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I rapporti attuali tra Stati Uniti e Repubblica Democratica di Corea

Come è noto, Kim Jong-Un ha imposto alla trattativa con gli Usa, per la fine del 2019, dei precisi limiti temporali e politici.
Peraltro, in quella fase, nella intelligence community degli Stati Uniti si discuteva dell’adozione, da parte di Pyongyang, di un nuovo missile a corta gittata, che avrebbe fatto la sua apparizione nei giorni di Natale 2019.
Per la dirigenza della Repubblica Democratica di Corea, è importante chiudere presto, il pù presto possibile, le trattative, strategiche e soprattutto economiche, con Washington, o almeno porle in uno stabile binario.
Ma ha anche qualche fondamento anche la notizia, fa parte di qualche fonte occidentale, secondo la quale ci sarebbe una certa pressione sullo stesso Kim Jong-Un, all’interno della classe dirigente di Pyongyang, per indurire i rapporti con la Presidenza di Donald J. Trump.
I tempi sono maturi, le trattative ci sono state, ma la indecisione americana sulle questioni coreane rischia di porre in crisi tutto il sistema strategico e economico di Washington nel Pacifico.
In effetti, la posizione americana sulla questione della Corea del Nord e delle corrispondenti sanzioni economiche, di cui è da discutere la liceità, è stata quanto meno altalenante.
Kim Jong-Un aveva creato, o così almeno Egli credeva, le condizioni per una trattativa piena, rapida e completa con gli Stati Uniti, soprattutto nell’incontro di Hanoi del febbraio 2019, dove si faceva riferimento alla denuclearizzazione completa della penisola coreana, il primo dei punti all’ordine del giorno, perfino nel programma giornaliero di Kim Jong-Un.
Trump ha poi osservato che l’”idea di denuclearizzazione che hanno a Pyongyang non è la stessa che abbiamo noi”, il che è peraltro vero, quindi la trattativa si è conclusa senza particolari risultati.
Il giorno 11 gennaio scorso, però, un importante consigliere del ministro degli Esteri, ovvero Kim Kye Gwan, ha poi fatto notare, in un lancio di agenzia, che la riapertura delle trattative tra Corea Democratica e Stati Uniti d’America sarà possibile se e solo se Washington aderirà, come ha già peraltro mostrato di fare, ai precedenti accordi di Singapore e Hanoi.
Quindi, alla denuclearizzazione dell’intera penisola coreana e, di converso, alla immediata cessazione delle sanzioni.
Insomma, Pyongyang non vuole rimanere al palo e vuole soprattutto riprendere la trattativa con gli americani, sia per le questioni nucleari che per le sanzioni economiche.
La cui liceità, lo ripetiamo, ci sembra dubbia.
Dopo l’incontro di Singapore, Trump ha però ritenuto che Kim Jong-Un “sarebbe tornato a casa per iniziare un processo che avrebbe reso il suo popolo molto ricco e molto felice”.
Lo psicologismo, oltre ad essere un grave errore filosofico, almeno per quel che ci ha insegnato Husserl e la sua Fenomenologia, è anche il terribile difetto della diplomazia e dell’intelligence americana.
Proprio in quel momento, però, Trump aveva dichiarato anche che “non c’è nessuna minaccia nucleare da parte della Corea del Nord”, naturalmente per gli Usa.
Delle due l’una. O si vuole la fine della repubblica Democratica di Corea, obiettivo assolutamente improbabile, oppure si va a una trattativa seria, che presuppone la cessazione ragionevole delle sanzioni.
A Singapore, nel meeting del 2018, Trump ci dice poi che Kim Jong-Un ha aderito al progetto di “denuclearizzazione completa” della penisola coreana.
Nella versione Usa o in quella di Pyongyang, che sono molto diverse tra di loro? Non lo sapremo mai.
Non vi sono peraltro dati che riguardino altre concessioni tra le due parti, strategiche o economiche.
Il che ci rende difficile credere a una conversione di Kim Jong-Un sulla strada di Damasco del masochismo strategico.
E quindi, siamo ancora ai termini dell’ultimo “discorso del Nuovo Anno” di Kim Jong-Un, quello in cui il leader nord-coreano ha affermato che non denuclearizzerà Pyongyang se gli Usa non cesseranno le loro “politiche ostili”.
Quindi, detto fuori metafora, o Washington accetta un linkage tra la denuclearizzazione della penisola coreana e la cessazione delle sanzioni, oppure Pyongyang ritornerà lentamente, ma certamente, alla sua strategia N.
Che, a questo punto, non gli costerà nulla.
Ma è seria, comunque, la volontà di Trump di cessare le ostilità con Pyongyang e quindi di ricostruire la stabilità dell’intera penisola coreana?
Non lo sappiamo ancora. Per alcuni, come il vecchio premier britannico Tony Blair, il Presidente Usa è oggi del tutto disinteressato alle questioni coreane.
