, alla Fratellanza Musulmana e alle sue reti, che hanno generato immediatamente, ma guarda caso, una vasta filiazione jihadista, come è appunto accaduto anche fuori dalla Libia.
Davvero credevano che esistessero i jihadisti buoni e quelli “cattivi”? Ma dove vivevano, in un spot pubblicitario erp i detersivi?
L’operazione di innesco della “rivolta” da parte dei Servizi francesi è stata soprattutto la tensione presso il carcere di Abu Salim, orchestrate da una strana e prima sconosciuta “sezione libica dell’Associazione per i Diritti dell’Uomo” con sede a Parigi.
L’inizio materiale della rivolta fu a Bengasi, nel febbraio 2011, ma la situazione economica e sociale, nella Tripoli di Gheddafi, era ben diversa dalle altre “primavere arabe” superficialmente organizzate da qualche PR strategico, pagato dalle Agenzie, tra Manhattan e Sloane Street. Altro che chiacchiere sulla “libertà” e Martini Cocktail.
La Libia del Rais infatti garantiva, lo dissero alcuni reports delle Fondazioni tedesche editi poco prima della caduta di Gheddafi, aveva un reddito medio di cinque volte quello egiziano, un reddito poi ben diffuso tra la popolazione, soprattutto con Gheddafi che faceva l’unico mestiere possibile in un Paese con tantissime tribù: quello di garantirsi il loro appoggio selettivo.
Poi, il sistema, duro ma anche ingenuo, già messo in atto contro Milosevic in Serbia, o contro Saddam Husseyn in Iraq, è stato riedito in Libia. Distingue frequenter, come dicevano i logici medievali.
E’ subito partita la rete dei blogger, prima stranamente silente, poi alcune manifestazioni su problemi che c’erano anche prima, ma poi ancora l’utilizzazione ossessiva della buzzword, “parola d’ordine”, ovvero democrazia, che, nelle menti dei poveri e dei diseredati significa “stare meglio”, nelle parole dei manager dell’informazione strategica, ingaggiati a caro e inutile prezzo dai governi occidentali significa: “ora lavorate per noi”.
E ci sarà poi il nicciano “olio lenitivo” del mito democratico a tranquillizzare gli animi, con qualche altra distrazione possibile. Il sesso, soprattutto, o il divertimentificio giovanile.
Gli Usa sono stati in gran parte a guardare, nella prima fase della rivolta “popolare” libica, ma certamente un Occidente che crede che la realtà ragioni come una signorina snob, come quelle che si trovano in certi salotti, è sempre destinato ai più tragici fallimenti.
I libici non volevano uccidere, in un rituale scozzese alla Macbeth, il “tiranno”, concetto del tutto estraneo alla loro cultura politica, ma volevano semplicemente migliorare il regime di Tripoli, come peraltro quello di Tunisi, certo entrambi permeati di nepotismo e, soprattutto a Tunisi, di corruzione, ma tutto sarebbe stato meglio, certamente, di quello che è accaduto dopo.
La long war, pensiamoci, sembra la regola sciocca degli interventi “umanitari” attuali: si fa tutto con gran fanfara e retorica democratica, come se tutto il mondo dovesse andare avanti come il Vermont, o il V Arrondissement parigino, poi si scopre che il mondo è diverso dalla provinciale e oscura ricchezza di certi leader, e allora si “ripete la dose” all’infinito, sempre con meno truppe, come se gli altri fossero cretini o incapaci allo scontro, credendo infine che tutto funzioni secondo il criterio del repetita iuvant. No, la politica estera e la strategia non funzionano mai così.
Gli Usa saranno fuori dall’Afghanistan, senza aver risolto alcunché, anzi, peggio di prima, dopo un trattato con i Taliban scritto a Doha ma che dovrebbe portare al withdrawal, all’abbandono e al rientro totale dei soldati Usa entro i prossimi 14 mesi.
In Iraq, le truppe Usa sono state oggetto di una risoluzione parlamentare che ne richiede il loro allontanamento, malgrado che le FF.AA. di Baghdad siano ancora riluttanti.
Quali risultati strategici sul campo? Nessuno di rilievo. In Afghanistan andranno quindi al potere i Taliban, ovviamente, come sarebbe peraltro accaduto molti anni fa.
In Iraq, con la maggioranza sciita nella popolazione e la penetrazione petrolifera, economica, politica e militare iraniana, la presenza di Washington non credo avrà altri grandi risultati.
