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Il futuro dell’intelligence strategica

Le trasformazioni dell’intelligence sono oggi di tre tipi: concettuale, tecnologico, operativo.
Nel primo caso, abbiamo a che fare con un nuovo e originale paradigma dell’intelligence.
Da un meccanismo del tipo: identificazione del fabbisogno informativo-ricerca-elaborazione e analisi-divulgazione/disseminazione-feedback, stiamo passando a quella che qualcuno chiama già “intelligence di posizione”.
Ovvero, stiamo arrivando a un meccanismo informativo che percepisce continuamente dati e li elabora, per poi diffonderli sempre stabilmente, continuamente a chi li deve utilizzare.
Se il vecchio modello di intelligence era, per così dire, “positivista”, ovvero riguardava singoli dati oggettivi ed empirici che vanno inseriti in un processo decisionale che non è determinato dall’intelligence; ma oggi si tratta invece di costruire un continuo follow-up non di dati, ma di comportamenti politici, di percezioni della realtà da parte del nemico-avversario, di fenomeni complessi che arrivano costantemente alla matrice dell’intelligence, da parti ed ambiti diversi.
Se prima l’intelligence era rapsodica e temporanea, à la carte del politico, e talvolta perfino non richiesta, oggi essa diviene il nucleo stabile della decisione politica, strategica, economica, industriale.
Da ciò deriva, ovviamente, un nuovo rapporto tra classe politica e Servizio.
Se, in un’epoca che abbiamo già definito “positivista”, contavano i fatti, le notizie, le novità sconosciute dell’avversario-nemico, oggi quello che conta è l’integrazione, sempre più evidente, tra il sistema dell’intelligence e la classe politica.
C’è un pericolo, ovviamente, da non trascurare: che il Servizio si assuma senza nemmeno accorgersene responsabilità che devono essere tipiche solo dei corpi elettivi.
Ma, certamente, l’intelligence ha un ruolo, oggi, ben maggiore rispetto al passato.
Altro elemento-chiave della trasformazione concettuale dell’intelligence è l’utilizzo non solo di tecnologie informatiche molto evolute e potenti, ma anche di paradigmi scientifici che, solo pochi anni fa, ci erano sconosciuti.
Si pensi all’Intelligenza Artificiale, ma anche al cloud computing, alla teoria degli algoritmi, alle catene di Markov, e qui ci limitiamo alla matematica che sostiene l’informatica attuale.
Ma c’è anche l’etologia umana, straordinaria evoluzione dell’etologia animale di Konrad Lorenz, alla psicologia sociale, all’analisi sociologica, alla psicologia scientifica del profondo.
Tutto un universo di teorie che è passato, negli ultimi anni, per dirla con Kant, dalla metafisica alla scienza.
E che deve essere certamente utilizzato per analizzare, per esempio, i comportamenti di massa, che sembrano imprevedibili, le reazioni psicologiche sia delle classi dirigenti che delle masse, le interazioni tra i vari comportamenti di gruppo di un Paese.
Altro che il vecchio Evidenzbureau asburgico, che informava lo Stato Maggiore dei movimenti delle truppe nemiche. O delle amanti dei vari generali.
Qui assistiamo a una sostanziale fusione tra intelligence e decisione politica o, meglio, tra il pensiero prodotto dall’intelligence e i fondamenti della decisione politica.
La CIA ha spesso tentato di avvelenare la barba di Fidel Castro.
Oggi, a parte la dubbia razionalità di quella operazione, si tratterebbe di utilizzare, per esempio, la pubblicità, le serie TV, la filmografia hollywoodiana, il ciclo del mercato dello zucchero, turistico o dei tabacchi, non per avvelenare la barba alla buonanima di Fidel, ma per mettere in crisi, in via strutturale, l’economia e il sistema decisionale cubano.
L’idea, tipica della cultura politica anglosassone, che eliminato il “tiranno” tutto torni a posto è stata largamente smentita dai fatti.
Il tutto, senza farsi notare, naturalmente, per quel che riguarda le operazioni di destrutturazione di un Paese.
Altro elemento della trasformazione concettuale dell’intelligence è la velocità: oggi le reti informatiche sono tali da permettere la raccolta dei dati in tempo reale rispetto ai fatti e, quindi, a favorire l’ampiezza delle decisioni.
Per quel che riguarda la tecnologia, è noto come sia le reti AI, le nuove strutture di calcolo, le reti di ascolto e manipolazione dei dati dell’avversario-nemico siano tali da permettere operazioni prima nemmeno immaginabili.
Ma ci sono, a questo punto, due problemi: tutti hanno a disposizione gli stessi strumenti, quindi il pericolo di non “chiudere” l’operazione è elevato, diversamente da quando le operazioni di un Servizio si basavano sulla bravura, il ruolo, le capacità di dissimulazione di alcuni operativi. O le tecnologie riservate.
L’altro problema è la manipolazione informativa: un Paese che immagina di essere un bersaglio può diffondere, nelle reti ad hoc, notizie manipolate, malware, dati, informazioni del tutto false, ma verosimili, che possono modificare tutto il sistema informativo del Paese in fase di attacco.
Altro problema delle tecnologie di intelligence attuali è la loro distanza dalla decisione politica “tradizionale”.
Un politico, un ministro, un Premier devono sapere cosa viene fuori dal sistema-intelligence, ma esso è talmente specializzato e settoriale che, probabilmente, la distanza tra l’elaborazione tecnica e il “linguaggio naturale” della politica è tale da rendere i dati ambigui o poco chiari. E poco utili.
