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Economia di guerra

Nel 2019, ovvero l’ultimo anno di cui abbiamo statistiche complete, tutte le classi di investimento finanziario hanno avuto un rialzo totale di 23 mila miliardi di usd, soprattutto per quel riguarda le Borse e i titoli del debito pubblico; mentre il valore globale delle Borse, da solo, è cresciuto di ben 17mila miliardi, da 67 a 84 mila, mentre, infine, quello delle sole obbligazioni è cresciuto, sempre a livello mondiale, di 6 mila miliardi di usd.
Un castello di carte peraltro debolissimo, basta infatti che qualcuno chiuda gli stretti di Hormuz, oppure che arrivi una nuova “democratizzazione” in Medio Oriente, ecco, basterebbero da sole queste due occasioni a innescare una inflazione da costi, petroliferi o delle altre materie prime, che farebbe cadere tutto il grande castello di carte del debito, pubblico e privato.
Una vita a “breve”, uno “stadio alterato” della finanza, che oggi si può permettere, con il fintech e i contratti derivati, nati con la riforma bancaria di Clinton, di non recepire i dati dei flussi finanziari, ma solo un manipolato calcolo delle probabilità, contro il quale ci si può comunque assicurare.
Tutta l’Eurozona, credendo di essere più intelligente degli altri, vive di surplus commerciali, spesso colossali, come quello tedesco, ma anche con un mix di bassi salari interni e boom del commercio estero; il che rende le economie Ue estremamente facili ad attacchi asimmetrici di alcuni Paesi non-Eu in fase di espansione, per non parlare anche degli Usa e della Cina, che tollereranno ancora per poco questo dislivello. Che li danneggia massimamente.
Il Target 2 europeo, il sistema di pagamenti interbancario che non consente più di ricorrere alle riserve valutarie estere per compensare i deficit di liquidità delle banche, ha oggi un saldo completo superiore ai mille miliardi di euro, di cui ben 800 sono solo i flussi tedeschi. Che quindi vivono di acquisti da parte dell’area euro.
Un sistema che amplifica, allora, gli shock asimmetrici, che sono insiti in una moneta “rigida” e non lender of last resort come l’euro, ma che favorisce soprattutto i detentori di maggiori surplus rispetto ai Paesi UE meno capaci, oggi. di surplus commerciale. Ecco, battere il surplus interno all’area Euro è un obiettivo primario di guerra economica e finanziaria, per l’Italia. E si può fare.
Certo, l’idea vecchia e ancora valida di Keynes, alla Conferenza di Bretton Woods, di trovare una moneta unica e anche di conto, il bancor, che avrebbe rivalutato la moneta del paese che eccede in surplus e svalutato quella in deficit eccessivo, fu battuta dagli Usa, Paese vincitore, che pure avevano finanziato anche la Gran Bretagna, che pagherà i suoi debiti con gli Usa fino al ’73, ma che volevano soprattutto internazionalizzare il loro dollaro, in modo che diventasse “alto” malgrado il suo deficit commerciale strutturale.
Quindi, il surplus della bilancia dei pagamenti genera la possibilità, proprio per i Paesi EU che ne hanno di più, di fare shopping di obbligazioni, per esempio, italiane, mentre la riduzione ulteriore di valore di quelle greche, spagnole, portoghesi, viene mantenuta favorendo l’uno o l’altro dei mercati dei titoli pubblici. Lo shopping dei titoli del debito pubblico è una tecnica primaria, oggi, di guerra economica.
In questo quadro, già molto debilitato di suo, è arrivata la colossale pandemia da Covid-19.
Che è il sigillo, se mai ce ne fosse necessità, di una nuova economia di guerra.
Il che vuol dire: a) programmazione iniziale degli sforzi, b) distribuzione delle risorse predefinita, c) gerarchizzazione degli obiettivi, d) selezione attenta della spesa pubblica e privata.
Il socialismo democratico, peraltro, ma anche il cattolicesimo sociale, nascono dagli esperimenti che le grandi economie capitalistiche mettono in atto durante la Prima Guerra Mondiale, e qui mi viene in mente il Piano Beveridge, una prosecuzione del socialismo di guerra con altri mezzi, parafrasando Von Clausewitz, ma anche la successiva democratizzazione della Germania dopo la fine del Terzo Reich, che consigliò al vincitori di mantenere la compartecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende, sia piccole che, con altra legislazione, grandi.
