it
it

Ecologia e produttività in Cina oggi

Lu Hao, ministro delle Risorse Naturali, è al centro, come decisore politico, di una grande trasformazione della Cina odierna. Già governatore dell’Hejlongjang dal 2013 al 2018, è stato anche primo segretario della Lega della Gioventù Comunista e, successivamente, vice-sindaco di Pechino.
E’ anche membro, Lu Hao, del Comitato Centrale del Partito, pur essendo nato solo nel 1967, forse a Shangai, o probabilmente a Xi’an.
I sistemi politici efficaci favoriscono la carriera dei giovani migliori.
E’ questo, comunque, il momento di una piena, grande, approfondita analisi ecologica dello sviluppo cinese, come ha spesso fatto notare il presidente Xi Jinping.
Finito lo sviluppo economico da Paese che ospitava inizialmente le “seconde lavorazioni” dell’economia globale, la Cina oggi si dispone ad essere una grande economia globale, evoluta e priva di obblighi verso tecnologie e mercati “vecchi”, quindi anche e pienamente ecologica.
Fin dal 18° congresso del PCC, Xi Jinping sostiene con forza l’idea di una “civiltà ecologica” pienamente cinese e, certamente, la scelta di Lu Hao a ministro delle Risorse Naturali va proprio in questa direzione.
Oggi, come sottolineano sia il Presidente Xi che il suo attento ministro, Lu Hao, anche l’erosione dei suoli è divenuta, in Cina, un fenomeno di grande e gravissima importanza.
Il totale annuale dell’erosione dei suoli, sia agricoli che non, è oggi di circa 5 miliardi di tonnellate.
L’area attualmente coltivata, in Cina, vale circa un terzo dei suoli disponibili.
L’area della desertificazione ormai affermatasi è di 2 milioni 622 chilometri quadrati, ovvero il 27,3% di tutta la superficie disponibile.
La Cina è oggi, malgrado i molti e non solo recenti sforzi in direzione contraria, il Paese con la minore quota di foresta per capita al mondo.
L’inquinamento è ancora pesante, soprattutto per le acque, ma Xi (e Lu Hao) si sono messi rapidamente al lavoro.
Xi Jinping ha detto: “vogliamo acque e montagne verdi, colline dorate e montagne di argento”.
Il Presidente non vuole solo molto Pil, ma soprattutto un forte e stabile Pil “verde”. I mercati del Primo Mondo sporcano il Secondo ma, soprattutto il Terzo, e oggi la Cina non è Terzo Mondo proprio per nessuno.
Sottostare all’inquinamento è come sottostare allo straniero.
L’idea fondamentale del Presidente Xi Jinping è, quindi, che proteggere l’ambiente e aumentare la produttività si rafforzano insieme.
Xi pensa, proprio come Lu Hao, che vi è un nesso scientifico e razionale tra la protezione dell’ambiente e lo sviluppo dell’economia; e che il fine dell’azione del PCC è quello di aumentare la qualità della vita del popolo e il suo indice di felicità.
Quindi, l’idea fondamentale di Xi Jinping è quella di seguire strettamente i criteri scientifici e tecnologici, aumentando l’utilizzo delle risorse naturali e, proprio per questo, sviluppando anche l’economia circolare, rispettando le leggi oggettive della natura e, quindi, anche quelle dello sviluppo economico socialista e razionale.
Xi Jinping, e certo anche Lu Hao, hanno parlato di “Bella Cina” al 18° Congresso del PCC.
“la voglia del popolo per una vita migliore è il nostro obiettivo”, affermano i documenti del 18° Congresso, quindi Xi (e Lu Hao) affermano che “costruire una civiltà ecologica, che è connessa al benessere della popolazione, è il nostro obiettivo e il vero futuro della nazione”.
La linea di Xi Jinping è quella, in primo luogo, di “prima proteggere, poi demarcare scientificamente l’uso e la protezione della natura, poi aderire alla linea rossa della protezione ecologica”.
Il concetto primario è, qui, quello del “prima la protezione”. Il vecchio criterio, industrialista e produttivista, che basti solamente “controllare l’inquinamento” è ormai privo di significato.
Quindi, chi è responsabile dell’area in cui si è verificato un inquinamento deve esserne ritenuto, a tutti gli effetti, responsabile.
Sia sul piano giuridico che su quello pratico.
Ogni anno, lo sappiamo, almeno otto milioni di tonnellate di plastica vengono gettati negli oceani, e più della metà di questa quantità proviene da cinque Paesi asiatici: Cina, Indonesia, Filippine, Thailandia e Vietnam.
