it
it

Hong Kong e la nuova sfida Usa-Cina nel Pacifico. L’analisi di Valori

La strategia di Pechino è fare rientrare molte catene produttive direttamente nel proprio territorio, aumentando la pressione (finanziaria-economica) sugli alleati storici di Washington nel Sud-Est asiatico e nel Pacifico. Obiettivi e precedenti nell’analisi di Giancarlo Elia Valori

Il vero passaggio cruciale della politica cinese attuale, e non solo per Hong Kong, è stato il documento sulla “Sicurezza dello Stato nel Territorio di Hong Kong”, votato nella recente Assemblea Nazionale del Popolo della fine di maggio.

Il testo elaborato dall’Assemblea di Pechino riguarda soprattutto la sicurezza nazionale cinese e quindi quella interna al Porto, oltre al controllo diretto della situazione strategica, di pubblica sicurezza, dell’opposizione politica anticinese a Hong Kong, e in particolare, la riforma dell’art.23 della Basic Law che governa la ex-colonia britannica.

Dalla quale partirono ben due guerre dell’oppio, che era elaborato nella colonia indiana di Londra, e solo contro la Cina territoriale, è bene ricordarlo.

Dal 1839 al 1942 e dal 1856 al 1860, ben due conflitti commerciali e militari permisero il monopolio inglese, di fatto dell’oppio britannico e indiano, su tutto il territorio cinese.

Ma torniamo a noi: l’art. 23 della Basic Law proibisce formalmente ogni atto di tradimento, secessione, sedizione, sovversione contro lo stato della Repubblica Popolare Cinese, oltre al furto di segreti di Stato.

Ecco quindi che, ora, il governo di Pechino agisce autonomamente nel territorio di Hong Kong, per la difesa dei suoi interessi che, peraltro, prelude a una vastissima trasformazione geopolitica, per alcuni versi più “radicale” di quella che Deng Xiaoping impresse, nel 1978, con le Quattro Modernizzazioni. Che terminavano, è bene anche qui ricordarlo, con la Modernizzazione più importante di tutte, per i cinesi: quella militare.

Il primo tentativo di far passare, a Hong Kong, una normativa sulla sicurezza nazionale si ebbe addirittura nel 2003, quando almeno mezzo milione di persone manifestarono contro la normativa, molto simile all’attuale, proposta e instaurata dalla Cina, ma ci furono successivamente diverse altre proposte di legge sulla sicurezza e, ancora, altre e vastissime manifestazioni di massa.

Fino a quelle dell’aprile 2019, contro la proposta di legge cinese per bloccare l’estradizione di cittadini della RPC verso il “porto profumato”.

I manifestanti gridavano, allora, “liberate Hong Kong”, la rivoluzione nel nostro tempo”.

Certo, Pechino ha spesso dichiarato che vede la sicurezza del Porto inficiata gravemente dalle operazioni di varie e non specificate “potenze”, che usano Hong Kong (ed è vero) per penetrare la Cina; per poi magari svolgervi operazioni separatiste (uyghuri, tibetani e altre minoranze riottose) e anche infiltrazioni, talvolta militari, e infine quelle che la Cina chiama “operazioni dannose”.

Certo, tra le operazioni certamente “dannose” ci sono anche quelle, europee e Usa, che già invitano ripetutamente molte “parti” e imprese delle Catene Globali del Valore già presenti in Cina a spostarsi proprio verso il piccolo territorio del Porto Profumato, e questo vale anche come causa oggettiva della, peraltro improbabile, richiesta di indagine “indipendente” sulle cause dello sviluppo della pandemia da Covid-19 dai laboratori cinesi di Wuhan, nello Hubei.

Un vero e proprio attentato allo sviluppo economico globale, e alla sicurezza economica della Cina, proprio ora che Pechino sta trasformando a rapidi passi la sua formula produttiva.

Pechino vuole sventare tale mossa facendo rientrare molte catene produttive direttamente nel proprio territorio; e aumentando la pressione strategica (e quindi finanziaria-economica) di Pechino sugli alleati storici di Washington nel Sud-Est asiatico e nel Pacifico.

Non necessariamente solo quello meridionale.

Ma ritorneremo anche su questo punto. Che è, per Pechino, un forte argomento, è facile intuirlo, per la presa diretta del territorio del Porto Profumato.

Si interrompe, comunque, una condizione storica e secolare, quella della separatezza della legislazione del Porto rispetto sia alla Gran Bretagna che, oggi, alla Cina.

