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Il triangolo Iran-Usa-Israele

Mai dimenticare, nel nesso diretto tra l’Iran e lo stato ebraico, la questione del confine del Golan e del Libano meridionale.
Ma, se la repubblica islamica di Teheran è sempre più interessata ad un confronto militare periodico con gli Usa, come oggi sembra evidente, lo è, anche in questo caso, in modo sempre più indiretto e non-convenzionale.
E questo riguarda, ovviamente, anche l’impegno israeliano in difesa dagli attacchi missilistici di Iran, Hezb’ollah, Jihad Islamico.
Sul piano dello scontro militare conclamato, le varie tipologie di scontro tra Iran e Israele potrebbero essere: a) una piccola guerra sul confine del Litani, ma molto più rilevante di quella del 2006.
Oppure, b) una guerra diretta tra Israele e l’Iran, sul confine siriano e, ancora, un autonomo scontro con Hezb’ollah sul Litani, di tipo soprattutto missilistico, in connessione con i movimenti delle forze sciite sulla linea del confine del Golan.
Infine, c), potrebbe essere possibile una guerra su due confini tra Israele e Iran: Hezb’ollah, Iran e probabilmente Siria combatterebbero una guerra in simultaneità contro lo stato ebraico.
L’innesco potrebbe essere, per esempio, un bombardamento da parte degli Usa e, magari, anche di Israele, su un sito nucleare iraniano o, ancora, l’interdizione continuata al passaggio marittimo, innocente o meno, di cargo petroliferi iraniani o, comunque, trasportanti petrolio o gas naturale iraniano.
Variabili, in questo contesto, ma non certo secondarie, sono il comportamento della Russia, che ormai è padrona della Siria, e che non ha alcun interesse ad una guerra Iran-Israele, e quello degli stessi Usa, che potrebbero favorire un’azione a favore di Israele ma, probabilmente, non per il tempo necessario e sufficiente.
Il ciclo politico statunitense spesso non coincide con la necessaria lunghezza delle operazioni strategiche.
C’è, in questo scenario, ancora un pericolo possibile, per Israele, ovvero quello di una Russia che cerca di mediare o impedire il dispiegarsi di tutte le opzioni militari in gioco, israeliana compresa, poi ancora la probabile limitatezza dell’intervento Usa, infine l’inefficienza strutturale delle organizzazioni internazionali per mediare la pace.
Se allora, nel contrasto all’interno del triangolo Usa-Israele-Iran, si va verso una “guerra lunga”, allora è più probabile un successo di misura di Israele, se invece si pensa, da tutte le parti, ad una guerra “breve”, allora le probabilità di successo dello stato ebraico aumentano, se infine si va ad una guerra del tutto asimmetrica, allora le variabili non sono, a questo momento, calcolabili.
Una necessità strategica per Israele è poi quella di evitare che Hezb’ollah e Iran diffondano l’attacco in mille focolai, per evitare di diluire le proprie forze di difesa.
Sul piano della composizione missilistica, poi, Hezb’ollah, come è noto, ha circa 100.000 missili a disposizione dal Libano, ma l’Iran ne possiede moltissimi di più, ma solo pochi tra di essi possono raggiungere il territorio israeliano.
Se, quindi, Hezb’ollah non vuole distruggere, a causa del contrattacco israeliano in Libano, la sua base logistica nel Litani e il suo rapporto egemonico con l’attuale governo di Beirut, allora il gruppo sciita deve pensare ad una possibile altra operazione, ovvero quella, già messa in atto, di addestrare i suoi proxies dall’Iraq e dalla Siria, con l’evidente sostegno iraniano, per creare una forza di attacco rilevante sul Golan.
Fin qui, la guerra terrestre. Ma, in questo contesto triangolare, occorre pensare anche allo scontro navale.
L’Iran, l’Arabia Saudita, la Turchia, gli Emirati Arabi Uniti, l’Oman, il Qatar, sono da tempo in contrasto per acquisire l’egemonia nell’Oceano Indiano Occidentale, e quindi nel Golfo Persico.
