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Gas e navi militari, ecco l’ingorgo perfetto nel Mediterraneo. Analisi di Valori

Difendere l’autonomia e le “mani libere” turche nel Mediterraneo Orientale è, per gli strateghi turchi, una priorità strategica assoluta. Ed è in quel quadrante che si muovono interessi strategici che interessano Italia, Grecia e non solo… L’analisi di Giancarlo Elia Valori

Per capire come ragiona strategicamente la Turchia di Erdogan, occorre vedere l’evoluzione recente del sistema politico di Ankara, insieme alle sue storiche determinanti geopolitiche, che sono sempre definite. Come diceva Napoleone, per stabilire la politica estera di un Paese basta guardare la sua cartina geografica. Il primo governo dell’Akp, partito islamista che viene riformulato e rifondato dopo che qualche suo componente non viene ritenuto regolare dalla Corte Costituzionale, dura dal 2002 al 2010. E oltre, come sappiamo.

Nel 1970 nasce in Turchia, comunque, il primo partito davvero islamista, il “Partito dell’Ordine Nazionale” (MNP) che è diretto da Necmettin Erbakan. Il Mnp viene chiuso, già lo accennavamo supra, dalla Corte Costituzionale, ma riemerge l’anno successivo con il nome di “Partito della Salvezza Nazionale” che, alle elezioni del 1973, guadagna ben 48 seggi in Parlamento.

Nel 1981 viene ancora chiuso dal Consiglio della Sicurezza Nazionale, insieme a tutte le altre formazioni politiche, nessuna esclusa stavolta, a causa del colpo di Stato “costituzionale” dei militari. Nel 1983, quando viene permessa di nuovo la formazione dei vari partiti politici, nasce, dalle ceneri del Mnp e della “Salvezza Nazionale”, il “Partito del Benessere”, sempre diretto, dietro le quinte, da Erbakan. Che sarà sempre il modello esplicito e venerato di Erdogan. Ma nemmeno questa formazione ha il consenso dei militari per partecipare alle elezioni del 1983.

Per tutti gli anni ’80, il “Partito del Benessere” non supera la soglia del 10% e quindi non entra in Parlamento, ma comincia a crescere notevolmente e in modo inaspettato negli anni ’90, fino alla vittoria nelle elezioni del 1997 e al successivo, ormai inevitabile, intervento delle FF.AA. turche. Nel 1998 la Corte Costituzionale “chiude” ancora il Partito del Benessere” che poi rinasce, nel 1999, come “Partito della Virtù” che raggiunge però pochi consensi nelle elezioni del 1999, ma che viene comunque chiuso di nuovo dalla Corte. Arriva poi il “Partito della Felicità”, da una scissione tradizionalista dall’ala “modernista” si fa per dire, che si ritroverà nell’Akp. Non andrà lontano.

L’ideologia? È quella del Milli Gõruş, ovvero la “prospettiva nazionale”, che vede una nettissima separazione tra la civiltà occidentale, materialista, colonialista, repressiva verso i Paesi “terzi”, destinati tutti, tratto importante, ad una rapida morte, e la civiltà islamica, basata su un dato essenziale e tipico: la giustizia. Quindi, a partire da questa ideologia non vanno affatto bene nemmeno le riforme modernizzatrici che, a partire da Ataturk, hanno secolarizzato la società e la politica turche. Ma va benissimo però il nazionalismo che ha caratterizzato anche la tradizione “laica” della Turchia degli inizi del XX secolo.

Niente adesione alla Ue, naturalmente, e nemmeno nessun rapporto, se non aggressivo, almeno nelle parole, con Israele. Ma, è qui l’asse portante di questa nuova ideologia dello Akp che potremmo definire genericamente come “islamismo”, è che solo la Turchia, unicamente la Turchia, che dovrà guidare il nuovo mondo islamico unito. Il secolarismo è infatti accettato solo in quanto permette la libertà di religione, ma rifiutato in nome dell’Islam che è la sola verità.

