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Gli Usa in Iraq e le nuove offensive nell’area

La visita di Hassan Rohani, il presidente iraniano, il 6 marzo 2019, è un elemento per comprendere la situazione iraqena e di come gli analisti Usa definiscono il Siraq

In Iraq, in questi ultimi giorni, vi è stato l’arrivo di una quota di nuove truppe statunitensi, soprattutto il 6 di marzo scorso, giorno in cui sono infatti arrivate, nell’area iraqena di Al Anbar, partendo da basi poste sia in Israele che dalla Giordania, soprattutto dalla base di Mowaffaq Salti e da quella H-4.si di partenza. Ma l’arrivo delle truppe Usa, rapidamente attaccate dagli sciiti iraqeni, è probabilmente avvenuto anche da altre basi esterne all’Iraq. Tali forze Usa avevano l’obiettivo primario di stroncare rapidamente una operazione di brigate sciite di derivazione iraniana, ma coordinate delle Forze di Mobilitazione Popolare, che sono, pur se legate a Teheran, l’asse politico e militare dei maggiori gruppi che sono stati eletti al Parlamento. Peraltro, è stata proprio l’assemblea legislativa iraqena a passare, l’anno scorso, una normativa che fa delle milizie sciite un’asset essenziale e ufficiale dello stesso sistema politico di Baghdad. Le Hashd al Shabi, nella loro nuova formazione “civile”, Fatah, che è la loro nuova alleanza politica, sono peraltro diventate il secondo schieramento per numero di seggi, nelle elezioni dello scorso maggio. Si tratta di almeno 120.000 uomini ben armati, quelli delle Hasdi al Shabi, che sono stati i primi a dichiarare la vittoria, non sappiamo ancora quanto definitiva, sulle forze iraqene del Daesh-Isis. Non bisogna nemmeno dimenticare che, proprio con le recenti elezioni a Baghdad del 12 maggio 2018, si sono allentate quasi tutte le tradizionali frazioni etno-religiose dell’elettorato iraqeno.

Il vero cleavage, tra i gruppi politici iraqeni, è ormai più sul piano della difesa degli interessi territoriali e sulla quota di Welfare da trasferire dal centro alla periferia, che non la tradizionale “frattura” tra i gruppi religiosi e etnici. Le vere frammentazioni sono, oggi, quelle interne e economiche rispetto ai vari blocchi politici. Il capo del pericolante governo di Baghdad è comunque il leader sciita Adil Abdil Mahdi, membro del partito detto “Supremo Consiglio Islamico dell’Iraq”, legato e del tutto derivante direttamente dal vecchio Sciri, l’organizzazione sciita e qomeinista, nata nel 2007 su impulso dell’imam Baqir al Hakim. Ma anche i sunniti hanno raccolto e sostengono il loro tradizionale elettorato, soprattutto nel quadro del riequilibrio dei trasferimenti tra le loro regioni e le finanze centrali. I curdi sono, poi, sempre più presenti nell’amministrazione e nel sistema politico centrale, ma per favorire, come è facile immaginare, il loro autonomo welfare e gli investimenti internazionali e iraqeni a Erbil e nella loro grande provincia, tra Kirkuk e le aree curde extra-iraqene. Ma il premier sciita di Baghdad ha, successivamente, trovato resistenze perfino nel suo blocco tradizionale sciita, tra i “sadristi” del partito Sairoon, e anche in qualche settore curdo. I curdi, peraltro, con il loro Partito Democratico del Kurdistan, hanno già ben 45 seggi su 100 e raccolgono, tradizionalmente, molti voti tra le minoranze cristiane e turkmene. E, certamente, le relazioni economiche e politiche con la Turchia, che acquisisce costantemente molte delle acque iraqene, sono essenziali sia per l’estrazione petrolifera e l’agricoltura. Altra variabile tra sciiti, curdi e Usa, oltre che nei rapporti locali tra i russi.