E fa male, aggiungiamo noi.
Infatti, se Kim Jong-Un ricostruisse rapidamente il suo arsenale N, cosa che sembra possibile oggi, la possibilità di attacchi sul territorio statunitense sarebbe comunque remota, certamente, ma un attacco della Corea del Nord alle postazioni militari Usa nel Pacifico verrebbe letto, dall’establishment nordamericano, come una sorta di suicidio, per Pyongyang.
Siamo sicuri che Cina e Russia non farebbero pressioni molto credibili su Washington? Siamo sicuri che un attacco nordcoreano nel Pacifico non sarebbe, tecnicamente, un successo?
Ma, infatti, non è così: un attacco eventuale di Pyongyang verso le basi Usa e degli alleati di Washington nel Pacifico sarebbe fortemente distruttivo, politicamente molto pericoloso, ma tale infine da mettere definitivamente in azione le reazioni di Mosca e Pechino nell’area.
A gennaio 2020, Kim Jong-Un ha poi chiamato la sua classe dirigente a seguire e adottare non specificate “misure offensive” per far cessare lo stallo nelle trattative con gli Usa.
Se Washington crede, oggi, che Pyongyang sia una quantité nègligeable negli equilibri asiatici, sbaglia di grosso.
La Cina non accetterà mai e poi mai una Corea Democratica disarmata; tale che portasse Pechino a uno stretto contatto confinario con gli Usa e la Corea del Sud, visto peraltro che l’area marittima che Pyongyang mette in sicurezza è essenziale anche per la sicurezza della Belt and Road Initiative.
Né Mosca accetterà mai, proprio mai, una presenza Usa non stabilizzata e ridotta nella penisola coreana che è, anche per la Federazione Russa, un’assicurazione strategica sulla vita delle operazioni di Mosca tra l’Oceano Indiano e il Grande Medio Oriente.
Kim Jong-Un, probabilmente, accetterà con fatica una stabile progressione, oggi, degli accordi con gli Usa sul suo nucleare, sia per risollevare l’economia nord-coreana, sia per stabilizzare gli equilibri in Estremo Oriente.
Ma sarà comunque una trattativa che vedrà, al posto dei riottosi statunitensi, molti e più volenterosi sudcoreani, giapponesi, cinesi, indiani, russi, perfino la pallida e esangue politica estera di qualche, sopravvissuto, Paese europeo.
Se Trump, poi, ha fatto il calcolo di aspettare che la crisi economica globale arrivi in Corea del Nord, allora non ha analizzato bene tutti i fattori dell’equazione strategica di Kim Jong-Un.
La crisi eventuale della Corea Democratica sarà, in gran parte, sostenuta da Mosca e Pechino, ma ci saranno, co ogni probabilità, altri e nuovi sostenitori.
Quindi, il tentativo, da parte di Donald J. Trump, di denuclearizzare con le parole la penisola coreana è oggi, senza tanti infingimenti, fallito.
Dall’altra parte, il discorso di Kim Jong-Un del 31 dicembre 2019, un intervento che parlava di un “nuovo cammino” e che ipotizzava nuove e più evolute armi strategiche, oltre a un lungo confronto con gli Usa, mostra che la politica Usa con Pyongyang ha, di nuovo, fallito.
Il concetto di “denuclearizzazione”, tra le due parti, non è mai stato, ormai lo sappiamo, un criterio comune.
Se si accetta quindi il concetto di Pyongyang, allora si deve interrompere l’alleanza militare tra Washington e Seoul; ma se, invece, la denuclearizzazione non riguarda solo il Sud coreano, come sembra talvolta ipotizzare la diplomazia Usa, allora non c’è altra strada, per Pyongyang, che non quella di continuare il proprio programma N ma, anzi, di espanderlo.
Se si procede con il vecchio meccanismo logico e diplomatico, quello del semplice congelamento sine conditione del programma N della Corea del Nord, non si raggiunge alcun obiettivo concreto, poiché Pyongyang usa il suo sistema strategico N proprio per superare le sanzioni, e viceversa.
O la denuclearizzazione, quindi, della intera penisola coreana, oppure andrà avanti senza problemi il programma N nordcoreano; un programma capace, comunque, di bloccare o diluire le operazioni nel Pacifico di Usa, Giappone, Vietnam, India. Conviene?
Peraltro, la moratoria sulle armi strategiche, formalmente ancora in azione, posta in essere da parte dello stesso governo nordcoreano, permette ancora a Kim Jong-Un un ottimo rapporto con Pechino e Mosca, che non vogliono certamente troppo rumore ad Est.
Rumore ad Est, attacco ad Ovest, come recita il quinto Stratagemma dell’Arte della Guerra cinese.