Naturalmente, la decisione cinese è, inoltre, un netto benservito per la governatrice Carrie Lam e per tutto il governo del Porto, by-passato in poche ore dal chiarissimo diktat cinese.

La Cina, probabilmente, ha calcolato molto bene i pro e i contro di questa manovra.

Dalla parte delle difficoltà, peraltro non insormontabili, si diminuisce l’importanza di Hong Kong come centro, l’unico peraltro in tutto il territorio cinese, finanziario e industriale che sia anche del tutto occidentalizzato e globalizzato, il che serve grandemente anche gli interessi diretti della RPC.

Gli interessi Usa nel Porto non saranno poi più al sicuro, e si tratta di questioni di non poco conto: 1300 società medio-grandi nordamericane e 82,5 trilioni di Usd in investimenti diretti.

Per non parlare delle decine di Ong che sostengono la democratizzazione in termini anticinesi di Hong Kong, le grandi e numerose sedi dei grandi media globali nel Porto, le numerose operazioni di infiltrazione, intossicazione, manipolazione informativa (tra cui anche alcune di tipo finanziario e industriale) che l’Occidente ha posto in essere contro la Cina Popolare, a partire proprio dal Porto Profumato.

D’ora in poi, la porta di Hong Kong, per l’Occidente tutto, sarà chiusa con sette sigilli.

Certo, quando la Cina Popolare si sente in pericolo, sacrifica sempre l’economia alla strategia globale.

Hong Kong è sempre stata, certamente, la linea di salvezza finanziaria di Pechino, soprattutto nei momenti difficili.

Ma Hong Kong è, per oggi, insostituibile come centro finanziario globale in Asia, eppure immagino che Pechino vorrà utilizzare presto altri canali, meno pericolosi e, soprattutto, meno vicini, per collegarsi alla finanza globale.

Peraltro, l’economia cinese è, per la prima volta dal 1992 e, probabilmente, se analizziamo le serie storiche più antiche, dal 1978, l’anno delle “Quattro Modernizzazioni”, in forte rallentamento da Covid-19, sia pure con danni meno gravi di quanto non sia occorso negli Usa e in alcuni Paesi Eu.

Il primo obiettivo della RPC è stato quello di ritornare alla pienezza delle attività economiche e industriali, il secondo è stata la securizzazione del Porto Profumato.

Ma, anche qui, c’è un pro rispetto a un contro: se Hong Kong (e per altri rispetti, Macao e Singapore) sono state le aree di arrivo di ingenti capitali derivanti dalla corruzione e dalle malversazioni di molte élite cinesi, la chiusura di Hong Kong sarà, probabilmente, anche la chiusura della grande caccia che Xi Jinping e il suo gruppo di potere hanno dato alla corruzione nel Partito e nello Stato di Pechino.

Il vecchio “metter le barbe” del Potere, raccomandato dal Principe del Machiavelli.

Quindi, Xi Jinping vuole controllare direttamente il Porto Profumato, sede originaria della occidentalizzazione forzata della Cina, dall’inizio del “secolo dell’umiliazione” (proprio con la prima guerra dell’oppio, tra l’altro) alla sua fine, con la dichiarazione di Indipendenza della RPC da parte di Mao Zedong, “il popolo cinese si è alzato in piedi”, sulla Piazza della Pace Celeste, nel 1949.

I Paesi che sono destinati a vincere, nell’agone mondiale, sono quelli con la memoria lunga e lunghissima, gli smemorati post-moderni e puerili sono sempre destinati al fallimento.

Naturalmente, e lo si è visto anche nella recentissima Assemblea Nazionale del Popolo a Pechino, Hong Kong è anche un potente segnale per la ripresa politica e economica di Taiwan.

Recentemente, la Cina ha annunciato un aumento del budget per la Difesa del 6,6%, da 1,72 trilioni di yuan (187 miliardi di usd) e Li Kekiang, il premier di Pechino, ha affermato chiaramente che “la Cina si oppone risolutamente e farà deterrenza contro ogni attività separatista che ricercasse l’indipendenza di Taiwan”.

Normalmente, le autorità cinesi parlano di “riunificazione pacifica”, ma qui Li Kekiang ha omesso l’aggettivo. Non era una distrazione.

Ai tempi di Mao Zedong, per Hong Kong era disponibile la formula, come sempre sintetica e illuminante, della dirigenza cinese: “pianificazione a lungo termine, piena utilizzazione”, poi si è usata la formula “un Paese, due sistemi” elaborata da Deng Xiaoping, inizialmente, poi ripetuta dai vari leader e sostenuta, fino a ora, dallo stesso Xi Jinping.