Inoltre, c’è un elemento puramente concettuale da osservare: se mettiamo insieme l’analisi dei cicli finanziari, del cambio di tecnologie, della finanza pubblica, del sistema politico, di quello militare, dobbiamo porre in collegamento sistemi che però funzionano in modo relativamente autonomo l’uno dall’altro.
Detto in altri termini, non c’è una “scienza del tutto” che possa collegare in modo significativo settori così diversi tra di loro.
Quindi, c’è il pericolo di proiettare gli effetti di un settore su un altro che ne è solo limitatamente influenzato, o di credere che, magari, se l’economia va bene vada bene anche, per dire, il debito pubblico.
Lo spazio della decisione politica è quindi molto più ampio di quanto non credano gli analisti di intelligence contemporanei.
E la decisione politica è fatta ancora di storia, di tradizioni politico-culturali, di percezioni della realtà che sono modellate da molti anni di addestramento psicologico e concettuale.
Amintore Fanfani, per esempio, pensava che il referendum sul divorzio, in Italia, non sarebbe mai passato.
Per quel che riguarda l’operatività, anche qui abbiamo a che fare con delle trasformazioni radicali.
Anni fa, c’era il singolo “operativo”, che doveva decidere da solo, o con scarsissimo supporto dal “Centro”, cosa fare in loco e con chi trattare.
Oggi c’è ancora il singolo operativo, ovviamente, ma è collegato in modo diverso al “Centro” e, in ogni caso, immagina diversamente il proprio ruolo.
Sul piano della decisione politica, l’intelligence è sempre operativa, perché la realtà è talmente complessa e tecnicamente sottile da non permettere più, anche all’uomo di Stato più esperto, di “andare a naso”.
Ma, e qui c’è il paradosso primario della questione, l’intelligence non può assumersi ruoli politici che presuppongono la scelta tra opzioni equipollenti.
Questo è, inevitabilmente, lo spazio della politica.
Altro elemento della trasformazione operativa, è la presenza, inevitabile, di uomini dell’intelligence nella finanza, nel mondo scientifico, nella consulenza aziendale di alto livello, nella pubblicità e nella comunicazione di massa, nei mass-media.
L’intelligence si è quindi progressivamente demilitarizzata e sempre più opera costantemente in settori che prima avremmo immaginato del tutto estranei al Servizio. Invece sono proprio quelli centrali, oggi.
Peraltro, oggi stiamo assistendo a un mix particolare tra intelligence strategica, geopolitica e analisi finanziaria.
Perché la finanza? Perché è la funzione economica più mobile e diffusa.
Stiamo assistendo alla nascita di una nuova professione, i geopolitici della moneta.
Quindi alla evoluzione di due nuove tipologie di intelligence, la MARKINT (market intelligence) e la FININT (financial intelligence).
Un problema vecchio e nuovo: il segreto. Tanto maggiore è l’ampiezza di utilizzazione della vecchia e della nuova intelligence, tanto meno essa può mantenere il segreto, che è essenziale, oggi come ieri.
Qual è il fine, da sempre, dell’intelligence strategica? Prevedere i fenomeni a partire da un dato contesto.
Soltanto che i contesti cambiano rapidamente e l’interazione tra i settori è tale da cambiare l’effetto delle previsioni.
Le tecniche formalizzate per l’analisi-decisione sono molteplici: il mining dei dati di intelligence, per esempio, le “grid technologies” la knowledge creation and sharing, l’analisi semantica, la KINS, key intellligence needs e tanti altri.
Tutte operazioni necessarie, spesso, ma quello che oggi conta è notare due elementi, tipici della cultura dell’intelligence nord-americana che, purtroppo, inficia anche i modelli in uso tra gli alleati degli Usa.
Il primo dato è che, cosa strana, gli stessi modelli formali vengono proposti sia per le imprese che per gli Stati.
Uno stato non deve massimizzare gli utili, mentre una corporation si, almeno a parità di condizioni con i concorrenti.
Uno Stato non è “concorrente” degli altri, uno Stato, infine, non ha uno specifico “vantaggio comparativo” ma, anzi, ce l’hanno, se ciò accade, alcune sue imprese.
Quindi, la sovrapposizione tra intelligence per le imprese, che è oggi necessaria, e quella degli Stati è un bias concettuale, tipico di chi crede che uno Stato sia, come diceva Von Mises, “la società per azioni di quelli che gli pagano le tasse”.
Per le imprese, è ovvio che tutte le operazioni di intelligence specifiche e originali debbano essere note agli Apparati dello Stato, che possono o meno coordinarle, visto che, inevitabilmente, hanno dati aggiuntivi.
E, d’altra parte, alcune operazioni delle imprese possono diventare utilissime per l’intelligence.
Quindi, occorrerebbe una struttura che mettesse insieme le due “linee” di operazioni, e soprattutto occorre un nuovo concetto di intelligence.
Prima, le operazioni di un Servizio erano in gran parte difensive: sapere qualcosa poco prima che accada, evitare che le operazioni avverse di uno Stato colpiscano le proprie risorse, ma tutto con limiti di tempo spesso minimi.
Ora, c’è bisogno di una intelligence espressamente offensiva: che colpisce le reti degli avversari (commerciali, economici, strategici) prima che esse si muovano e in tempo utile.

Giancarlo Elia Valori