Qui abbiamo anche a che fare con la Via della Seta marittima cinese, essenziale per i prossimi equilibri, e non solo in Medio Oriente.
Ma c’è la “direzione verso Est” dell’Oceano Indiano (e dello stesso Golfo) che diventerà sempre più importante in futuro, la direzione, questa, delle maggiori potenze consumatrici di idrocarburi mediorientali, la direzione della diversificazione delle economie saudite e emiratine, la direzione infine, è bene notarlo, dell’uscita dell’Iran dal regime sanzionista.
Aumenterà la concorrenza tra i porti, anche tra i circa sedici porti del Golfo Persico, mentre l’Arabia Saudita si concentra già da oggi sui porti del Mar Rosso, mentre gli Emirati possono investire direttamente, oggi, solo nelle infrastrutture saudite.
Poi, ci sono i nuovi e i vecchi choke-points: Bab-el Mandeb, certo, ma anche Suez.
Poi, vi è anche la militarizzazione del Mar Rosso (una variabile anti-iraniana, nei quadranti di guerra suaccennati) che sottolinea una tendenza già notata: Turchia, Emirati, sauditi, egiziani, iraniani si stanno tutti disegnando una nicchia strategica nell’area, per le loro proiezioni di forza.
Ci sono le basi militari emiratine in Eritrea e in Somaliland, per garantire la sicurezza della navigazione nel passaggio di Bab-El-Mandeb.
Poi la base militare saudita a Gibuti, parallela a quella cinese e a quella Usa, punto di controllo militare essenziale per tutto il Medio Oriente; infine la Turchia, che ha ottenuto nel 2017 il temporaneo controllo della città di Suakin in Sudan.
Ma, soprattutto, la marina militare che è più presente, oggi, in tutto il Mar Rosso, per “operazioni antipirateria”, come le chiama, è quella iraniana.
La politica delle monarchie sunnite è quindi quella della concorrenza tra i porti.
L’India è, infine, sempre più collegata all’Oman, e tra poco costruirà una propria base militare nelle Seychelles.
I sauditi entreranno stabilmente, in futuro, nel Sinai, in continuità con le loro future basi nel Mar Rosso.
Il che cambierà molto la dimensione meridionale di sicurezza di Israele.
Gli Emirati, invece, andranno sempre più verso il Mediterraneo, ovvero verso Cipro, Libia, Spagna e Francia.
Come si può quindi facilmente intuire, la chiusura, da parte delle potenze marittime sunnite verso le operazioni “a braccio lungo” dell’Iran, sarà quasi completa.
E, sul piano terrestre, vi è già la “alleanza araba” contro l’Iran, progetto dell’Amministrazione Trump e di Israele.
Il problema è il 2020: è proprio in quell’anno che l’ONU farà cessare l’embargo contro l’Iran, secondo la risoluzione 2231.
Poi, l’”alleanza” propone a Israele anche la Arab Peace Initiative, il vecchio quadro normativo del 2002, che è però già superato dai fatti.
I sauditi vorrebbero perfino acquistare, secondo The Economist, 100 miliardi di apparecchiature per la Difesa. Da Israele.
Insomma, l’area di difesa remota di Israele è, se non sicura al 100%, comunque affidabile, almeno fino alle prime avvisaglie di uno scontro.
Ma come potrebbe svilupparsi, ce lo domandiamo ancora, un conflitto tra gli Iran e gli USA?
E’ probabile che Teheran colpirebbe direttamente le strutture militari nordamericane, senza però colpire i sauditi e gli altri alleati degli Stati Uniti nell’area.
Poi, come ha già dichiarato un dirigente dei Pasdaran, se gli USA inviassero truppe in Medio Oriente e nel Golfo Persico, l’Iran abbatterebbe le navi da trasporto di Washington con dei missili o delle “nuove armi top secret”.
