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I Servizi segreti afghani

La capacità di raccolta di informazioni da parte dei Servizi afghani è, ancora oggi, decisamente scarsa, e ciò è dovuto soprattutto allo scarso addestramento specifico del personale e alla scarsissima utilizzazione, e anche impropria, delle più recenti tecnologie.
Informazioni, poi, quelle dei Servizi di Kabul, raccolte soprattutto nelle città maggiori e nelle aree maggiormente controllate dai governativi, il che spesso conduce i decisori che utilizzano questa intelligence “compiacente” o retorica a gravi errori di valutazione.
Il NDS, National Directorate of Security, non diffonde le sue notizie correttamente nel “ciclo informativo” tradizionale di un Servizio, quindi lascia i Decisori con scarse, incomplete e spesso inesatte informazioni. Nato nel 2001, sostenuto pesantemente dagli Usa, il NDS ha sede a Kabul, ma è fortemente sostenuto dalla Germania, dagli inglesi e, ovviamente, dagli Usa. Il suo primo direttore è stato, cosa da notare bene, Mohammed Arif Sarwari, uno dei capi del Fronte Islamico Unito per la Salvezza dell’Afghanistan, ovvero la vecchia “Alleanza del Nord”.
E’ stato proprio lo NDS a causare la caduta di Kunduz, nel 2015, nelle mani dei Taliban, che sono stati peraltro una piena invenzione dei Servizi pachistani, alla ricerca di un Afghanistan a cui far giuocare solo il ruolo di “area di profondità” per un eventuale confronto nucleare o anche convenzionale con l’India; ed è dai Servizi pachistani che, ironia, della sorte, gli Usa hanno avuto la maggiore, o quasi totale, quantità di notizie proprio, o apparentemente, contro i Taliban. Quos Deus perdere vult, dementat.
Peraltro, i rapporti attuali tra il NDS, lo NSA (National Security Agency of Afghanistan), altro Servizio di Kabul, il Ministero della Difesa, quello degli Interni, mostrano una scarsissima capacità di comunicazione e scambio di notizie tra di loro, il che li rende spesso o tardivi nelle operazioni o, addirittura, inutili.
O, talvolta, collaboratori volontari di quello che gli occidentali chiamerebbero “nemico”, ma per qualche operativo o dirigente del NDS o degli altri Servizi afghani potrebbe essere anche un “fratello islamico”. Talvolta è successo.
Nel caso di Kunduz, le operazioni dei Taliban, evidentissime e molto aggressive, furono ritenute inefficaci o irrilevanti, nessuno prese sul serio le notizie che arrivavano dalle “fonti” più affidabili tra i ribelli, nessuna agenzia del Servizio afghano prese sul serio o, addirittura, studiò le operazioni dei Taliban a Kunduz.
Lo NDS è stato, comunque, costituito soprattutto con il supporto della CIA americana.
Ma c’è un problema strategico e concettuale che non va affatto trascurato: tutti i Paesi NATO che hanno partecipato o ancora partecipano, a delle operazioni militari in Afghanistan hanno idee affatto diverse sul loro ruolo nella guerra ai “ribelli” e nel Paese.
La Resolute Support Mission, composta da circa 13.000-16.000 soldati, da 39 Paesi NATO e da altri, opera da Kabul, Mazar-i-Sharif, Herat, Kandahar e Laghman, e si concentra sull’addestramento delle forze afghane, soprattutto, poi consulenza e assistenza militare, il tutto sperando che le forze afghane autoctone siano al livello tale da garantire, almeno, l’indipendenza nazionale fittizia.
Gli italiani, che ancora stanno addestrando molto bene la polizia afghana, ci sono andati, almeno fino al 2014, anno centrale per il nuovo rapporto tra NATO e governo afghano, soprattutto per non dispiacere al solito Big Father Usa, che ancora viene visto, nel sistema strategico romano, indiscutibile e inattaccabile.
Qualche effetto positivo, soprattutto sul piano tecnologico-informativo, c’è stato, sempre per Roma, da questa partecipazione “per portare la democrazia”. Ma non è mai stato abbastanza.
Ma il servilismo sciocco dei nostri politici, che ricorda molto da vicino il personaggio di Nando Mericoni nell’”Americano a Roma” recitato da Alberto Sordi, è ancora fortemente presente. La nostra classe politica, a partire perfino dal testo della Costituzione, non sa o non vuol capire le regole eterne della politica estera e della ragion strategica, di cui nulla conosce, ancora.
Certo, dalla politica estera non si traggono voti di preferenza, finanziamenti extra, piccoli favori. Ed è questo il livello dei nostri politici, oggi soprattutto, ma anticamente di meno, malgrado tutto.