Certo, le basi Usa in Kuwait, Bahrain, in Qatar, la più grande, negli Emirati sono una altra collana di perle intorno a Teheran. Come peraltro le vecchie e nuove reti di AFRICOM intorno alla Libia, si tratta di ben 29 basi militari tra Biserta, Liberville, in Gabon, Ouagadougu, in Burkina Faso, Dakar, Niamey, in Niger, poi a Agadez, sempre in Niger, per controllare la grande linea della migrazione africana, spesso diretta contro le nostre coste, poi con 5 altre basi in Somalia, 4 in Mali, infine 2 ancora in Libia.
Ecco, sulla Libia si sta giocando un gioco terribile, che è il comando sui passaggi dal Mediterraneo all’Africa Centrale, e l’Italia sembra solo ripetere le solite formulette, da signorine snob come quelle immortalate da Franca Valeri, basate su due errori marchiani e pericolosissimi: a) la Libia non è un “interesse nazionale”, perché si devono riportare i soliti diritti umani, ma questa è una sciocchezza sesquipedale, perché questi famosi diritti occorrerebbe portarli in tutta l’Africa, b) il nostro interesse è solo quello dell’Occidente, che non ne ha uno solo e, comunque, tutti gli interessi già definiti sono tutti contro di noi.
Qual è il virus che è stato inoculato nella nostra puerile classe politica attuale, che non gli lascia credere che esista un interesse nazionale, che ha nella Libia un asse inderogabile, visto che, come diceva Napoleone, “le basi della politica estera stanno nella geografia”?
Abbiamo seguito, ai suoi tempi, l’idea puerilissima di un Silvio Berlusconi e di un “centro-destra” che stavano con gli anglosassoni e i francesi come se fossimo in una riedizione in costume della II Guerra Mondiale.
Certo, ci era stato anche detto che saremmo stati bombardati “per errore”, non si sa mai. Ma la paura non fa parte di certi calcoli strategici. Se i nostri “alleati” che ci stavano fottendo la Libia e l’Eni lo avessero fatto, avremmo dichiarato la verità. E giù, altri attentati ai treni…
La Reductio ad Hitlerum è una ingenuità che, in Italia, vale anche per le classi politiche. Incolte di politica estera come cresimandi.
Ora, siamo nel mondo fatato di un governo che crede di mediare senza contare un beatissimo niente. Nemmeno sul terreno, a Tripoli e a Bengasi. Un mondo fiabesco fatto di diritti umani, sempre servi della propaganda n.1 anche loro, di rifiuto della guerra stabilito dal più cretino (e non è il solo) articolo della nostra Costituzione, l’art.11, che accetta di fatto solo la resa senza condizioni. Chi è andato al potere dopo una resa senza condizioni, si ricorda infatti solo di quello.
Per non parlare dei soliti migranti irregolari da accettare senza fiatare, cosa che i nostri Paesi amici della UE non fanno e non hanno mai fatto, ma che noi dovremmo subito fare, visto l’accordo di Dublino e il senso di colpa, sempre artatamente insufflato, per antiche esperienze.
Intanto, ripeto, gli italiani sono fuori dalla Libia, dal Maghreb, dall’Africa, tra poco dal Mediterraneo. Grazie alla nostra classe politica, che sa di strategia e di geopolitica come un pizzaiolo sa, di solito, di calcolo delle variazioni. Senza offese per gli amici pizzaioli, ovviamente.
Senza Libia, niente controllo del Mediterraneo, senza controllo del Mediterraneo niente autonomia strategica e economica italiana, senza autonomia strategica e economica italiana, infine, niente crescita, il mantra con cui, peraltro, i politici attuali si riempiono la bocca.
Ma vediamo meglio: i russi negano qualsiasi impegno diretto in Libia, ma esistono almeno 14 MiG29 nella base di Jufra, alcuni Sukhoi-24, che sono dei bombardieri, poi i sistemi antimissili Pantsir.
Vi sarebbero anche, nelle basi legate ancora al generale Haftar, dei mercenari serbi e ucraini, legati alle reti dei contractor russi della Wagner.
Che stanno soprattutto nella base di Gardabyah, ma anche Mosca, pur negando ogni interesse militare diretto per la Libia, avrebbe dislocato nelle basi legate ad Haftar, come ha fatto anche la Turchia, i propri “militanti” dalla Siria alla Libia, si dice siano già 900.
I Servizi operano molto. Soprattutto quelli francesi, ovvero la DGSE, poi la CIA americana, che non ha mai abbandonato la Libia, e ancora il tedesco, non si meravigli nessuno, BND.
