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Gli equilibri interni della Turchia e la politica estera di Ankara

Recep Tayyp Erdogan, il Presidente della Turchia, ha recentemente silurato quasi tutti gli ufficiali di bandiera turchi ancora in servizio, lasciandone solo una piccola quota, per favorire successivamente la rapida carriera di ufficiali sottoposti, ma unicamente di formazione nazionalista o islamista.
Il regime di Erdogan sostiene attivamente, poi, tutti i membri egiziani della Fratellanza Musulmana che sono fuggiti dall’Egitto dopo la caduta di Mohammed Morsi e il golpe di Al Sisi e, peraltro, le origini del partito AKP di Recep Tayyp Erdogan sono certo oscure, ma certamente avvolte nelle reti della Fratellanza turca e nell’islamismo politico, più o meno “moderato”, per usare una banale categoria della political science occidentale.
A favorire questa scelta politico-militare della Presidenza turca sono ancora, per molti versi, gli effetti a lungo termine del tentativo di golpe contro Erdogan del 15 luglio 2016, quando le Forze Armate turche furono grandemente purgate di tutti gli ufficiali che avessero anche una tenue o nascosta inclinazione di tipo “laicista”, sempre per usare le banali categorie della political science.
Solo 42 ufficiali di bandiera turchi, in tutto, sono rimasti ancor oggi in servizio attivo, e con pari grado o superiore, tra quelli presenti, che erano ben 325, nelle FF.AA. di Ankara al momento del putsch militare.
Peraltro si afferma, da parte di alcune fonti di primario livello, che sono stati proprio i militari turchi a bloccare temporaneamente le mire di Erdogan in Siria, che aveva progetti di invasione che sarebbero state ben più aggressivi e di lungo periodo di quanto non sia accaduto con la recente occupazione turca nel Nord della Siria.
I militari mandati via dal servizio attivo avevano, poi, contrastato anche il progetto erdoganiano di alleanza con la Federazione Russa.
Tra gli ufficiali non più in servizio permanente effettivo, il 45% è stato duramente “purgato”, il 33% è andato volontariamente o meno in pensione, il 6% ha semplicemente rassegnato le dimissioni, poi ci sono state altre scelte, che sono state valide solo per il 2% (passaggio ad altre amministrazioni dello Stato, contratti di consulenza, etc.) ma è rimasto in servizio solo il 14% del totale degli ufficiali attivi al momento del putsch del 2016.
Di cui Erdogan pensa, non troppo nascostamente, che esso sia stato messo in atto con l’assenso, o il silenzio-assenso, degli Usa e anche di qualche Paese della UE.
Ma proprio il Capo di Stato Maggiore Interforze al momento del golpe, gen. Hulusi Akar, che pure bloccò ogni tipo di mobilitazione militare nazionale nelle prime fasi del golpe, è oggi ministro della Difesa di Erdogan.
Un “autogolpe”? Anche questa ipotesi è possibile.
Hulusi Hakar sapeva del golpe militare, come è stato rivelato anche dal Capo dei Servizi turchi di allora e di oggi, Hakan Fidan.
Se i generali delle FF.AA. turche, nel 2016, erano 325, oggi sono, in tutto, 233.
149 generali, tra quelli eliminati, sono stati “purgati” nella settimana immediatamente successiva al tentativo di golpe, ma poi si è saputo che molti degli alti gradi militari erano o in vacanza con le loro famiglie, o presenti in città diverse da quelle della loro sede di lavoro, oppure, e non ci si deve meravigliare, stavano contrastando le azioni dei golpisti.
Sempre secondo i dati ufficiali rilasciati dal governo turco, i partecipanti militari al tentativo di golpe sono stati in tutto 8651. Circa l’1% delle intere Forze Armate turche.
Troppo poco per prenderli sul serio.
Come si faccia, poi, a pensare di organizzare un golpe con così pochi operativi; e il tutto messo in atto da parte di esperti ufficiali di una Forza Armata di buon livello come quella turca, rimane un mistero. O un sospetto.
Tra gli 8651 operativi del golpe, 1781 erano semplici coscritti e 1214 cadetti delle accademie militari.
150 sono stati poi i generali implicati, a vario titolo, nel golpe del 2016.
Alcuni tra gli ufficiali “purgati” sono stati condannati rapidamente a lunghe pene detentive mentre, per tutti, vale l’accusa di un collegamento organico con la setta di Gűlen, che oggi risiede negli Usa, una accusa che il regime di Erdogan non ha mai potuto provare, peraltro, in modo appena convincente.