Questa scelta di Pechino sulla Legge per la Sicurezza del Porto Profumato, quindi, significa una cosa sola: la fine della vecchia Guerra fredda tra l’Occidente e la RPC, e quindi l’inizio di una nuova fase, che sarà “calda” o “fredda” a seconda delle circostanze, tra Pechino e gli Usa; e quindi la Cina non ha alcun bisogno, in futuro nemmeno finanziario, di avere in Hong Kong una zona-cuscinetto con un Occidente relativamente pacifico ma sempre radicalmente avverso.

Sia l’Urss che la Cina di Mao Zedong hanno sempre visto la “guerra fredda” come una fase instabile in cui la vittoria è dichiarata dalla quantità degli arsenali, dalla loro dottrina d’uso e dalla volontà politica di usarli come strumenti di pressione credibile.

Certo, Mao sapeva bene, e fu una delle sue intuizioni strategiche più illuminanti, che la “guerra fredda” era una tigre di carta e chi ci credeva poteva solo consumarsi, politicamente e economicamente, contro gli Usa e i loro alleati, cosa che puntualmente accadde con l’Urss, che cadde perché non aveva rinunciato in tempo ad uno scontro impossibile da vincere e che, al massimo, avrebbe donato a Mosca la “grande pianura europea”, come la chiamarono Hegel e Raymond Aron.

Quindi la Cina ha chiuso rapidamente il suo conto con il Porto Profumato, in attesa di chiudere le successive operazioni anche con Taiwan e tutte le altre aree controverse, dalle Filippine al Mar Cinese Meridionale, dal Sud-Est asiatico fino alla Malesia e all’Oceano Indiano.

La vecchia cartina, nata nel Kuomintang ma che girava molto anche tra i dirigenti comunisti cinesi negli anni ’50, in cui si vedevano le nuove acque territoriali di Pechino oltre la linea delle Filippine e di tutto il Pacifico orientale, non è stata affatto dimenticata.

Gli Usa hanno, ovviamente, “condannato” la decisione cinese, la Gran Bretagna, l’Australia e il Canada hanno sottoscritto un documento comune in cui si esprime un “profondo sconcerto” per la decisione di Pechino.

Washington, poi, ha già a disposizione un Hong Kong Human Rights and Democracy Act, nel 2019, nelle more delle grandi dimostrazioni che caratterizzarono quell’anno, definite oggi, collettivamente, la Water Revolution.

Gli Stati Uniti potrebbero, quindi, in forza di quell’atto, togliere lo status commerciale preferenziale al Porto, magari con l’estensione a Hong Kong delle sanzioni tariffarie e commerciali già operanti contro la Cina, restrizioni che valgono, lo ricordiamo, 67 miliardi di usd l’anno.

Quindi, gli obiettivi di Pechino per la sua ripresa, de facto, del Porto Profumato sono molteplici e complessi: in primo luogo, c’è la chiusura del circuito chiuso finanziario tra la Cina e il Porto, da porre in atto con il minimo di reazione internazionale; poi c’è anche la necessità, sempre da parte cinese, di ricostruire la posizione centrale e determinante dell’economia di Pechino nelle Catene Globali del Valore, posizione che, anche prima della “presa” di Hong Kong, era diminuita d’importanza, ma che sarebbe oggi esiziale, soprattutto se arrivasse come risultato della pandemia da Covid-19.

Poi, naturalmente, la Cina vede Hong Kong anche come postazione strategica, ineliminabile e essenziale, per il controllo militare del Mar Cinese Meridionale, i cinesi ragionano sempre con quelli che De Gaulle chiamava i “due berretti”, il civile e il militare, che devono sempre essere tenuti insieme.

Certamente, poi, la riconquista pacifica di Hong Kong è anche un punto di rottura della geopolitica attuale Usa in quella regione: dall’Estremo Oriente fino, magari, a quello Medio, Washington ha sempre pensato a una lunga continuità strategico-militare che accerchiasse la Russia e chiudesse la Cina nel suo difficilmente controllabile mainland terrestre.

Da ciò deriva che il controllo pieno dei mari regionali, da parte della Cina, non permetterà più alla Federazione Russa di staccarsi dal progetto egemonizzato da Pechino, della Nuova Via della setamentre la “piccola via della seta” già prospettata dai russi, con capitali soprattutto giapponesi, ma anche Usa, sarà o integrata in quella cinese o distrutta.

Infine, ma lo abbiamo già accennato, Pechino vuole stringere i tempi per separare Taiwan dall’”ombrello” militare che la protegge, che è anch’esso giapponese e nordamericano.