Gli italiani hanno ancora un consigliere, bravissimo, presso Al Serraj, un consigliere che sa bene come si trattano certe questioni. Ma è solo, isolato, e ormai nel governo tripolino è una mosca bianca.
Sarraj, secondo noi, era titolare non di alcuni nostri interessi geopolitici, che vanno trattati bene, ma della virtù santissima di essere stato, per alchimie complesse e non sempre dicibili, insignito dello Spirito Santo delle Organizzazioni Internazionali.
L’Italia riconoscerebbe anche il diavolo, se fosse nominato da qualche consesso internazionale, magari anche irrilevante.
Delle scelte internazionali, che tanto allettano gli ambasciatori e le gentilissime signore, la Francia, che pure ne fa parte a maggior titolo di noi, se ne frega altamente, e infatti opera con i suoi Servizi dalla parte di Haftar, da sempre. Quando finirà il “sì buana” geopolitico tipico delle classi dirigenti italiane?
Il canale di passaggio tra Libia e Europa, ma non in Italia, è sempre il triangolo, posto in atto con aerei da turismo, tra Bengasi, Zuwara e Malta.
Ne sanno più in certi palazzi de La Valletta, compresi quelli della “Religione”, che in molti palazzi del potere, se così lo vogliamo ancora chiamare, italiano.
Per i Servizi francesi, il collegamento più facile è quello tra l’Algeria e Lione e, ancora oggi, alcuni operativi del Servizio francese addestrano i dirigenti, ancora in erba, del Servizio interno di Haftar.
I tedeschi incontrano sia Haftar che Al Serraj con linee di comunicazione che partono direttamente dalla Germania e arrivano sia a Tripoli che a Bengasi.
Intanto, il presidente egiziano Al Sisi, già capo dei Servizi militari delle FF.AA. del Cairo, ha dichiarato, il 19 luglio scorso, e non poteva fare certo altrimenti, che la Libia, ma lo avrebbero dovuto fare perfino gli italiani, anche con possibili “durezze”, è un interesse nazionale dell’Egitto. Ovvio.
La UE, altra fabbrica del Nulla, ha dichiarato in questi giorni che occorre ritornare al meccanismo 5+5 per la negoziazione. Ma tutte le parti libiche sono riflessi di altri Paesi esteri, è inutile parlare con il servo, si deve solo chiacchierare con il padrone. E quale sarebbe la “risoluzione della crisi libica” magicamente attesa dall’ONU? Nessuno lo sa.
O una aperta e chiara segmentazione del territorio, che peraltro in tempi ottomani non era affatto unificato, e allora si tratta di lasciarsi “così, senza rancor”. Come, ancora le signorine snob e salottiere.
Ma siamo sicuri che una Libia frazionata farebbe ai nostri interessi? Con le tribù del Fezzan, magari, che si immergono felicemente nel business della immigrazione illegale, e noi lì a guardare e a pagare, con altri 1,3 milioni, come è recentemente accaduto, le sedicenti “guardie costiere” libiche?
In un contesto di crisi del petrolio e quindi delle entrate pubbliche, come quelle che si prevedono nella Libia del 2020/2021, l’unico Paese che ne farà le spese, e tante, sarà l’Italia, che probabilmente creperà economicamente insieme alla sua vecchia colonia libica.
Al Sarraj ha spiegato recentemente che sono stati persi 1,4 miliardi di usd di vendite petrolifere a partire dal blocco dei porti che ha operato Haftar a gennaio scorso.
Si noti anche che Haftar ha già ottimi rapporti con i Servizi greci, che ha spesso incontrato, in ovvia opposizione con i turchi, ma le scelte del leader di Bengasi hanno già causato, comunque, la caduta dell’80% delle vendite del petrolio libico.
Siccome in un contesto di bassi prezzi al barile e di restrizione delle estrazioni il petrolio, peraltro il meno costoso in Africa, ovvero quello della Libia ha un suo forte significato, se lo si chiude ai mercati, ecco che si deriva qui la norma, per deduzione, di chi ha interesse a destabilizzare ancora la Libia e chi no.
E dove sarebbero allora le “carte da gioco” degli occidentali? Un mercato ristretto e in gravissima crisi? Una presenza inesistente sul terreno? Le ideologie cretine che vedono o nell’immigrazionismo à gogò o nella chiusura impossibile la soluzione dei nostri problemi? Chi non sa usare le armi non faccia politica estera, e le armi sarebbero perfino tantissime.