Pensare che i Servizi Usa, che certamente osservano Gűlen, possano autorizzare una operazione di destabilizzazione così grave in un Paese che è ancora l’asse della NATO in tutto il Medio Oriente e l’Asia Centrale, mi sembra piuttosto ingenuo, malgrado le difficoltà in cui versano le Agenzie di intelligence statunitensi.
L’Hizmet, (Servizio) il movimento di Fethullah Gűlen, è ancora molto diffuso in Turchia.
Il regime erdoganiano ha chiuso, al momento del golpe del 2016, 800 società commerciali, 1100 scuole di ogni ordine e grado, 850 dormitori, 1400 associazioni di volontariato, tutte legate ai “gulenisti”.
Erdogan, subito dopo il golpe del luglio 2016, ha poi messo in carcere ben 38.000 persone legate al movimento Hizmet e ha espulso oltre 100.000 funzionari dello Stato, tra polizia, magistratura, insegnamento, sanità, tutti legati, secondo la polizia turca, al “servizio” gulenista.
Nel settore pubblico, i membri a vario titolo di Hizmet variano tra l’1,5% e, addirittura, l’11% del totale dei dipendenti dello Stato in ogni amministrazione.
Nel settore giudiziario i “gulenisti” sono ben il 30% e arrivano addirittura al 50% tra le forze di polizia, mentre la massima percentuale di membri di Hizmet si trova, in rapporto al totale della popolazione, in Anatolia Orientale e nell’area dell’Egeo.
Il movimento gulenista è stato il maggior sostegno di Erdogan, quando è arrivato al potere nel 2002, mentre le reti di Hizmet hanno prodotto prove, spesso anche false, per accusare, in tutti i corpi dello Stato dove erano attivi, i membri della tradizione kemalista e laicista, mentre lo scontro aperto tra i gulenisti e i sostenitori di Erdogan ha inizio solo nel 2013.
Oggi, è comunque la Fratellanza Musulmana il principale sostegno organizzativo e ideologico dell’AKP di Erdogan, e gli uomini dell’Ikhwan sono dietro a imprese come l’Associazione degli Imprenditori e degli Uomini di Affari Conservatori Turchi, il potente MUSIAD, poi le Turkish Airlines, e molte tra le grandi società immobiliari e di costruzioni.
I rapporti di Erdogan con la Fratellanza risalgono a molti anni fa, almeno ai primi anni ’70, quando l’attuale Presidente turco era uno dei più brillanti collaboratori di Necmettin Erbakan.
Erbakan, accademico e uomo politico, fondò nel 1970 il Milli Nizam Partisi, il “Partito dell’Ordine Nazionale” membro anche del Milli Gorus, la più vasta associazione islamica turca.
Sia il partito di Erbakan che il Milli Gorus furono vietati nel 1971, mentre Erbakan poi fondò, nel 1973, il nuovo Milli Selamet Partisi, “Partito della Salvezza Nazionale”, con cui Erbakan arrivò perfino ad essere vice-primo ministro dal 1974 al 1978.
Arrestato dopo il golpe militare del 1980, fu obbligato a non svolgere più alcuna attività politica, obbligo che cessò nel 1987.
Islamismo politico, lotta alla occidentalizzazione della Turchia, un “nuovo nazionalismo”, che non separasse Stato e religione islamica, queste erano le caratteristiche salienti della dottrina di Erbakan nelle sue varie cristallizzazioni partitiche.
Antisionista e antisemita, antiamericano, forte sostenitore di una Nuova Unione Islamica, sul modello della UE, che riunisse tutti i Paesi islamici del Medio Oriente.
Queste erano le idee di Erbakan, molte delle quali, sia pure con le differenze del caso, sembrano preannunciare l’AKP di Erdogan.
Che sarà fondato nel 2001 dalla fusione di ben cinque partiti islamisti che, precedentemente, non avevano avuto la possibilità di organizzarsi alla luce del sole.
Tutti i generali e gli altri ufficiali che sono stati “purgati” dalle FF.AA. turche per motu proprio di Erdogan sono stati, poi, definiti dal MIT, il Servizio segreto turco, sia come “gulenisti” che come filo-occidentali e “amici degli Usa”.
Oggi, dopo le varie “purghe”, i posti di ufficiale nelle Forze Armate turche sono coperti solo al 65%.
