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I paradisi fiscali

Fino alla crisi finanziaria del 2008, i paradisi fiscali (tax havens: rifugi fiscali) erano visti come esibizioni esotiche, isole caraibiche o fortezze finanziarie alpine frequentate da celebrità, gangster e ricchi aristocratici.
Da allora, ci si è resi conto di sei questioni che fanno riflettere:
a) il fenomeno è molto più grande e centrale per l’economia globale di quanto quasi chiunque avesse immaginato;
b) viene favorito il lavaggio del denaro sporco derivante dal traffico globale delle droghe, un affare pari al valore del traffico petrolifero mondiale e che ha salvato, nella predetta crisi finanziaria del 2008, molte delle grandi banche globali dal fallimento;
c) è sviluppato il finanziamento del terrorismo, una guerra a “basso costo” e ad altissimo effetto strategico;
d) deforma il meccanismo finanziario internazionale modificando i dati e i costi delle operazioni, rendendole imprevedibili;
e) la massa di denaro disponibile nei paradisi fiscali rende possibile una corruzione di massa oggi endemica sia nei paesi in via di sviluppo che in quelli del “primo mondo”.
f) i più grandi paradisi non sono dove pensavamo fossero.
I paradisi fiscali collettivamente costano ai governi tra i 500 e i 600 miliardi USD all’anno in entrate fiscali perse, a seconda di recenti stime, attraverso mezzi legali e non. Di quella perdita di entrate, le economie a basso reddito rappresentano circa 200 miliardi USD: una percentuale del PIL maggiore rispetto alle economie avanzate e più dei 150 miliardi USD circa che ricevono ogni anno in aiuti allo sviluppo all’estero. Le sole società American Fortune detenevano circa 2,6 trilioni di dollari offshore nel 2017, anche se una piccola parte è stata rimpatriata a seguito delle riforme fiscali statunitensi nel 2018.
Le aziende non sono le uniche beneficiarie. Singoli individui hanno nascosto 8,7 trilioni di dollari nei paradisi fiscali (stima Gabriel Zucman 2017), economista dell’Università della California di Berkeley. Le stime più complete dell’economista James S. Henry (2016) producono un totale sorprendente fino a 36 trilioni USD.
Inoltre poiché i principali utenti dei paradisi fiscali sono le grandi istituzioni finanziarie e altre multinazionali, il sistema danneggia le piccole e medie imprese, aumentando la monopolizzazione.
Anche governi potenti hanno un interesse: la maggior parte dei principali paradisi si trova nelle economie avanzate o nei loro territori. Il Tax Justice Network’s Corporate Tax Haven Index classifica tra i primi tre Isole Vergini Britanniche, Bermuda e Isole Cayman, tutti territori oltremare di Londra. La Financial Secrecy Index pone la Svizzera, gli USA e le Isole Cayman come le prime tre giurisdizioni per ricchezza privata.
Per comprendere meglio perché le giurisdizioni ricche sono in cima alla lista, provate a pensare a quanti africani ultrabbienti nascondono beni segreti a Ginevra o Londra, quindi considerate quanti ricchi svizzeri o britannici porterebbero invece beni in qualche capitale del Continente nero. Il capitale offshore tende a defluire dai paesi poveri a quelli ricchi, con danno maggiore delle popolazioni che le mafie internazionali fanno poi convergere in Europa.
E il sistema offshore sta crescendo: ha contribuito a un drastico calo delle aliquote medie dell’imposta sulle società, diminuite della metà: dal 49% nel 1985 al 24% nel 2019. Per le multinazionali statunitensi, gli utili aziendali che si spostano in paradisi fiscali sono aumentati da circa il 5% al 10% dei profitti lordi negli anni Novanta a circa il 25-30% nel 2019.
I princìpi del sistema internazionale di tassazione delle società sono stati stabiliti dalla Società delle Nazioni (1920-1946) da quasi un secolo, per cui fino a una decina di anni fa, c’erano pochi freni politici all’espansione dei paradisi fiscali. Dopo la predetta crisi del 2008, tuttavia, i governi hanno subìto pressioni per: 1) chiudere ampi deficit di bilancio, 2) placare gli elettori furiosi per i salvataggi bancari finanziati dai contribuenti, e 3) per l’ampliamento della disuguaglianza e la capacità delle multinazionali e dei ricchi di sfuggire alle tasse.
I Panama Papers e i Luxembourg Leaks hanno rivelato l’uso dei paradisi fiscali per scopi spesso nefasti e hanno rafforzato la pressione a fare qualcosa. L’OCSE ha lanciato due grandi progetti.
Uno è il Common Reporting Standard, un regime per lo scambio automatico di informazioni finanziarie oltre confine in modo da aiutare le autorità fiscali a rintracciare le disponibilità offshore dei loro contribuenti.