Altro elemento della ideologia islamista, che poi si trasferisce quasi integralmente nell’Akp, è l’”ordine giusto”, adil dűzen, un modello di “terza via” superiore al capitalismo e al socialismo. Niente interessi sugli scambi, anche se il meccanismo finanziario è spesso, oggi, organizzato secondo il sistema bancario islamico, peraltro modellato sulle linee di Al Qaradawi, predicatore principe di Al Jazeera e tra le figure più importanti della Fratellanza Musulmana. Figura che, peraltro, sia i sauditi che al-Sisi, oggi, mettono fortemente in discussione.

Moody’s nel gennaio 2020, ha verificato che gli scambi bancari islamici, in Turchia, sono ormai verso il 15% del totale delle operazioni. Molto di più di tanti paesi del Medio Oriente, ma di meno di quanto non accada in Arabia Saudita o perfino in Malesia. Da qui, ancora, l’odio di massa per il Fmi, il Fondo Monetario Internazionale, l’Ue, perfino la Nato, ma di questo parleremo in seguito. I partiti islamici turchi sono però gli unici partiti di massa rimasti oggi, dopo che il post-moderno politico ha infettato anche i Paesi mediorientali o, addirittura, orientali.

“L’Akp è la democrazia conservatrice”, dice Erdogan quando vice le elezioni del 2002. Ma c’è anche l’affermazione esplicita, sempre da parte di Erdogan, del libero mercato, delle privatizzazioni e degli investimenti stranieri in Turchia, forte viene anche definito il rapporto tra Ankara e Washington, perfino con la Nato e con le Repubbliche, talvolta di origine turanica, dell’Asia Centrale. La democrazia viene vista soprattutto come scudo rispetto alle ingerenze dello Stato secolare.

Sul piano geopolitico, Erdogan ripete, mescolandoli, i pezzi della tradizionale strategia globale turca: controllo attento dei porti mediterranei, in primo luogo, per evitare che le aree sensibili del territorio di Ankara siano oggetto di facili operazioni avversarie, poi, ecco il punto, Cipro. Fu proprio Bulent Ecevit, premier turco laico e di centro sinistra, che ordinò l’invasione di Cipro, nel 1974. Vero è che Atene aveva rovesciato, poco prima, l’arcivescovo Makarios e dichiarato l’enosis, l’unione con la Grecia.

E ora c’è il netto rifiuto di Ankara ad accettare comunque una ZEE, Zona Economica Esclusiva, della Cipro greca, e poi l’accordo leonino con la Libia della Fratellanza Musulmana, quella di Tripoli, per una ZEE turca che va dalle coste libiche tripoline fino all’isola (greca) di Kastellorizo e a tutto il mare cipriota, con parti della possibile, futura, nuova ZEE greca. Come si sa, le ZEE sono aree che si estendono fino a 200 miglia marine dalla linea di base di uno stato costiero e, da un punto di vista giuridico, sono la “territorializzazione del mare”, poiché permettono lo sfruttamento delle risorse naturali del fondo marino.

L’Italia e la Grecia hanno recentemente ratificato un accordo, che va poi ancora siglato dal nostro Presidente della Repubblica, sia pure che l’Italia ha già una “quasi ZEE” nel Tirreno, dal Mar Ligure al suddetto Tirreno, soprattutto per la protezione della fauna marina. Atene e Roma hanno comunque già stabilito che per il futuro, dovessero farlo, vista la fifa blu che l’Italia ha della Turchia, e la mania, già certificata da Cavour, di andare a favore di chiunque sul piano diplomatico, per “esserci”, la ZEE italo-turca sarà, molto probabilmente, quella definita dal Trattato del 1977. Vale per il futuro anche l’accordo, da parte greca, di permettere a 68 nostre barche da pesca, sulla base del regolamento UE 1380/2013, l’accesso alle acque territoriali greche.