E, sempre in questi giorni, ci sono oltre 150.000 dipendenti pubblici che sono stati messi ulteriormente da parte e dimissionati, a causa della loro appartenenza alla rete di Fethullah Gűlen.
Circa 30.000 di questi civil servants legati all’Hizmet di Gűlen sono ancora in carcere, mentre i militari ancora ristretti nelle carceri turche, per essere stati legati al golpe o per essere membri del movimento di Gűlen, sono oggi 6760.
Tra questi, 5960 sono colonnelli o di grado minore, e 142 brigadieri generali o con grado maggiore.
La questione del golpe del 2016 e della repressione islamista verso le tradizionali classi dirigenti della società turca fa venire in mente il processo a Ergenekon.
Cos’è Ergenekon?
E’ una potente società segreta, come ce ne sono state molte nella storia turca, e ancora numerose continuano a prosperare, che organizza alcuni dei gruppi di potere laici e filo-occidentali turchi.
Giuseppe Garibaldi aveva un rapporto solido con l’Associazione del Lavoratori Italiani in Turchia, una rete para-massonica, mentre le nostre Logge del Grande Oriente organizzavano gran parte della fiorente emigrazione di uomini d’affari e di finanziari italiani nell’Impero Ottomano, e furono proprio le nostre Logge a “coprire” e a nascondere all’Impero Ottomano il movimento dei “Giovani Turchi”.
Ergenekon è anche la leggenda, fondamentale per la tradizione letteraria e simbolica turca, che riguarda una lupa grigia che si chiama Asena; e che aiuta i clan tribali turchi presenti nei monti Altai ad arrivare nella piana rigogliosa e felice di Ergenekon, dove i clan turchi potranno prosperare e riprodursi.
Una possibilità ulteriore che spiega questo nome, è che si tratti di una società segreta denominatasi proprio Ergenekon in relazione al colonnello Necabettin Ergenekon, un ufficiale che era il secondo in comando, al momento della fondazione, per tutta la rete coperta dell’associazione segreta.
Probabilmente, la società segreta di cui parliamo è una delle tante organizzazioni dello “stato profondo” turco, il che è una delle grandi tradizioni politiche dell’Impero Ottomano, che si è poi fusa con le reti coperte di area NATO, in un paese, come la Turchia, che confinava con l’URSS e che era vicino ad aree di guerra “calda”, come il Medio Oriente, l’Iran, il Golfo Persico.
Poi, c’è da ricordare il ruolo politico specifico dei militari, dopo la rivoluzione, organizzata proprio dalle FF.AA. turche, del 1908 e la successiva funzione, autoproclamata dai militari, di “protettori della democrazia” laica dopo la fondazione della Repubblica Turca nel 1923.
Le reti dello “stato profondo” sono state organizzate, in Turchia, si pensi al gruppo Feday nato nel 1905, per lavorare sotto la copertura di organizzazioni ufficiali, come le stesse Forze Armate, ma per organizzare infine mobilitazioni di massa e azioni dimostrative. Per “fare politica” senza mostrarsi al pubblico.
Le società segrete delle Forze Armate turche ponevano in atto soprattutto missioni di spionaggio e contro-spionaggio, ma poi organizzavano rivolte in tutto l’Impero Ottomano, e qui la memoria va alla rivolta libica contro gli italiani, o nei Balcani contro greci e bulgari, o in Egitto contro i britannici.
Tutte operazioni nazionaliste turche, senza diretti legami con l’Impero Ottomano, che spesso non conosceva nemmeno la natura delle azioni dello “stato profondo”.
Le società dello “stato profondo” furono in gran parte smantellate dopo la sconfitta dell’Impero Ottomano nella Prima Guerra Mondiale, ma alcuni gruppi di spionaggio e controspionaggio rimasero attivi, come per esempio le associazioni Karakol, Yavuz, Hamza, la Felah che incorpora il già citato gruppo Feday.
Ataturk cerca di porre tutte queste organizzazioni all’interno della Polizia e dei Servizi, ma nemmeno lui ci riesce del tutto.
Il MIT, il Servizio segreto attuale, poi, è stato fondato, il che è molto importante da notare, nel 1960, dopo il primo golpe militare legale turco.
Nel 1971 avvenne un altro golpe costituzionale, poi nel 1980, poi ancora il golpe detto dagli studiosi “post-moderno” nel 1998, un golpe bianco che mise fuori legge il Partito del Benessere, un gruppo politico islamista fondato da Necmettin Erbakan, all’origine dell’AKP erdoganiano.