E questo si risolve, lentamente, con una migliore raccolta, una più ampia informazione e quella che, proprio Xi Jinping, chiama “civiltà ecologica”.
Già nel 2017 in Cina è iniziata, poi, la “azione contro l’inquinamento atmosferico, con la chiusura di molte fabbriche, oltre 150, di acciaio, ed alimentate solo a carbone, per ridurre di almeno il 15% l’anno il particolato nell’aria.
Sempre dal 2017, la Cina ha già raggiunto l’obiettivo del 2020 riguardo all’utilizzazione dell’energia solare, con l’obiettivo, ancora più ambizioso, di arrivare presto alla produzione di 213 GW, cinque volte di più della produzione annuale attuale degli Usa.
E’ come coprire, ai dati delle tecnologie attuali, e solo con pannelli solari, una superficie maggiore dell’area della Greater London, 1500 chilometri quadrati.
Nel 2019, la Cina è poi passata, anche grazie all’azione di Lu Hao, ma per quel che riguarda il cambiamento climatico, dal 41°posto nell’elenco mondiale delle nazioni che si occupano fattivamente del climate change, al 33°. Un bel salto, anche se le emissioni di GHG (greenhouse gas, “gas serra”) stanno aumentando, in Cina, nel 2017 e nel 2019.
La Cina può, comunque, soddisfare oggi i criteri dell’accordo di Parigi bloccando i suoi gas serra entro il 2030, ma solo aumentando del 20% la produzione di energia dalle rinnovabili e utilizzando, cosa che si dice ancora poco nello sciocco occidente, maggiori fonti da energia nucleare.
Triplicare la quota di carburanti non-fossili, quindi, entro il 2030, e stabilire un pieno mercato dell’emission trading cinese.
Se la Cina, come è molto probabile grazie a Xi Jinping e Lu Hao, riuscirà in questo intento, allora il progetto mondiale di ridurre a “molto meno” di due gradi Celsius l’aumento globale delle temperature avrà avuto successo.
La Cina è quindi fondamentale per l’ecologia di tutto il Pianeta.
Pechino, inoltre, intende aumentare di 45000 chilometri quadrati l’area delle foreste che assorbono ossido di carbonio, e, piano piano, la Cina ci sta riuscendo, grazie anche all’organizzazione dei parchi naturali, visto che oggi siamo a oltre 12.000 parchi naturali e riserve, in Cina. Perfettamente organizzati.
C’è un problema di salute pubblica oltre a quelli che abbiamo fin qui delineato. Circa 2,8 milioni di bambini, ancora oggi in Cina, ed appena nati, muoiono a causa di problemi legati all’inquinamento.
Se non si vuole alterare l’equilibrio tra le generazioni, e certo Xi Jinping e Lu Hao stanno molto attenti a non modificarlo, la questione dell’inquinamento diviene capitale.
Immaginate il passaggio pensionistico, lavorativo, demografico tra le generazioni, con un carico di piccoli neonati morti ma grande 2,8 milioni l’anno.
Il Sistema cinese di politica del clima ed ecologica, introdotto nel 2017, e che Lu Hao sta ampliando grandemente, prevede anche il controllo attento di oltre 1700 società di produzione energetica e, in totale, il controllo ulteriore e finale di oltre tre miliardi di tonnellate di gas serra.
Rimangono le dimensioni della Cina, che hanno portato questo Paese ad avere, malgrado tutto, ben 10 miliardi di tonnellate di CO2 introdotte nell’ambiente, circa un quarto del totale mondiale.
Ma, comunque, sono meno del 23% rispetto alla produzione cinese di CO2 dell’anno precedente.
Per quel che riguarda l’inquinamento delle sorgenti acquifere e dell’acqua, lo Stato spenderà ben 30 miliardi per la “ripulitura” delle sorgenti e dei flussi acquiferi.
La Cina migliorerà anche il suo sistema dei prezzi di base, per stimolare la protezione ambientale e la campagna, una politica, organizzata da Lu Hao e sostenuta da Xi Jinping, di cleaning totale delle acque urbane e delle fonti di maggiore entità.
Primo obiettivo, la ripulitura delle acque nere urbane, la maggiore fonte di inquinamento stabile delle fonti, poi c’è in programma la “ecologizzazione” del fiume Yangtze, e del lago Bohai, altri due flussi idrici che influenzano l’intero insieme delle acque, agricole e urbane, della Cina. Ma il progetto andrà a fondo, la ripulitura dei grandi fiumi e dei maggiori invasi idrici andrà comunque avanti.