I nostri politicanti pensano solo alla pesca, certo importante, ma non pensano mai ai cavi Internet, alle postazioni di difesa remota di aree rilevanti del nostro territorio, alle linee commerciali, ai canali di prima o seconda risposta a operazioni avverse. Dei mozzi, in sostanza. O dei surgelatori di pescato. Certo, la Grecia ha tacitato l’Italia, che si occupa solo di cefali, cozze e tonni, con un accordo favorevole, ma Atene guarda soprattutto alla proclamazione della sua “grande ZEE”, che andrà, e questo lo sanno bene i turchi, fino all’Egitto e a gran parte di Cipro.

La prossima mossa di Atene sarà una intesa con i suoi vicini, sempre per la sua “grande” ZEE, in particolare con l’Albania. Ma anche l’Egitto, che ha il grande bacino gasiero di Zohr, che ha scoperto l’ENI ma che non meraviglierei che venisse “passato”, per la tipica generosità dei morti di fame, alla stessa Grecia, visto che noi non abbiamo, a tutt’oggi, trattative ZEE efficaci con Il Cairo. Non vorrei che si finisse nella palta, come con il Trattato di Caen del 2015. Con le “mappe sbagliate” diffuse guarda caso dai francesi che, poi, sono state dichiarate, appunto, false. Chissà perché.

Certo, il Trattato di Caen è ancora un segreto chiuso con sette sigilli. La “linea mediana” delle acque e tutte le altre frescacce giuridiche della UNCLOS sono salve, a quel che si legge, ma i dubbi sulla tutela efficace dei nostri confini economici, militari, commerciali, politici e fiscali rimangono. Quando si tratta di ZEE e di confini, c’è sempre un fondoschiena disponibile: il nostro.

Ecco quindi lo scenario primario: all’inizio di questo mese di agosto, dopo che la Turchia ha condotto delle esercitazioni navali in tutto il Mediterraneo Orientale, con il prolungamento delle sue analisi sismiche del fondo marino e con la Grecia che considera queste “osservazioni” ed esercitazioni militari del tutto illegali, iniziano gli scontri, diplomatici e poi anche di confronto militare marittimo, tra Turchia, Grecia, Francia e perfino Italia. Ci sono state anche navi italiane e francesi in sostegno operativo di quelle greche, ma la Turchia ha già posto, nel Mediterraneo Orientale, tutte le sue pedine.

L’accordo del 2019 tra Ankara e il Governo di Accordo Nazionale di Tripoli riguarda soprattutto, è bene notarlo qui, la cooperazione militare e la giurisdizione marittima. Tra i due Paesi, Tripoli-GNA e Turchia, la ZEE già definita bilateralmente si sovrappone, a sud come a nord, con la Zona Economica Esclusiva greca e Ankara ha anche la possibilità di fare esplorazioni, in esclusiva, nel mare davanti al debolissimo stato del GNA e di Al Serraj.

La strategia mediterranea turca, detta Mavi Vatan, ovvero “Patria Blu”, si basa sul fatto che la grande diffusione delle isole peloponnesiache della Grecia “non può avere un effetto di esclusione della Turchia nei confronti del resto del Mediterraneo, e con l’accordo con la Libia del GNA abbiamo dimostrato di non poter accogliere nessun fait accompli”. Così dice il ministro della Difesa di Ankara. Difendere l’autonomia e le “mani libere” turche nel Mediterraneo Orientale è, per gli strateghi turchi, una priorità strategica assoluta.

Vediamo però come la Turchia reagisce alle politiche gasiere di Usa e Federazione Russa, che è la vera trama per capire cosa sta succedendo oggi. Il 15 giugno 2020, il Dipartimento di Stato Usa elabora una politica restrittiva per le società che operano nel Nord Steam 2, la pipeline russa, e anche per il Turk Stream 2. Le sanzioni sul Turk Stream 1 e 2 sono essenziali per capire oggi le reazioni marittime di Ankara. TurkStream, lo ripetiamo, manda il gas dalla Russia verso la Turchia, con appendici minori verso la Bulgaria, la Grecia, la Macedonia del Nord, ed è una pipeline che ha iniziato ad operare nel gennaio 2020.