I francesi, fino a quando ci sono stati, in Afghanistan, hanno letto la loro presenza a Kabul come controllo dell’asse intermedio dell’Asia, per evitare espansioni indiane, pakistane, cinesi, iraniane e, perfino, statunitensi.
Gli inglesi ci sono andati, in Afghanistan, per lottare contro un “terrorismo” di cui, come tutti in Occidente, non conoscono la radice organizzativa e dottrinale e nemmeno la finalità, ma che vedono come la massima destabilizzazione delle loro società irragionevolmente “multietniche” e, quindi, inevitabilmente, “multipolitiche”.
Il caso, terribile questo, di una propaganda che soffoca perfino le classi dirigenti, che ne dovrebbero essere immuni.
Certo, in Afghanistan, ma non era nemmeno vero, perché spesso era altrove, c’era il bad guy Osama bin Laden, ritenuto il solo mastermind del suddetto “terrorismo” di tipo “islamico radicale”, qualsiasi cosa si possa definire con questa terminologia piuttosto rozza, e quindi da uccidere, come un ladro di cavalli nel Far West. E, come è puntualmente accaduto, l’uccisione di Osama bin Laden non ha cambiato nulla.
Perché aveva ucciso cittadini americani. Vero, giusto. Ma la politica estera non è mai l’estensione del diritto penale interno di un qualche Paese.
Poi c’erano perfino i tedeschi, in Afghanistan, a contemplare il loro declino militare, ma soprattutto per fare vedere, anche ottanta anni dopo, che non sono più nazisti. Come avrebbe detto Marx, le mort saisit le vif.
Insomma, la variegata presenza NATO e delle iniziali coalitions of the willing della War on Terror non aveva le idee chiare e, probabilmente, non sapeva nemmeno dove davvero si trovava.
I taliban, intanto, dal 2014, l’anno dell’abbandono, de facto, del teatro afghano da parte degli Usa e delle sue forze di attacco, previe elezioni truccatissime, ma comunque gli Usa hanno sempre, quando vanno in operazioni all’estero, il coitus interruptus, hanno iniziato la loro grande e vera campagna di conquista del territorio e, soprattutto, delle “anime” afghane.
Nel 2015 la NATO e gli Usa avevano programmato di mantenere 13.000 uomini +9800 soldati Usa per attività controterrorismo, ma poi l’abbandono del territorio afghano, ma guarda caso, dopo la grande Battaglia per Kunduz, finisce nel dicembre 2016, lasciando però sul terreno, vivi e operativi, 8400 militari.
Il problema vero, per Kabul, oggi come ieri, è il Pakistan. Il gen. Musharraf, già presidente pakistano dal 20 giugno 2001 (osservare le date) al 18 agosto 2008, già autore del golpe militare del 1999, ha detto chiaramente che l’ISI, Inter Service Intelligence, la Struttura unica dell’intelligence di Islamabad, ha sostenuto e addestrato tutti i gruppi terroristici dentro il Paese pakistano per poi spedirli in Afghanistan, al fine di compiere attacchi “terroristici” contro obiettivi NATO, occidentali, afghani.
Nel 2015, nell’anno-chiave per Kabul, Musharraf, in una intervista al Guardian, dice chiaramente che l’ISI ha “coltivato” da sempre i Taliban soprattutto per destabilizzare il governo Karzai (uomo, peraltro, legati all’India) ma, in particolare, per compiere azioni dure e interdittive contro Nuova Delhi.
Islamabad continua ancora a sostenere i gruppi terroristici che operano in Afghanistan e altrove, e non solo il Taliban, ma anche gli altri.
Il capo dello NDS, il nuovo servizio segreto affilato alla CIA ma interamente afghano Rahmatullah Nabil ha anche mostrato ufficialmente dei documenti dai quali deriva che il denaro lungamente concesso dagli Usa al Pakistan per “combattere il terrorismo” passa all’ISI, il Servizio di Islamabad, proprio per addestrare, reclutare, sostenere il terrorismo.
La smemoratezza, per dir così, dei governi afghani riguardo all’intelligence viene allora da molto lontano.
Ai tempi dell’invasione sovietica, il KGB e il GRU fondarono i loro due correlati locali, il Khadamar e-Aetela’at Al-Dawlati (KHaD) per il KGB e il Wazeelat e-Amniat-e-Daulati (WAD) posto soprattutto in relazione con il GRU.
Le due agenzie muoiono, letteralmente, quando il governo di Najibullah cade, nel 1992, nelle more della grande crisi russa, ma di conseguenza cade anche lo stato afghano in tutte le sue forme, e quindi anche le due agenzie collegate ai Servizi sovietici si volatilizzano.
Prima dell’invasione sovietica cosa c’era, comunque nei Servizi afghani?