Kim Jong-Un, quindi, non vuole mettere ora da parte il leader sud-coreano, che peraltro non cita mai nei suoi ultimi discorsi, ma tiene anche una porta aperta perfino con gli Usa: il leader di Pyongyang non dice, infatti, che riprenderà automaticamente le sue azioni con i missili a raggio breve e intermedio, ma fa comunque capire che la Corea Democratica ricostruirà presto il suo sistema N, e lo amplierà.
Ovvero, oggi Pyongyang capitalizza la sua minaccia sulla sua possibile minaccia a medio-lungo termine, mentre segnala, dall’altra parte, di poter trattare per quel che riguarda una minaccia tattica, più che strategica, a breve o medio raggio.
E’ il massimo che si possa attendere, oggi. Kim Jong-Un non ha chiuso tutte le porte, ma sta attento a non aprire la porta dello spavento divino, l’esagramma dello I Ching “scartare la rivolta, afferrare il cedere”.
Nel frattempo, il leader nordcoreano Kim Jong-Un non ha ordinato lanci o operazioni particolari, negli ultimi mesi. Anche questo è un segnale importante.
Dal punto di vista strettamente economico, che è solo uno dei criteri con cui studiare uno Stato come quello di Pyongyang, la recessione, sia stimolata dalle sanzioni che quella importata dal mercato globale, vale per l’economia nordcoreana circa il 4,7% annuo.
Né la Cina, soprattutto oggi con l’epidemia da coronavirus, né certo la Federazione Russa possono sostituire la quota di economia nordcoreana che si integra con il mercato-mondo.
Ma è anche difficile pensare, per un attore strategico razionale, ad un Paese, ovvero gli Usa, che crea difficoltà economiche basilari a Pyongyang, per poi andarle a scontare, al ribasso, al tavolo delle trattative sul potenziale N.
Questa è comunque una trattativa che né Mosca né Pechino consentirebbero, in nessun modo.
Trump, in effetti, ha a che fare con una parte non trascurabile di Dipartimento di Stato, oltre che della CIA, che premono per uno smantellamento nucleare immediato, completo, del tutto verificabile della Corea del Nord, e poi l’economia coreana del Nord vada come vada.
Solo alla fine di questo processo di smantellamento, che dovrebbe durare ragionevolmente almeno otto anni, se tutto va bene, ma ne dubitiamo, le sanzioni potrebbero essere unilateralmente tolte. E con quali garanzie?
Siamo sicuri, poi?
Quale altra opzione sarebbe, inevitabilmente, posta dagli Usa per diluire ulteriormente la cessazione delle sanzioni; e quale potrebbe essere allora, questo è il ragionamento di Kim Jong –Un, il meccanismo che costringe gli Usa alla cessazione delle sanzioni e alla ulteriore cessazione delle pressioni sulla politica estera di Pyongyang?
Le fazioni più possibiliste dell’amministrazione Trump, rispetto alla politica nord-coreana, hanno oggi progetti vaghi e poco credibili.
Se si pone poi in mente la questione iraniana, in cui, anche qui, gli Usa propongono una improbabile e impossibile, se non con una guerra locale, denuclearizzazione totale e radicale; lo stesso progetto, applicato però a Pyongyang, significa semplicemente la destabilizzazione del Regime nordcoreano e la sua implosione, senza peraltro sapere, come accadrà anche in Iran, quando, come e dove saranno tolte le sanzioni commerciali.
Nessuno Stato si suicida così facilmente.
Una soluzione ragionevole? La immediata sospensione, temporanea e condizionale, delle sanzioni economiche e commerciali primarie nei confronti della Corea del Nord.
Poi, ci potrebbe essere un accordo tra UE, Usa, Giappone e Corea del Sud per la cessazione progressiva del sistema N di Pyongyang.
Ma, è inevitabile, Pyongyang deve essere rassicurata di una sua permanenza come Stato, di una sua controllata e, probabilmente, parziale denuclearizzazione, di una completa e rapida integrazione nel mercato-mondo, della cessazione della evidente minaccia N e convenzionale proveniente dal Sud, dal Pacifico e dalle Basi Usa a Seoul e nell’area.
Se la trattativa non arriverà a valutare queste opzioni, sarà del tutto inutile.
Mosca e Pechino continueranno a far capire che non vogliono le Forze Armate Usa ai loro confini, Pyongyang allora non potrà non fare affidamento sulle sue armi N, per compensare la sua debolezza strategica, che peraltro Kim Jong-Un sa benissimo che non sarebbe compensata del tutto da Mosca o Pechino; infine le strane sanzioni Usa e Ue bloccheranno indefinitamente lo sviluppo di un’area determinante per tutto il Sud-Est asiatico, il che potrebbe anche garantire una sicurezza condivisa in un’area che, tra poco, diverrà centrale per lo sviluppo economico globale.

Giancarlo Elia Valori