Qui, occorre studiare bene il rapporto che c’è tra la “linea di Xi Jinping” e la teoria, che nacque nel 1998, della unrestricted warfare, detta in italiano della “guerra senza limiti”.

Pechino, che sa di non essere ancora nettamente superiore sul piano della “guerra convenzionale” o tradizionale, sia pure tecnologicamente evoluta, deve assolutamente vincere la sua total war, la sua nuova guerra senza limiti.

Da questo deriva un altro rovesciamento del teorema della guerra fredda: se durante tutta la fase convenzionale della cold war Pechino dipendeva per la tecnologia militare da Mosca, oggi è Mosca che dipende, sia pure con una tecnologia bellica propria spesso ottima e innovativa, da Pechino per le commesse e i finanziamenti-acquisti.

Se quindi la Cina, che ha anche acquisito, sia legalmente che in altri modi, ottima tecnologia militare occidentale, non solo post-sovietica, vuole fare la guerra, anche regionale e indiretta, agli Usa, lo deve necessariamente fare in tempo, prima che gli Usa non rispondano al guanto tecnologico-dottrinale di sfida di Pechino, con le armi che vorrebbero avere e che non hanno ancora, invece che con quelle che hanno già.

Un war game condotto dalla Rand Corporation nei primi di marzo di quest’anno 2020, ha decretato peraltro che, in un conflitto armato, gli Usa perderebbero, sia contro la Cina che contro la Federazione Russa. Separati, intendo.

Sul piano neo-tecnologico, e quindi anche dottrinale, gli Usa sono indietro alla Cina, lo dicono gli analisti Usa stessi, per quanto riguarda le armi di precisione strategiche e missilistiche, i sistemi ipersonici, i sistemi di guida per tutte le armi balistiche di teatro. Mentre gli Usa sono ancora superiori nell’ambito delle armi tattiche e di quelle convenzionali a medio-alta tecnologia.

Anche loro hanno sofferto l’impasse concettuale della “guerra fredda”.

Anche l’F-35 potrebbe essere un’arma, peraltro ottima, di supremazia aerea, ma potrebbe, lo ha detto ancora un analista Usa, essere bombardato a terra. Dai cinesi o da Mosca.

Altri war games, sempre accuratissimi e aggiornati, condotti dagli analisti statunitensi, ci riferiscono che gli Usa sarebbero nettamente sconfitti anche nel Pacifico meridionale, o dalla Russia nel Baltico, ma certamente la Cina vincerebbe in uno scontro regionale per prendersi Taiwan, mentre sia i russi che i cinesi stanno lavorando, con qualche buon successo, mi si dice, alle nuove armi anti-access/area denial (A2A).

Intanto, Xi Jinping ha spostato il suo interesse strategico dalle forze di terra dell’Armata di Liberazione del Popolo, alla Marina dell’Alp e poi alla Aviazione, ma soprattutto alla Forza Missilistica Strategica e alla più recente Forza di Supporto Strategico.

C’è, oggi, ancora una finestra di opportunità, che durerà fino alla fine di quest’anno, in modo che la Cina possa neutralizzare la flotta Usa a oltre cento miglia nautiche dalla sua costa e da quella di Hong Kong, Macao, Singapore e neutralizzare, inoltre, gli apparati missilistici Usa sia a Guam che in Giappone e nelle piccole isole del Pacifico meridionale.

Ecco il pendant strategico della scelta cinese sulla sicurezza interna di Hong Kong.

Taiwan potrebbe anche essere l’operazione che fa scalare la guerra fino al suo livello nucleare, ma non è detto che la supremazia cinese, ancora agibile in uno scontro con gli Usa, decida di arrivare fino a quel punto, anche se, probabilmente, colpirà prima e, quindi, più forte. Ma cercherà di bloccare le operazioni prima della decisione Usa di andare al blow nucleare.

Né bisogna nemmeno dimenticare la guerra regionale che Pechino ha condotto con l’India proprio nel maggio 2020, nell’area del Lago di Pangong Tso e della Valle di Galwan, con una rapida trattativa di pace per il controllo del Ladakh, zona confinaria ancora irrisolta per Pechino; oltre a una operazione, sempre rapidissima, delle Forze cinesi nel nord del Sikkim, sempre all’inizio del maggio 2020.

Saranno tutte operazioni lampo quelle prossime della Cina? Non lo sappiamo ancora.

Ecco, occorre porre la questione di Hong Kong in questa linea di pensiero.

Giancarlo Elia Valori