I primi governi appena funzionanti, dopo che sono arrivati i russi, organizzano quattro agenzie: la Kargarano Amniyati Mu’asasa (KAM) “Servizio di Intelligence dei Lavoratori”, poi anche Da Afghanistan da Gato de SataloAdara (AGDA), “Agenzia per la Salvaguardia degli Interessi Afghani”, la vera longa manus di Amin, poi i già citati WAD e KhAD.
Noor Tarakai, il presidente di allora, ha uno scarso potere, mentre Hafizullah Amin fece in modo che sia il Partito Comunista (ovvero, più esattamente, il Partito Democratico del Popolo Afghano) che le Agenzie si dividessero in due, sempre seguendo la linea della fazione Khalq e di quella Parcham.
Il Khalq (ovvero le “masse”, il “popolo”) era sostenuto direttamente dall’URSS, risultava formato in gran parte da pashtun ed era popolare soprattutto tra le classi popolari.
Il marxismo, molto superficiale, mostrato dalla fazione, era spesso solo un modo per difendere il mondo pashto dalle pressioni delle altre etnie.
Il Parcham (“bandiera”) era la fazione del partito più diffusa nei ceti urbani e nelle classi medie e alte.
Eterna separazione tra campagna e città, tema tipicamente maoista e classico crux di ogni interpretazione pratica e extra-occidentale del marxismo-leninismo.
Si riunisce faticosamente, il Parcham, con la fazione Khalq durante la Rivoluzione del 1978, ma arriva davvero al potere solo dopo l’operazione sovietica, il golpe locale, ovvero l’Operazione Tempesta 333 del 27 dicembre 1979, quando i reparti Alpha del KGB prendono rapidamente il palazzo Tajbeg e assassinano Hafizullah Amin.
Intanto, era stato proprio Amin a ordinare l’uccisione del suo predecessore, Mohammed Taraki.
Nella fase intermedia del suo regime, Amin fece inoltre assassinare moltissimi afghani, e non solo i suoi noti oppositori.
Una possibile, futura torsione “cambogiana” del comunismo afghano? Probabile.
E a questo punto intervenne l’URSS, che non voleva deviazioni ideologiche né avvicinamenti afghani al comunismo cinese, così come praticato in Vietnam o, appunto, nella Cambogia dei Khmer Rossi, e si arriva quindi all’operazione Shtorm 333, che durò, a parte l’assassinio di Amin, circa tre mesi, per “sistemare” definitivamente, ci siamo capiti, il resto.
Per quel che riguarda i Servizi di Kabul, Hafizullah Amin usava soprattutto l’AGSA, ma anche il KAM, solo per regolare i suoi conti, ma le due agenzie, comunque, ricevevano assistenza tecnica e addestramento dalla Germania Orientale e dall’URSS.
Ma proprio il passaggio tra le diverse etnie è la chiave per capire i Servizi afghani precedenti alle operazioni Usa e NATO, e credo che, comunque, il frazionismo etnico e, forse, di antica fede politico-tribale, sia stata la chiave del funzionamento dei nuovi Servizi di Kabul, anche durante l’ingenua amministrazione occidentale.
Nel gennaio 1980 il KHaD sostituisce in pieno il KAM.
Il KHaD, inoltre, viene posto fuori dall’amministrazione del Ministero degli Interni, dominato dal Khalq, e poi subito trasferito all’ufficio del Primo Ministro, che poi diviene anche il Ministro della Sicurezza Nazionale.
I direttori dei Servizi afghani riportano sempre e direttamente al KGB e, nel 1987, la situazione standard era che il Servizio afghano impiegava quasi 30.000 tra operativi e funzionari e oltre 100.000 informatori pagati.
Ogni elemento del Servizio afghano aveva dietro le spalle almeno un “consigliere” del KGB. I russi, come hanno dimostrato anche in Siria, pagano ma non si fidano troppo.
Tra il 1983 e il 1993 il Servizio di Islamabad, l’ISI, fondato peraltro da un ufficiale britannico, addestra, con il sostegno della CIA, quasi 90.000 mujahiddin per mandarli a combattere l’URSS in Afghanistan.
Il KHaD aveva anche l’obbligo, statutario, di “difendere il regime comunista” e di “riunire tutte le etnie afghane sotto un unico sistema politico”, soprattutto in collaborazione con il Ministero delle Nazionalità e degli Affari Tribali.
Sempre negli anni ’80, il KHaD ebbe sempre istruttori sia tedesco-orientali e sovietici, e avvennero anche numerose esecuzioni segrete di massa.
Circa 60.000 afghani vennero poi spediti in URSS, tra il 1980 e il 1984.
Ben 10.000 ufficiali del KHaD ricevono, sempre in quegli anni, un addestramento speciale da parte del KGB.