Per le acque industriali, c’è il progetto di ridurre del 23% il loro uso entro il 2020, quando si arriverà all’utilizzazione di massa della prima grande quota nazionale di energia rinnovabile, in Cina. La legge sulla “prevenzione dell’inquinamento del suolo e delle acque” è diventata esecutiva il 1 gennaio 2019, ma prevede inoltre il censimento di tutti i suoli cinesi, da compiere ogni dieci anni, poi la costituzione di stazioni di monitoraggio ovunque, con dati che possano essere diffusi ad ogni livello, e inoltre la verifica delle sostanze tossiche e nocive nei terreni e nelle acque, con dati che devono, almeno in parte, diventare pubblici, infine la costituzione di fondi per la ecologizzzione dei terreni e delle acque, che ogni autorità locale e regionale deve prevedere in bilancio.
E ancora, la programmazione di “sistemi di riabilitazione” da parte delle imprese agricole o industriali colpevoli di inquinamento.
Per quel che riguarda la desalinizzazione delle acque marine per uso industriale e umano, occorre notare subito che la Cina è una delle 13 nazioni a minore disponibilità idrica nel mondo.
Peraltro, la maggioranza delle risorse idriche è concentrata nel Sud, mentre le regioni settentrionali e occidentali tendono alla siccità.
Crescita della popolazione, urbanizzazione di massa, cambio climatico e riduzione progressiva delle riserve idriche sono tutte condizioni tali da rendere la questione delle acque determinante per il prosieguo dello sviluppo economico cinese, come ci dicono appunto Xi Jinping e Lu Hao.
Oltre alla riorganizzazione delle riserve idriche nazionali, come si vede bene dai progetti come la Diversione delle Acque del Nord, l’acqua non basta davvero mai e, quindi, l’altro punto fondamentale del progetto idrico di Xi e Lu Hao è la desalinizzazione e il riciclo-purificazione delle acque di scarico.
Qui il problema vero è proprio la desalinizzazione, visto che il 43% della popolazione cinese vive nelle 11 provincie costiere, che occupano comunque il 13,7% del territorio cinese. Nelle aree costiere la disponibilità di acque è, peraltro, perfino minore della media nazionale.
Ma, nelle zone della costa, c’è oltre il 65% del Pil nazionale cinese.
Le risorse idriche della costa della Cina sono, però, solo il 28% circa del totale delle fonti nazionali.
La desalinizzazione è quindi una soluzione. Oltre 150 paesi oggi utilizzano questo sistema.
Il progetto della Cina sulla desalinizzazione dura, poi, da almeno 60 anni. Ma oggi, dopo una serie di tentativi di tipo regionale e settoriale, si è sviluppata una vera e propria industria della desalinizzazione, fin dal primo progetto nel Datang Wangtang del 2005, nella provincia dell’Hebei.
La tecnologia delle membrane specifiche è già ben sviluppata, ma abbiamo a disposizione anche la microfiltratura; e il tutto con una produzione nazionale che va oltre i 10.000 mq. al giorno per ogni dei 150 circa impianti, ma con altri 71 impianti di desalinizzazione marina, con attività minore, e con il 35% del totale delle acque che va per l’uso personale degli abitanti.
Ma solo il 35% è utilizzato per la produzione di energia, e per altri usi industriali, tra la produzione di carta e quella dei metalli.
I desalinizzatori sono, soprattutto, distribuiti in quattro regioni, lo Zhejiang, lo Shandong, Liaoning e lo Hainan.
Le tecnologie sono soprattutto quelle RO e MED. Ovvero, per la prima, la osmosi inversa con le membrane UF (UltraFiltration).
La MED è la desalinizzazione termale, ovvero la Multi-Effect Distillation.
120 sono gli impianti RO, in Cina, 7 quelli maggiori a tecnologia MED.
Per quel che riguarda la protezione dei suoli, 402 siti industriali e 1401 aree agricole sono state verificate come dense di metalli pesanti.
Il 36% in agricoltura e il 28% nei siti industriali è contaminato.
Le normative sono state attentamente specificate e rese inoltre più severe nel 2016, da parte dello Stato cinese, ma il quadro normativo finale è stato disegnato nell’agosto 2018.
Il criterio è quello, lo abbiamo già visto, della prevenzione.
Ogni progetto deve quindi essere valutato ecologicamente, prima della sua esecuzione, dalle autorità preposte.
La legge stabilisce la responsabilità di ogni parte, con una catena di obbligazioni alla quale nessuno può sfuggire.
Ma qui il problema vero è, in Cina, il rapporto tra terra arabile e area urbana.
Le nuove costruzioni hanno ridotto l’area agricola di quasi il 60% rispetto al 1990.