Possiamo pensare, dopo che questa tragedia sanitaria e umana sarà finita, a una sorta di nuovi “Trenta Gloriosi”, come vennero chiamati, da un economista francese, gli anni dal 1945 al 1975.
Ma dobbiamo abbandonare quelli che le Guardie Rosse maoiste chiamavano i “quattro vecchiumi”: vecchie idee, vecchia cultura, vecchie abitudini e vecchi comportamenti.
Ma dentro, naturalmente, la nostra eterna cultura occidentale. Che rispetta tutte le altre e, spesso, le valorizza.
Vecchie idee: il pareggio di bilancio come obiettivo in sé. Figuriamoci che oggi, nelle costituzioni EU, c’è scritto proprio il “pareggio di bilancio”. Roba da ridere. E se arriva una eruzione del Vesuvio, che si fa? Lasciamo tutta la Campania senza aiuti? Si pensa alla invisible hand smithiana?
E se arrivasse una nuova pandemia? Che si fa? Non si ha idea che, forse, anche i criteri finanziari attuali vengano messi in crisi, non solo dalle richieste del popolo, ma proprio nella loro struttura intrinseca?
Vecchia cultura: E se ripensassimo tutta la finanza e l’economia produttiva?
Se, per esempio, ricostruissimo il mercato interno, senza pensare che, come non accadrà mai, la capitalizzazione indotta dagli scambi sarà tale da rifinanziare il sistema? No, le montagne di soldi sui cui siedono i “Paperoni” globali non sono oggi liquidizzabili davvero, anche se sembra.
Quindi, stiamo costruendo un “Monopoli” che sembra un sistema vero. Non lo è, non lo è più.
Vecchie Abitudini: E se provassimo a controllare la produzione in modo da evitare, anche manu militari, la estero-flessione delle imprese? Se si capisse, per esempio, che un meccanico della Piaggio di Pontedera è, per esempio, niente affatto intercambiabile con un povero immigrato indiano?
E non fanno mai, sicuramente, la stessa Vespa. E se, quindi, si investisse non nella rapida obsolescenza programmata, magari con tanti pennacchi e retoriche pubblicitarie, ma su oggetti tali da rappresentare un investimento non monetario dei compratori?
E’ la teoria, questa, dell’usura generalizzata, anche nella produzione dei beni, che manifesta Ezra Pound nel suo 45° Canto sella sua opera più importante.
Non esistono però nazioni industriali per vocazione.
Ma, la riduzione dello Stato Sociale dopo l’arrivo, fortunoso, della “seconda repubblica” in Italia, si è basata sul concetto, di difficilissima dimostrazione scientifica, secondo il quale il costo della limitazione del mercato è sempre maggiore di quello di una crisi di ristrutturazione.
Non è mai stato così. Nemmeno sul piano semplicemente contabile.
Quindi, economia di guerra, contro la pandemia. Per ricostruire, con nuove formule, il vecchio “stato del benessere”.
La war economics, così come è stata studiata nel secondo dopoguerra, è fatta di molte cose: i “cicli di guerra” di tipo economico, che assorbono la distruzione creatrice schumpeteriana, la determinazione del reddito nazionale, la stima del capitale reale e del suo ammortamento, per non parlare delle tabelle input-output.
C’è un vecchio studio del Naval War College, autore Jim Lacey, nel 2011, che narra come gli economisti Usa abbiano, probabilmente, definito la vera vittoria alleata nella guerra contro l’Asse.
Nel 1931 una cellula dell’intelligence britannica sorvegliava la ricostruzione industriale tedesca, mentre i tecnici dell’economia, non gli scarsi ideologi del tout va bien attuale, identificarono, negli anni ’30 e ’40, i settori industriali che, selettivamente, dovevano essere finanziati prioritariamente per mettere al sicuro la vittoria e lo sforzo bellico.
L’analisi fu di tipo costo-beneficio, ma non quella, ridicola, che va di moda oggi per le infrastrutture, in Italia, ma quella con le matrici di Leontiev.
Preferenza per il bombardamento strategico, per esempio, per le armi di precisione, per le azioni chirurgiche sui convogli.