La CIA, in un suo vecchio documento riservato, calcola inoltre che il costo totale dell’impegno sovietico in Afghanistan sia stato di oltre 15 miliardi di rubli, più altri 3 per il periodo in cui Mosca non occupava direttamente Kabul.
Siccome il rublo del 1979 vale a tutt’oggi 22,26 Euro, possiamo calcolare, in linea di massima, una spesa dell’occupazione russa di 233 miliardi di Euro e 930 milioni. Più i tre miliardi di rubli extra.
Il KHaD formò poi anche delle milizie tribali ai confini, mentre il KGB da solo organizzò le tribù interne, soprattutto per il sabotaggio e per diffondere la dezinformatsjia.
Ma, dopo la crisi definitiva dell’URSS e l’arrivo degli Usa, viene subito creato un nuovo Servizio Afghano, il NDS.
Formato soprattutto da ex-agenti del KHaD e da ex-mujahiddin. Stiamo freschi, ma non c’era altra popolazione disponibile.
Un Servizio noto, comunque, come cattivo o perfino pessimo: i suoi operativi e analisti sono selezionati solo sul piano tribale o per semplice filiazione politica.
Non vanno mai a scuola, non hanno centri di addestramento seri, non controllano in modo professionale le loro reti di informatori.
Anche gli Usa hanno, comunque, speso molto in Afghanistan: il Congressional Research Office ha calcolato in 1,6 trilioni di usd la spesa in Afghanistan e Iraq per la sola “guerra al terrorismo”.
Il Servizio afghano costa, a Washington, 6,4 miliardi di Usd ogni due anni.
E la spesa tende sempre ad aumentare, indipendentemente dagli scarsi risultati.
E la Cina? In primo luogo, Pechino vuole la stabilità politica dell’Afghanistan, che è un Paese confinante e islamico, ma soprattutto controlla Kabul per evitare che il jihadismo uyghuro vi trovi un posto protetto e sicuro, evita che gli uyghuri abbiano contatti con i Taliban. E’ già accaduto.
Tutto accadrà quando gli Usa se ne andranno definitivamente dall’Afghanistan, visto che ormai la Cina legge quel Paese come una pedina essenziale nel suo rapporto con l’India; mentre Pechino, tramite Islamabad, rafforza i rapporti proprio con i Taliban, che i cinesi leggono come i prossimi e inevitabili padroni di Kabul, e questa previsione è davvero facilissima da fare.
Inoltre, la Cina ha dato 70 milioni l’anno al governo afghano per sostenere il suo sforzo antiterrorismo, mentre vi sono da tempo soldati cinesi nel Badakhstan e, soprattutto, nel Corridoio di Wakhan, dove si dice che Pechino abbia già creato una base militare e vi abbia perfino già dislocato una brigata dell’Esercito di Liberazione Popolare.
La Cina ha, inoltre, fatto pressioni su Kabul perché l’Afghanistan accolga il suo sistema di posizionamento satellitare, invece del GPS di gestione e creazione Usa.
In ogni caso, alcune truppe cinesi risiedono da tempo anche in Tagikistan, sempre per proteggere il Corridoio di Wakhan.
Anche Ashraf Ghani ha comunque pensato, fin dal suo arrivo al potere, nel 2014, di perfezionare subito le sue relazioni con la Cina, per utilizzare, in primo luogo, il peso della Cina verso il Pakistan in modo da evitare, cosa improbabile, il supporto pakistano ai Taliban; e poi per fare in modo che la Cina cominciasse a investire pesantemente in Afghanistan, ora (allora) che la guerra civile e internazionale si affievoliva.
Il Corridoio Cina-Pakistan, uno dei primi assi della Belt & Road di Pechino, vale oggi, per soli i costi, 62 miliardi di usd.
C’è anche una nuova ferrovia, che si diparte dal porto, asse della proiezione cinese, di Gwadar, per poi arrivare nella provincia pakistana del Baluchistan e oltre.
La Cina ha anche firmato un accordo con Kabul per la Belt & Road, nel 2016, con la promessa di 100 milioni di usd per progetti infrastrutturali in Afghanistan, non è ancora arrivato nulla.
L’interscambio economico tra Kabul e Pechino è del tutto asimmetrico e, riteniamo, fino a che l’Afghanistan non sarà del tutto pacificato, ma certo da altri e non dalla Cina, che la questione non sarà molto rilevante, almeno per Pechino.
E, fino a che non sarà nemmeno chiara la triangolazione tra Taliban, Pakistan e Cina, la quale ha ancora molti dubbi sulla affidabilità degli “studenti” (Taliban, appunto) pakistani operanti in Afghanistan, ecco che la rinascita economica di Kabul, se a spese della Cina, sarà lenta o poco probabile.

Giancarlo Elia Valori