Ma il Daesh-Isis sta, comunque, ritornando sulla scena. In particolare, nell’area del nordovest dell’Iraq. Molto probabile che, comunque, il “califfato” non intenda prendersi le città, difficili oggi da tenere a lungo, ma operare d’ora in poi come gruppo di guerriglia mobile, magari con ulteriori azioni di artiglieria, forse proponendosi di nuovo come principali attori politico-militari della regione di Al-Anbar. E sarà proprio il “califfato” a mantenere, è il suo obiettivo strategico primario, frazionato e debole l’Iraq. Anche questa particolare conformazione politica interna iraqena porta l’Iran a ritenere Baghdad la pedina strategica più importante della sua futura politica estera, soprattutto nel contesto della sua questione nucleare. Certo, i reattori N in mano all’Iran ma presenti su territorio iraqeno sarebbero la soluzione ideale, per Teheran. E, non dimentichiamolo, l’Iran tiene all’Iraq dato che questo Paese è all’origine del nuovo “corridoio” che va, alla cessazione de facto degli scontri in Siria, dall’interno dell’Iraq sciita alla Siria fino a Beirut e alle aree libanesi controllate da Hezb’ollah. La vecchia frase del generale Soleimani diretta agli Usa, nel luglio 2018, e egli, lo ricordiamo, è il capo delle milizie Al Qods dei Pasdaran iraniani, “siamo vicini a voi quanto nemmeno ve lo immaginate” è, probabilmente, la chiave per comprendere la situazione attuale. La visita poi di Hassan Rohani, il presidente iraniano, il 6 marzo 2019, è un ulteriore elemento per comprendere la situazione iraqena e del quadro che gli analisti Usa definiscono il Siraq.

Il presidente “riformista”, secondo le semplicistiche categorie occidentali, manda un evidente segnale, soprattutto agli Usa, che l’Iran sciita tiene molto, moltissimo, all’Iraq, soprattutto alla sua egemonia di fatto a Baghdad, ma anche alla stessa possibilità che Teheran si scontri direttamente e presto con gli Stati Uniti, proprio sul terreno iraqeno, ma solo e unicamente dove l’Iran vorrà. Il presidente di Teheran ha anche affermato che l’Iraq è la soluzione primaria per “bypassare le ingiuste sanzioni imposte a Teheran dagli americani”. E non bisogna dimenticare nemmeno, in questo caso, la “Conferenza per la ricostruzione dell’Iraq”, tenutasi in Kuwait nel marzo 2018. Il suo documento principale, elaborato direttamente dalla World Bank, presuppone ben 157 progetti primari, per un valore totale di 88,7 miliardi di usd, di cui 23 a breve termine e il resto a medio-lungo periodo. L’Iraq, lo ricordiamo, è il secondo produttore di petrolio dell’Opec e possiede le quinte riserve di idrocarburi conosciute. Ecco, quindi, l’interesse specifico dei sauditi per la conferenza in Kuwait, che pure non hanno ancora sponde credibili nella classe politica iraqena. L’Iraq è la vera posta in gioco tra iraniani e sauditi, e la chiave strategica è quella della separazione della continuità militare tra Libano, Siria, Iran e Iraq. Riyadh ha, comunque, già passato oltre un miliardo di Usd per gli aiuti e 500 milioni di usd in sostegno alle esportazioni. Anche l’emirato del Qatar ha concesso un altro miliardo di dollari, poi il Kuwait ha fatto lo stesso, mentre gli stessi Stati Uniti hanno promesso ben 3 miliardi.

Tutti, come è facile intuire, hanno interesse a differenziare il loro sostegno a Baghdad e a evitare, soprattutto, che l’Iraq cada interamente nelle mani di Teheran. Si ricordi, però, che i 39 milioni di abitanti dell’Iraq attuale crescono a un tasso elevatissimo (un milione in più l’anno) che è certamente il più rapido del Medio Oriente, e che tutto il sistema sociale e economico iraqeno possiede la maggior quantità di poveri e disoccupati di tutto il Medio Oriente. Ovvio, quindi, che Teheran voglia acquisire in toto il mercato petrolifero di Baghdad e utilizzarlo, come arma politica oltre che economica, contro tutto l’asse sunnita e, in particolare, contro gli Stati Uniti e i suoi alleati dentro l’Opec. E, infatti, dopo gli attacchi delle forze sciite in Iraq contro alcuni obiettivi militari Usa, guarda caso compiuti proprio in contemporanea con la visita del presidente iraniano Rouhani, gli Stati Uniti hanno subito richiamato le loro forze in Israele e in Giordania, oltre a quelle nel Golfo e, come sempre accade in questi casi, hanno anche allertato i loro militari in Romania e Bulgaria. I due gruppi che hanno operato contro le forze statunitensi, il 6 marzo scorso e successivamente, sono legati direttamente a Teheran.