Gazprom, la nota compagnia russa e la BOTAŞ, la compagnia di Stato turca, stanno ancora completando la fase finale del TurkStream2. Gli interessi turchi nella rete TurkStream 2 sono oggi, comunque, marginali. Si tratta solo di diritti di passaggio, che non risolvono la crisi economica turca e i progetti, talvolta faraonici, del regime di Erdogan.

Ma la Turchia, in questo settore gasiero, ha tre obiettivi reali: lo sviluppo rapido del campo gasiero nel Mar Nero, a Sakarya, un deposito da 320 miliardi di metri cubi, poi Ankara vuole bloccare la concorrenza gasiera dalla Russia e dal Mediterraneo, infine favorire al massimo la Trans-Anatolian Pipeline, che porta il gas azero attraverso la Turchia fino alla Trans-Adriatic Pipeline verso la Grecia, una linea che potrebbe essere espansa anche con gas proveniente da Israele, dal Paese Curdo iracheno, dal Turkmenistan.

La Turchia favorisce anche il passaggio di navi contenenti GPL dal Canale Istanbul, il futuro, ma presto sarà aperto, canale artificiale che collega per 28 miglia il Mar Nero al Mare di Marmara, verso la Bulgaria, la Romania, l’Ucraina. Un canale che sarà terminato, si dice, nel 2025. O forse prima. I diritti di passaggio delle navi dovrebbero essere molto maggiori di quelli delle pipelines, e potrebbero addirittura cambiare lentamente gli equilibri finanziari dello stato turco. Quindi, la Turchia ha scarso interesse, o forse la cosa perfino le piace, nei confronti delle sanzioni Usa verso TurkStream2.

Guarda caso, è proprio quando gli Usa cominciano a diventare importanti esportatori di gas liquefatto ovunque, che nasce la legislazione contro le pipelines russe verso l’Europa. Nel luglio 2018 viene colpita dagli Usa NordStream2, ma TurkStream non viene sanzionata fino al giugno 2019. L’industria del gas è oggi in una fase molto complessa.

La domanda Ue di gas è caduta, anche per i noti motivi pandemici, dell’8% dal gennaio al maggio 2020, ma c’è la concreta possibilità che il gas naturale possa partecipare in pieno alla prossima corsa all’idrogeno, visto che il metano estratto dal gas naturale può produrre idrogeno, che peraltro può essere trasportato facilmente nelle vecchie pipelines.

Quindi, non si fanno più nuove prospezioni di gas, data la volatilità del mercato mondiale, e questo tiene in sospeso il futuro del gas mediterraneo e, soprattutto, del Mediterraneo Orientale. Ma è comunque dal 2018 che la Turchia riduce la sua dipendenza dal gas russo.

Ankara importa gas anche dalle navi del Qatar, degli Usa, dell’Algeria, della Nigeria e, oggi, la Turchia è il terzo maggior importatore di gas naturale Usa in Europa dopo Spagna e Francia. E da poco Ankara ha scoperto un nuovo giacimento di gas naturale sottomarino, il Tuna-1, sempre nel Mar Nero. Quindi la Turchia non dipende più dal gas delle vecchie pipelines, ma ora Israele ha vinto la sua battaglia geoeconomica con gli accordi di Egitto e Giordania come importatori stabili del nuovo gas naturale israeliano.

Il quale rimarrà, se e solo se Cipro rimarrà lontana dalla influenza turca nell’area del gas di nuova prospezione, una riserva che non potrà essere interdetta, se non in casi particolari, dall’egemonismo turco, anche davanti all’Egitto o davanti al Libano.

Giancarlo Elia Valori