Poi quei geni universali della UE, nelle more delle trasformazioni politiche del post-guerra fredda, chiesero e ottennero il blocco delle operazioni costituzionali delle Forze Armate turche, garantendo così l’arrivo al potere dell’AKP, mascheratosi in una grande coalizione con altre forze politiche laiche.
Nel 1968, inoltre, il MIT operò soprattutto attraverso i partiti turchi occidentalisti per creare le condizioni di un golpe militare.
Il legame politico tra il MIT e i partiti del parlamento turco era l’”Ufficio delle contro-guerriglia”, un organismo del Servizio con una notevole autonomia dal comando centrale.
Le reti di controguerriglia erano tutte collegate da un comando NATO per la “guerra non-ortodossa”, comando che fu facilmente penetrato da una agente dei Servizi tedesco-orientali. E molto della struttura delle “gladio” occidentale era ben nota al Patto di Varsavia e, talvolta, ai partiti comunisti dell’Europa occidentale di appartenenza NATO.
E’ questa une delle letture più razionali del “caso Moro” e dei suoi effetti nella storia politica italiana successiva all’assassinio del leader democristiano.
Le Reti, alle quali apparteneva molto probabilmente anche Ergenekon, erano comunque molte: la Absalon in Danimarca, l’Aginter in Portogallo, con molte ramificazioni, anche in Italia, le Auxiliary Units nel Regno Unito, il Bund Deutscher Jugend e il Technischer Dienst operanti in Germania Occidentale, poi c’era la ben nota Gladio-Stay Behind in Italia e in Europa Centrale, Svizzera compresa, il Grupo Antiterorista de Liberacion, attivo in Spagna, poi l’Informationsbyran in Svezia, e anche l’Intelligence & Operations in Olanda, i Mountain Riders in Grecia, il Nihtilä Haathti in Finlandia, e l’Österreichischer Wander-Sport und Geselligkeitsverein, in Austria, poi ancora il Plan Bleu e la Rose de Vents (sempre con addentellati in Italia) e infine l’Arc en Ciel in Francia, che aveva due “gladio”, una a sud e una a nord, e il cui capo della rete Sud era il “responsabile delle caccie presidenziali” di Mitterrand, e poi da non dimenticare nemmeno la Svizzera con il Projekt 26, e ancora il Rocambole in Norvegia e, infine, lo SDRA-8 e lo STC/Mob in Belgio.
La rete ufficiale di Stay Behind NATO turca era, comunque, non Ergenekon ma il Comitato di Mobilitazione Tattica, che fu alla base del pogrom contro i greco-ortodossi del 6-7 settembre del 1955.
Il processo a Ergenekon è iniziato nel giugno 2007 con un raid della polizia turca, mentre la Corte Costituzionale, guarda caso, metteva sotto processo proprio l’AKP, per “essere il centro delle attività anti-secolariste”.
Le accuse contro Ergenekon riguardarono 86 sospetti, nella prima fase delle attività di polizia, poi altri 56 sospetti.
Il processo contro la società segreta si è concluso ai primi di agosto 2013.
Alla fine, gli imputati erano 275, di cui 17 sono stati condannati all’ergastolo. Ma solo 12 sono stati dichiarati innocenti.
L’operazione contro Ergenekon è scattata, come dicevamo, con la perquisizione nell’abitazione di Oktay Ildirim, dove furono trovate varie granate, e Ildirim era un semplice sergente in pensione.
L’UE, i soliti geni universali, accolse bene il processo contro la società segreta occidentalista, il che era un chiaro segnale verso i militari da parte dell’AKP al potere.
E’ evidente che l’attuale crisi del mondo militare turco; e quindi la successiva sostituzione degli ufficiali “laicisti” con militari islamisti o neo-nazionalisti, secondo il progetto erdoganiano di Nuovo Ottomanesimo turco verso Oriente, è il forte sintomo di una permanenza delle “società segrete” nel deep state turco e di una volontà, sempre da parte di Erdogan, di avere una Forza Armata completamente priva delle tentazioni “golpiste” e laiciste tipiche del mondo kemalista che è rimasto ben radicato nella tradizione delle FF.AA. turche.
Il che creerà molti problemi alla NATO e molti ancora alla UE.

Giancarlo Elia Valori