Si tratta di una prima milizia denominata Kata’ib Hezbollah, mentre l’altra organizzazione sciita si chiama Hasaib Ahl al Ahq, ovvero la rete Khazali. Entrambe le organizzazioni sono una sorta di derivazione diretta dell’Hezbollah libanese. Il Kataib Hezbollah è stato fondato dai Pasdaran iraniani e dall’organizzazione militare, sempre legata ai “Guardiani della Rivoluzione” sciita iraniana, che è nota come Forza Al Quds. Hezbollah, in Libano, nacque dalla volontà dell’Imam Qomeini, che riteneva il gruppo sciita “la luce dei suoi occhi”. Il Kataib, ricordiamolo, è però anche uno dei sei gruppi che hanno fondato le “Forze di Mobilitazione Popolare” dalle quali è derivato l’attuale blocco politico di maggioranza a Baghdad. La rete Khazali è anche un partito nel parlamento iraqeno, con 15 rappresentanti, che si dice siano frutto di frodi elettorali, è stata ufficialmente fondata anch’essa dalla Forza Al Quds e ha organizzato, durante la guerra in Iraq, oltre 6000 attacchi contro obiettivi Usa e occidentali. Le recentissime operazioni contro i militari Usa, in evidente collegamento con la visita di Rouhani e le sue dichiarazioni sulla ormai unica egemonia iraniana sull’Iraq, sono state però compiute dopo un giorno dopo esatto che gli Usa hanno imposto ulteriori sanzioni, ma contro una terza rete militare sciita iraniana, la Al Nujaba.

Ovvero, per essere più esatti, si tratta qui dell’Harakat Hezbollah Al Nujaba, organizzazione nata nel 2013, che mantiene quattro brigate, tra l’Iraq e alcune cellule nascoste nel Golfo (ecco il riferimento, apparentemente oscuro, di Suleimani che citavamo supra) tra cui vi è il gruppo militare che è esplicitamente dedicato alle operazioni antisraeliane sulle Alture del Golan. E vi è anche una brigata di Al Nujaba che fa operazioni speciali in Siria per le forze armate siriane di Bashar el Assad, brigata dotata di diversi carri T-72 russi e, soprattutto, di missili iraniani. Inoltre, un segnale fortissimo per le FF.AA. statunitensi è venuto dalle dichiarazioni del parlamentare iraqeno Nessar al Rabee, legato al movimento sadrista e, quindi, in diretta relazione anche con la quasi-maggioranza oggi al potere a Baghdad, il quale ha chiesto che “tutte le forze straniere abbandonino il territorio iraqeno”. Il parlamentare sadrista sciita ha anche aggiunto che questa richiesta salverebbe l’Iraq dalle “forze terroriste” che vogliono entrare nel Paese “sotto nuove etichette”. Terminologia chiarissima, quindi. Il premier Al Mahdi ha, poi, affermato di aver parlato direttamente al telefono con il Segretario di Stato Usa Mike Pompeo e ha detto, inoltre, che gli Usa non possono più stabilire legalmente delle loro nuove basi sul territorio iraqeno, e ha ulteriormente detto che la attuale presenza militare nordamericana è limitata al solo contrasto all’Isis-Daesh e all’addestramento delle forze armate di Baghdad. Gli Usa, comunque, si stanno riposizionando al confine tra Iraq e Siria e, in particolare, nell’area occidentale della provincia di Al-Anbar e tra i curdi di Kirkuk. Strano, però, che questa nuova composizione delle forze sciite iraqene venga, anche per i sadristi, dopo una lunga lotta dello sciismo militare e politico iraqeno contro la sempre più pesante egemonia di Teheran.