Poi, ci sarebbero, molto probabilmente, delle operazioni di sabotaggio, molto simili a quelle recentemente avvenute nel Golfo, contro sauditi e Emirati, per evitare che le potenze amiche degli Usa e di Israele entrino subito nel conflitto tra Teheran e Washington (e Gerusalemme).
Poi, visto che i sauditi hanno sempre colpito con grande attenzione le linee di esportazione del petrolio e del gas iraniane, per anni, vi saranno attacchi ai cargo sauditi e emiratini da parte dei ribelli Houthy in Yemen e delle altre minoranza sciite armate dall’Iran.
L’Iran, poi, non avrà nessuna remora ad usare il proprio settore missilistico, per allontanare le masse militari in arrivo nel Golfo e per colpire duramente le basi Usa in Qatar, Arabia Saudita, Giordania.
La guerra tra Iran e Stati Uniti sarà combattuta, per l’Iran, sul solo territorio israeliano.
In questo caso, Teheran potrebbe utilizzare sia Hezb’ollah che il Jihad Islamico e Hamas nel sud dello stato ebraico.
Saranno della partita anche le organizzazioni militari siriane che sono oggi addestrate dai Pasdaran, nella stessa Siria.
E le reti sciite, sempre armate dall’Iran, che operano già in Iraq.
Per gli Usa, la zona di scontro con l’Iran potrebbe andare dall’area dell’Eufrate fino alla loro base di Tanf, al confine tra Iraq Siria e Giordania.
Altro obiettivo di Teheran sono poi le basi militari Usa in Iraq.
Dall’Iraq, il punto diretto di contatto dell’Iran con gli Usa è il Golfo di Oman.
Dal Golfo di Oman in Yemen c’è poi il gruppo, ne abbiamo già parlato, degli Houthy, vediamo qui che l’Iran ha una continuità tra terra e mare che altri, nell’area, non possono disporre.
Poi c’è l’arricchimento dell’uranio da parte dell’Iran, recentemente riattivato.
Se fosse tale da essere rilevante per la costruzione di una nuova serie di armi nucleari, come non è certo da escludere, allora le probabilità di una guerra tra Usa e Iran (e quindi Israele) salirebbero, secondo alcuni analisti della RAND Corporation, di circa il 35%.
Se poi arrivassimo allo scontro militare nel triangolo Usa-Israele-Ira, il barile di petrolio dovrebbe arrivare a circa 150 Usd, ma ci potrebbe essere anche una quota di petrolio e gas naturale statunitense che rientra nel mercato globale, il che abbasserebbe sensibilmente il prezzo al barile.
Improbabile, fino almeno alle prossime elezioni presidenziali del 2020.
Gli scienziati ritengono, poi, che il rischio nucleare di bombardare l’Iran, visto il tasso di arricchimento attuale dell’uranio al 4,5% sia tale che non ci siano pericoli di irraggiamento fuori dai confini.
E la Russia?
Per Mosca, l’Iran è un rilevante baluardo per bloccare e limitare la potenza degli Usa in Medio Oriente, per influenzare da qui, gli Usa, il ciclo mondiale dei prezzi petroliferi e gazieri, determinando indirettamente i cicli dell’economia russa.
Ma la Russia vuole, in ogni caso, evitare un confronto con gli Usa in Medio Oriente.
Poi, ancora, ci sono le vendite del sistema antimissile russo S-400, molto efficiente, che è già negli arsenali turchi e, prossimamente, del Qatar.
Poi, la Russia vuole che l’UE implementi il sistema INSTEX che possa evitare, per le imprese europee, il meccanismo americano delle sanzioni contro l’Iran.
Ancora, Mosca vuole un potente, autonomo, laico regime siriano.
Inoltre, la Russia vuole ogni possibile de-escalation tra l’Iran e Gerusalemme.
Ecco, questo è il sistema delle forze in campo, con tutte le variabili

Giancarlo Elia Valori