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Israele, il dibattito politico scatena una guerra segreta tra gli apparati di intelligence

Fin dalla nascita dello Stato di Israele, nel 1948, la giovane democrazia, importata con la forza delle armi in quello che lord Balfour aveva nel 1917 definito il “focolare ebraico” in Palestina, si è distinta per essere, nonostante la sua precaria sicurezza regionale, attraversata in permanenza da un dibattito politico vivace, acceso e polemico.
L’antico partito socialista Mapam di David Ben Gurion, il primo Capo dello Stato israeliano, si è scontrato fin dalla sua fondazione con l’anima politico-religiosa dell’ebraismo integralista, quello dei “Chassidim” che negavano addirittura che si dovesse costituire uno stato di Israele, senza aspettare la “venuta del Messia”.
Nel corso dei decenni l’anima socialista dei fondatori dello Stato si è via via appannata e oggi sono al potere due formazioni una di destra e una di centro, rispettivamente il Likud e il Partito Blu e Bianco, con a capo due personalità di primo piano: il Likud diretto dal leader storico Benjamin Netanyhau e il “Blu and White Party” capeggiato dall’ex Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate, Benny Gantz.
I due stanno al governo insieme dal marzo dello scorso anno, ma la loro convivenza nel governo di coalizione si è evidentemente mostrata più difficile del previsto, al punto che il 22 dicembre scorso è stata dichiarata la crisi di governo, la Knesset (il parlamento di Israele) è stata sciolta e a meno di un anno dalle elezioni è stata indetta una nuova consultazione elettorale prevista per il prossimo mese di marzo.
Netanyhau deve affrontare un’inchiesta per corruzione e ha sempre sostenuto di essere vittima di una magistratura politicizzata e ha sostenuto che il suo partito “il Likud non vuole le elezioni. Noi abbiamo sempre votato contro queste elezioni. Sfortunatamente Benny Ganz ha rinnegato gli accordi”.
Ganz, dal canto suo ha replicato che le affermazioni del Primo Ministro erano “solo bugie” e che il suo collega di governo mirava alle elezioni anticipate “per evitare di essere processato”.
Posizioni dure e inconciliabili che, in un Paese piccolo come Israele nel quale politica, istituzioni e società sono fortemente integrate, hanno avuto dirette conseguenze anche all’interno della potente comunità dei Servizi Segreti che è così intrinsecamente collegata alle altre istituzioni, da risentire immediatamente degli echi del dibattito politico.
La “Intelligence Community” israeliana si basa si tre pilastri di sperimentata e riconosciuta efficienza: Il Mossad, il Servizio operante all’estero con compiti di spionaggio e antiterrorismo oltreconfine; lo Shin Bet, il Servizio di Sicurezza interna competente per il controspionaggio e l’antiterrorismo all’interno dei confini e Aman, il Servizio di intelligence militare.
La divisione dei compiti, semplice e pragmatica, assegna ai due Servizi “civili” funzioni geograficamente ripartite, mentre Aman svolge non solo compiti specifici di intelligence militare ma, in stretto coordinamento con i due Servizi civili, ha competenze di analisi strategica.
In altri termini, Mossad e Shin Bet non dispongono di propri dipartimenti analisi e si affidano, per questa funzione, ai colleghi di Aman ai quali spetta poi di fornire al Governo quadri attendibili di valutazione su tutte le questioni di importanza strategica.
Per capire come nel corso degli anni il sistema abbia funzionato, basta riandare alla Guerra del Kippur del 1973, quando ai primi di ottobre Israele venne attaccato simultaneamente e improvvisamente dall’Egitto e dalla Siria e per una decina di giorni si trovò a mal partito prima di riprendere l’iniziativa e di riuscire a rovesciare le sorti del conflitto.
In quei giorni, tutti gli osservatori, all’interno e all’estero, si chiesero come mai i rinomati Servizi israeliani non fossero riusciti ad anticipare le mosse del nemico, pur disponendo di estese e profonde reti informative nel campo avversario.
La risposta venne dalla commissione d’inchiesta “Agranat”, voluta dall’allora Capo dello Stato Golda Meir, che appurò che in realtà le informazioni sui preparativi egiziani e siriani erano state raccolte ma che queste non erano sufficienti, a parere degli analisti di Aman, per dichiarare l’allerta generale e per avvertire il governo del pericolo imminente.
Il fiasco costò il posto al Direttore del Servizio militare.