Prima quasi-nemici, e certamente “nazionalisti” iraqeni, magari nemici della dottrina qomeinista del Velayat-e-Faqih, ma oggi sempre più legati alle ideologie e, soprattutto, agli interessi di Teheran. Quindi, tanto maggiore è la reazione economica e strategica dell’Iran contro la denuncia, da parte di Washington, dell’accordo sul nucleare, tanto maggiore sarà allora la presenza fortemente avversa contro gli Usa dell’Iran in Iraq, asse inevitabile per il contrasto tra le truppe Usa, che stanno uscendo dalla Siria e si riallineano proprio al confine con l’Iraq, e soprattutto, mai dimenticarlo, al punto di inizio del “corridoio” sciita che arriva già, passando sul confine sirio-israeliano, al Libano. Altro elemento essenziale della strategia di Teheran, in questi giorni, è stata l’organizzazione di un fondamentale incontro tra Bashar el Assad e la Guida Suprema iraniana Ali Khamenei, incontro che è avvenuto a Teheran il 27 febbraio scorso. Bashar el Assad è l’unico leader mediorientale che abbia “baciato le mani” della Guida Suprema iraniana. Il segnale primario dell’incontro, segnale sempre diretto agli Usa, è che Bashar el Assad non abbandonerà mai, per nessun motivo, Teheran. Ma siamo poi sicuri che questa nuova dislocazione dei rapporti tra Teheran e Damasco sia davvero l’ideale, per la Federazione Russa? Lo vedremo. Bashar el Assad ha poi detto a Teheran, esplicitamente, incontrando anche Rohuani, che la Siria farà ancora e sempre parte dell’”Asse della Resistenza” dell’Iran e, oggi, anche di tutte le costellazioni guerrigliere, terroristiche, paramilitari che gli iraniani hanno finora organizzato, tra le aree sciite e le strutture coperte operanti nel mondo sunnita del Golfo. La questione del rapporto Damasco-Teheran riguarda anche tutto il nesso tra Siria Iran e Iraq, visto che, durante questa visita di Bashar el Assad a Teheran, il generale Suleimani ha detto, come al solito molto chiaramente, che “il nostro confine più sicuro è quello tra i nostri due paesi e l’Iraq”.

Ecco, infatti, il vero problema che è al centro delle paure di Khamenei e Assad, oltre che degli attuali dirigenti iraqeni: essi devono tutti evitare, in ogni modo, che gli Usa costituiscano una loro stabile sacca, una forte buffer zone in Siria, sempre collegata, così pensano siriani e iraniani, a forti operazioni aeree di Israele, sia in Siria che, in futuro, tra la Bekaa e il Golan verso le stesse zone iraqene e, magari, anche al confine iraniano. Per questo, vi sono forti segnali, sia nei testi che nelle recenti azioni di Assad e Khamenei, che ci fanno presagire una nuova grande offensiva interna alla Siria, una azione di massa che potrebbe colpire sia alcune sacche sunnite-califfali rimanenti, tra Idlib e Deir-Ezzor, sia, soprattutto, le zone Usa (la base di El Tanf) e, ancor più precisamente, alcuni obiettivi israeliani. Alla metà di gennaio 2019, infatti, il gen. Suleimani ha detto, rivolgendosi a Israele, che lo stato ebraico deve ”temere moltissimo i missili ad alta precisione iraniani e, comunque, che l’Iran terrà tutti i consiglieri militari e le forze armate che riterrà opportuno”. Si prepara quindi una nuova area di contrasto tra lo stato ebraico e il mondo sciita, mentre la vera soluzione dell’equazione potrebbe essere quella di un accordo di fatto tra Usa e Federazione Russa per contenere l’Iran e securizzare Israele, anche sul confine tra Gerusalemme e il Libano. E infatti, due giorni dopo l’incontro tra Assad e Ali Khamenei, Vladimir Putin si incontrava con il primo ministro israeliano Netanyahu e il capo delle FF.AA. di Gerusalemme Tamir Hayman.

Il leader russo ha garantito esplicitamente mano libera, anche per quel che riguarda la presenza russa in Siria e altrove, a un eventuale attacco di Israele contro le postazioni di Teheran in Siria. Putin, inoltre, ha chiesto a Netanyahu l’accettazione formale del ruolo primario russo nella “pacificazione” siriana e, quindi, ha implicitamente chiesto agli israeliani che i loro futuri attacchi a obiettivi iraniani in Siria non siano diretti su aree in comune tra Teheran e Mosca e, soprattutto, che favoriscano implicitamente la presenza russa sul terreno. Ovviamente, i dirigenti iraniani sanno bene tutto questo e, quindi, hanno chiesto a Bashar el Assad di dichiarare che ogni attacco di Gerusalemme su obiettivi iraniani in Siria sarà trattato come se fosse, direttamente, un attacco alle forze di Bashar el Assad. E questo, nelle loro mire, potrebbe costringere i russi a più miti consigli nei confronti dell’Iran.

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