La guerra dei materiali teorizzata da Ernst Juenger la fecero gli Alleati, non il Terzo Reich.
Ovvero, in tempi di coronavirus, oggi occorrono investimenti selettivi sulle scienze biologiche, sulle infrastrutture elettroniche; investimenti tutti pubblici, anche se alcuni privati ne avrebbero la possibilità, ma anche sulla informazione tecnica e di massa, sulla formazione scientifica, su tutte le nuove tecnologie.
I privati hanno oggi magari i capitali, ma non hanno la testa per farlo, mentre il settore pubblico può permettersi, in un futuro medio o lungo, un ritorno dell’investimento non-finanziario e, comunque, più basso di quello che sarebbe prescelto da un investor privato nello stesso settore.
Ecco perché è stato stupido privatizzare i grandi settori merceologici e imprenditoriali dell’IRI, e qui parlo da protagonista di quella stagione.
Ecco ancora perché l’energia è ancora, in buona parte, pubblica, in Italia, proprio perché i capitalisti del settore sarebbero stati costretti, o avrebbero comunque preferito, una tempistica del ritorno del capitale più “breve”.
Come accade alle lavatrici, alle automobili, perfino ai computer.
Che, come oggi capita spesso, sono prodotti omogenei ma selezionati dai consumatori sulla base di criteri strutturalmente non-efficienti: il colore, la moda, la mela, il programma user friendly, la pubblicità.
La prossima rivoluzione industriale sarà molto meno pubblicitaria dell’attuale. Il mercato è già aggiornato e selettivo abbastanza.
E’ finito anche il Washington Consensus, con tutte, come si direbbe per il maligno, “pompe”: la politica fiscale disciplinata non serve, come ci ha dimostrato la storia europea più recente, dove anzi la “moderazione fiscale” non produce capitali e investimenti, ma anzi il contrario, poi il “riaggiustamento della spesa pubblica” non produce comunque gli effetti sperati, perché intanto si abbassano i salari medi di quelli che rimangono al lavoro poi, ancora, i tassi di interesse positivi non garantiscono sempre la espansione degli investimenti, ma probabilmente soprattutto la rendita.
Poi, ancora, non esiste un “mercato” libero dei tassi di cambio, visto che è una valutazione squisitamente politica che lo guida, e che, ancora, la privatizzazione delle imprese pubbliche non garantisce la maggior qualità del management, anzi, ma presuppone una divisione delle “dazioni” ai nuovi partiti politici, come è accaduto con la “seconda repubblica” in Italia, e, infine la deregulation, non serve, visto che permette lo sfruttamento dei minori costi del lavoro ma non ottimizza automaticamente la formula produttiva.
Con queste tecniche economiche e finanziarie, si è dato fondo alle ricchezze prodotte nei Trenta Gloriosi, ma se ne sono materializzate molte meno del previsto.
Le armi offensive della Guerra Economica, tradizionalmente, sono quelle consuete ancora oggi: limitare il flusso finanziario nel paese nemico, l’embargo, le manovre sul debito pubblico (per provocare la crisi fiscale dello Stato o la sua insolvenza) e, oggi, si tratta di rovesciare di segno queste regole, per identificare gli utilizzatori della crisi da coronavirus per bloccarli nelle loro azioni avverse.
Per l’Italia, il costo del coronavirus è ormai abbastanza definito: se la pandemia finisce a maggio prossimo, ma è poco probabile, il costo per le imprese, genericamente calcolato. Sarà di circa 300 miliardi di euro.
Se la crisi pandemica durerà fino al prossimo dicembre, avremo una perdita delle imprese, tutte, calcolabile in oltre 640 miliardi di euro.
Ovvio che tutto questo imponga una economia di guerra, sia per quanto riguarda la direzione programmata deli investimenti e dei sussidi, sia per quel che riguarda la riprogrammazione futura del nostro sistema produttivo.
Che dovrà essere direzionato, per portare via quote di mercato essenziali, proprio verso gli Stati che oggi vorrebbero beneficiare della nostra crisi, sia per acquisire a basso prezzo le nostre imprese, sia per modellare le imprese italiane rimanenti come ancillari rispetto alla loro formula produttiva.
Eccola, la nuova economia di guerra.

Giancarlo Elia Valori