Da allora il collegamento e la cooperazione tra i tre servizi si sono fatti più stretti ed efficienti, con risultati eccellenti sul piano del coordinamento tra intelligence e potere esecutivo e sulla capacità di Israele di rispondere con efficacia alle minacce interne o a quelle provenienti da nemici stranieri.
Tutto questo fi ad oggi.
E’ di queste settimane, infatti, la notizia proveniente da fonti qualificate israeliane secondo cui i Servizi dello Stato di Israele si sarebbero fatti coinvolgere- su un tema strategici di importanza vitale come l’Iran- nel dibattito che divide Benjamin Netanyhau e Benny Ganz non solo sulle decisioni da prendere in campo economico e sanitario, ma anche sull’atteggiamento da seguire nei confronti della politica nucleare di Teheran e sugli interessi iraniani in Medio Oriente in generale e in Libano e Siria in particolare.
Mentre sia Mossad che Aman attendono di vedere quali saranno le prime mosse della nuova amministrazione Biden nei confronti del programma nucleare iraniano, il capo del Dipartimento Analisi dell’intelligence militare, Dror Shalom, con il sostegno del suo Capo Tamir Hayman- molto vicino a Benny Ganz- ha segnalato al Governo l’opportunità di un atteggiamento più “morbido” nei confronti di Teheran suggerendo addirittura la partecipazione diretta di Israele a fianco degli Stati Uniti nell’eventuale ripresa delle trattative con gli iraniani sulla limitazione delle ambizioni nucleari del regime degli Ayatollah.
Benny Ganz, che è stato capo di Stato maggiore fino al 2015, ha mantenuto uno stretto rapporto con Aman e con tutto l’establishment militare e si è fatto promotore, anche in campagna elettorale, di un atteggiamento più moderato nei riguardi dell’Iran.
La mossa di Aman ha irritato profondamente la dirigenza del Mossad che, in linea con la posizione di Netanyhau, vuole mantenere la linea dura nei confronti dell’Iran, ritenuto essere ancora una minaccia strategica per lo Stato di Israele.
Quasi a voler rispondere alle mosse dell’avversario politico, Netanyhau ha prorogato fino al prossimo mese di giugno l’incarico alla guida del Mossad di Yossi Cohen, un capo del Servizio che ha pianificato e organizzato la campagna di omicidi contro gli scienziati iraniani impegnati nelle ricerche atomiche (è dello scorso 27 novembre l’eliminazione, alle porte di Teheran, di Moshen Fakrizadeh, capo del programma nucleare).
Yossi Cohen verrà rimpiazzato alla guida del Servizio da un altro fedele di Netanyhau, l’attuale capo del Dipartimento operazioni del Mossad, noto attualmente solo come “Mr.D”, che si ritiene proseguirà sulle orme del suo predecessore nella strategia di durissima opposizione al nucleare iraniano, anche a dispetto del possibile futuro atteggiamento moderato del neo presidente americano Joseph Biden.
Mentre quindi il Servizio di intelligence militare che monopolizza l’analisi strategica di tutta l’intelligence community israeliana scende in campo a sostegno delle tesi di politica estera del candidato centrista alle prossime elezioni, Benny Ganz, Il Mossad si schiera decisamente con il suo oppositore, l’attuale primo ministro Benjamin Netanyhau, fautore di un atteggiamento sempre più duro nei confronti del sogno nucleare di Teheran e delle sue mire espansionistiche in Siria, Libano e Iraq.
Il Mossad continua, quindi, a pianificare future eliminazioni di scienziati iraniani e a fornire alle Forze Armate dati precisi sulle postazioni iraniane
In Siria e sugli obbiettivi da attaccare. In proposito a dicembre il Capo di Stato Maggiore di Tsahal (le forze armate di Israele), Avin Kochavi ha dichiarato che, grazie ai bombardamenti mirati, la presenza militare iraniana si è progressivamente ridotta.
Aman “preferisce” continuare con la sua “Unità 8200” negli attacchi cyber contro Teheran, sulla falsariga del successo dell’attacco informatico contro il sistema di controllo delle centrifughe nucleari iraniane ottenuto anni fa con l’inoculazione del virus “Stuxnet” nel sistema avversario.
Un paradosso tutto israeliano: civili aggressivi e militari moderati.
Spiace tuttavia che questo paradosso faccia parte non di una dialettica politica riservata, ma sia entrato di prepotenza addirittura in campagna elettorale.

Giancarlo Elia Valori