La Turchia ha preso rapidamente il posto dell’Italia, sempre più apallica.
Devono avere, a Roma, la paura delle reazioni di qualche signora dei salotti, che griderebbe ai diritti umani e, talvolta, alle necessarie azioni di qualche cameriere.
Ma, al gennaio 2020, Ankara ha spedito 100 dei suoi ufficiali e almeno 2500 militanti di un gruppo jihadista che operava in Siria agli ordini del MIT, il Servizio turco, che hanno rovesciato rapidamente il risultato militare sul terreno contro Haftar.
Due sono gli obiettivi di Ankara sul terreno libico: il blocco delle operazioni egiziane, emiratine e saudite contro l’espansione economica e petrolifera della Turchia nel Mediterraneo. Loro lo sanno, dov’è il Mediterraneo. Noi no.
Ci siamo consegnati ad un’area tutta bella piena di Stati ben più potenti del nostro, l’Europa del Nord, che di noi non sa ormai più di cosa farsene. Se non fosse per le PMI del nostro Nord, appunto.
Belli quei tempi in cui Amintore Fanfani, uomo dalle straordinarie capacità strategiche e predittive, d’altra parte i toscani-etruschi sono tutti un po’ aruspici, ovvero predittori, di cui i romani, secondo Tito Livio, avevano una paura blu, prediceva una nuova “politica mediterranea” per l’Italia, per riprendersi quello spazio che solum è mio, tanto per citare il Machiavelli in una sua nota lettera al Vettori.
L’altra linea di Ankara è quella della percezione di una minaccia, ma loro almeno reagiscono, dell’insieme strategico tra Israele, Grecia e Cipro, con il probabile sostegno della UE che, se ci fosse, porterebbe probabilmente sfortuna, alla espansione turca nel Mediterraneo.
La reazione degli operativi di Haftar, sia pure sconfitti, per ora, sul campo, non è stata trascurabile e permette di prevedere una lunga guerra per procura tra Ankara, Egitto, Emirati, sauditi e altri.
Con chi stanno gli occidentali, che hanno lasciato il terreno, salvo poche posizioni informative, ai players locali? Con la speranza del nulla, appunto, ovvero nell’idea che la questione si plachi e si torni ai “tavoli della mediazione”. Per mediare cosa?
Il successo di Ankara, che certo non vorrà mediare la sua presenza nuova nel mercato petrolifero tripolino, oltre che nella nuova Zona Economica Esclusiva turca, che va dalle coste della Libia a Kastellorizo, nel Dodecanneso?
E Mosca, allora, cosa vuole? Contrastare gli occidentali nell’area e, comunque, anche la Turchia.
Ma, sempre per la stessa Turchia e i suoi servizi, i servizi della società di contractor russa Wagner sarebbero stati addirittura venduti agli Emirati. Non è impossibile.
Mosca non vuole una lunga guerra in Libia, che consumerebbe gli equilibri mediterranei e la escluderebbe, probabilmente, dal nuovo contesto strategico.
Tutt’altro, la Russia desidera ufficialmente un accordo tra le parti, la cessazione delle ostilità e la creazione di un Governo di Unità Nazionale.
Peraltro, Mosca percepisce, diversamente da altri, il senso della penetrazione turca in Libia come l’antefatto della islamizzazione egemonica di Ankara rispetto ai gruppi jihadisti dell’Africa subsahariana.
Erdogan sa che gli occidentali, che non calcolano ma vivono di paranoie, hanno oggi l’ossessione della “Cina in Africa”, e pensa quindi che staranno belli zitti mentre la Turchia si prende il grande pezzo di Africa ancora non del tutto colonizzato da Pechino.
In ogni caso, Mosca non si prenderà mai grandi rischi in Libia, perché non vuole una tensione con la Turchia, e soprattutto con il suo nuovo Turkish Stream.
Intanto, Mosca ha già stampato, nel 2016 e oltre, 9 miliardi di usd di nuova moneta libica di Haftar, con l’effigie del vecchio Rais, trasportati a Bengasi tramite Malta. Che ci ha preso la sua bella “tassa”.
Inoltre, la Federazione Russa, più che su Haftar, gioca le sue future e vere carte su Saif-al Islam Gheddafi. Insomma, tutti giocano e fanno progetti sulla Libia, dopo il disastro “democratico” di Francia e Gran Bretagna, e noi niente

Giancarlo Elia Valori