Ma il CRS contiene molte scappatoie; ad esempio consente alle persone con il passaporto giusto di richiedere la residenza in un paradiso fiscale, piuttosto che nel paese in cui vivono.
Tuttavia, il CRS ha portato alcuni risultati. L’OCSE ha stimato nel luglio 2019 che 90 paesi avevano condiviso informazioni su 47 milioni di conti per un valore di 4,9 trilioni di euro; che i depositi bancari nei paradisi fiscali erano stati ridotti dal 20 al 25%; e la divulgazione volontaria prima dell’attuazione aveva generato 95 miliardi di euro di entrate fiscali aggiuntive per i membri dell’OCSE e del Gruppo dei 20, che comprende le principali economie dei mercati emergenti.
L’altra iniziativa è stata il progetto Base Erosion and Profit Shifting, rivolto alle multinazionali. Ossia lo sforzo dell’OCSE di “riallineare la tassazione con la sostanza economica” senza interrompere il consenso internazionale di lunga data a sostegno del principio di libera concorrenza. Sebbene il BEPS abbia migliorato la trasparenza per le multinazionali, alla fine è stato visto come un fallimento dall’OCSE, soprattutto per l’economia digitalizzata.
Nel gennaio 2019 la diga ha iniziato a incrinarsi. L’OCSE ha ammesso la necessità di “soluzioni che vadano oltre il principio di libera concorrenza”. A marzo, Christine Lagarde, allora amministratore delegato del FMI, ha definito il metodo coevo di controllo “obsoleto” e “particolarmente dannoso per i paesi a basso reddito”.
Ha sollecitato un “ripensamento fondamentale” con movimenti verso approcci basati su formule per l’allocazione del reddito. Nel successivo maggio, l’OCSE ha pubblicato una road map proponendo riforme basate su due pilastri: i) determinare dove le tasse dovrebbero essere pagate e su quale base, e quale parte dei profitti dovrebbe essere tassata su quella base; e ii) convincere le multinazionali a pagare un livello minimo di tasse.
Il professor Reuven Avi-Yonah, della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università del Michigan, ha detto che il piano era “straordinariamente radicale” e sarebbe stato “quasi inconcepibile” anche cinque anni fa.
Ma un cambiamento radicale è fattibile. Il Tax Justice Network vede ora che le sue quattro richieste fondamentali – inizialmente liquidate come utopiche – stanno guadagnando sostegno globale: scambio automatico di informazioni finanziarie oltre confine, registri pubblici della titolarità effettiva delle attività finanziarie, rendicontazione paese per paese, e tassa unitaria con formula di ripartizione.
Però l’imposta sulle società è solo l’inizio: dobbiamo considerare le forze che fanno funzionare il sistema offshore. L’esempio della Svizzera è emblematico. I politici in Germania, negli USA e altrove si sono scontrati con la Svizzera per il segreto bancario, con scarso successo. Nel 2008 dopo aver scoperto che i banchieri svizzeri avevano aiutato i clienti statunitensi a evadere le tasse, il Dipartimento di Giustizia si è diretto su una strada diversa: ha preso di mira non il paese, ma i suoi banchieri e banche.
La Svizzera per la prima volta ha fatto importanti concessioni sul segreto bancario. Si comprende che qualsiasi risposta internazionale efficace deve includere forti sanzioni contro coloro che facilitano gli affari privati, inclusi contabili e avvocati, specialmente quando favoriscono attività criminali come l’evasione fiscale.
I flussi finanziari in cerca di segretezza o in fuga dalle tasse aziendali aggravano le disuguaglianze, aumentano la vulnerabilità alle crisi e infliggono danni politici non quantificabili mentre il capitale avvolto dal segreto si infiltra nei sistemi politici occidentali destabilizzandoli con l’aumento della povertà e dei senza lavoro. E mentre il capitale finanziario fluisce dai paesi più poveri ai paradisi fiscali del mondo ricco, segue l’anzidetta migrazione dei richiedenti lavoro, non necessari ai mercati d’arrivo già saturi.
La rete finanziaria delle operazioni di lavaggio fiscale favorisce la scelta di operazioni inique senza nessuna valutazione morale sui mezzi da utilizzare per valorizzare il capitale.
Ci sarà chi grida alla libertà dei commerci, ma basterà fargli notare la lista delle società di riciclaggio di denaro sporco operanti nei tax haven.
Tanto maggiore l’entità delle transazioni finanziarie, tanto minore deve essere la loro libertà e autonomia. Sarà la prossima grande questione internazionale, da risolvere con meno chiacchiere e più fatti.

Giancarlo Elia Valori