2,47 milioni di ettari, la superficie dello stato Usa del Vermont, sono stati richiesti sulla base della nuova normativa sul riequilibrio tra terre agricole e aree abitative.
Ma solo il 37% delle terra reclamata sulla base di questa normativa è riutilizzata per l’agricoltura, mentre il 44% rimane solamente terra non arata, e il 19% diviene foresta. Peraltro, il cambio climatico e bio-chimico dei suoli è spesso alla base delle grandi migrazioni interne cinesi, che sono una ulteriore deformazione strutturale di un già anomalo, e ormai stabile, accumulo di popolazione dall’interno verso le aree costiere.
Le Quattro Modernizzazioni e le riforme successive hanno diretto verso le coste cinesi oltre 200 milioni di migranti, e il dato è solo del 2016.
Ma il punto sarà, in futuro, per la Cina, la produzione di energia elettrica dal moto delle onde.
Il mercato dell’elettricità dal moto ondoso, ritengono molti analisti del mercato energetico, aumenterà del 10,25 % l’anno, da qui fino al 2023.
Il mercato si sta espandendo soprattutto in Europa, che è stato il primo continente a sviluppare questa tecnologia, ma ora l’idea si è molto diffusa negli Usa, in Australia e, soprattutto, in Cina.
C’è oggi a disposizione un meccanismo detto “pinguino”, che viene ancorato al fondo del mare a 50 m., con una parte visibile di 2 metri sopra il livello delle acque.
Questo dispositivo pesa 1600 tonnellate ed è lungo trenta metri. E’ prodotto da una azienda finlandese.
Nei Caraibi, ad Antigua, Bermuda e Curaçao, sono già attivi dei meccanismi di estrazione dell’energia dalle onde con una capacità media di 40 MW, tramite un meccanismo che sarà operativo alla fine del 2019.
E’ anche a disposizione oggi la tecnologia microgrid, un combinazione di fonti di energia, utenti e sistemi di accumulo che, in questo caso, combina le fonti solari con quelle da ciclo delle onde marine, come oggi accade al largo delle coste australiane.
Le energie disponibili dalle onde e, quindi, dalle maree è oggi, per tutta la Cina, di 8,2 GW. Una cifra immensa. La ricerca cinese per questo tipo di tecnologie è, oggi, basata su una turbina verticale, elaborata dall’università di Harbin, poi da una turbina ad asse orizzontale, studiata dall’ateneo di Zhejiang, e da altri prototipi.
E’ probabile, quindi, che l’energia potenziale disponibile dal ciclo delle onde cinese sia ancora maggiore del previsto, di circa il 25% in più, e ciò non riguarda le tecnologie oggi applicate, ma il potenziale fisico dei movimenti marini, che è facilmente calcolabile.
Fin dagli anni ’70 la Cina ha sviluppato questo settore, a partire dallo Jangxia (3900 Kw) poi sono arrivate le aree di Bachimen, Shandong e nella baia di Maluan, che sono solo in parte già attive.
Ci sono stati anche tentativi, tutt’altro che inutili, di estrazione di energia dagli scambi termici del mare.
Ma quali sono i limiti strutturali del progetto per le energie rinnovabili marine cinesi? In linea di massima, una certa e stabile mancanza di investimenti nel settore, che permette alle tecnologie occidentali una evoluzione più rapida, più adatta, soprattutto, al futuro consumo di massa dell’energia “marina”.
Poi c’è la natura dei luoghi nella costa cinese, con la diffusione di tifoni e di situazioni pericolose, infine l’uso degli oceani per le operazioni di sicurezza e di desalinizzazione, o di pesca. Occorre, ancora oggi, una diffusione di massa di queste tecnologie di estrazione marina dell’energia dal moto ondoso e una base comune tra università, governo, amministrazioni locali, Partito, utenti per creare un forte e stabile mercato per l’energia “dalle onde”.
Il sistema ISWEC potrebbe essere, qui, la soluzione. Si tratta di una macchina (Inertial Sea Wave Energy Converter) che è alloggiata all’interno di un galleggiante, con un criterio di funzionamento basato su un sistema inerziale risonante con il moto ondoso del mare.
La stabilità del galleggiante e della macchina è garantita da un sistema inerziale giroscopico.
Il dato in più è che questo sistema è sintonizzabile alle variazioni dello stato del mare, il che consente di collegare la frequenza di massima produttività con la frequenza dell’onda incidente.
Tutto viene regolato, poi, dal motore di spin del volano del giroscopio e dai dati, a breve, sulla meteorologia dell’area.
Si può anche mettere facilmente in sicurezza il sistema, se si verifichino condizioni particolari del mare, o altro.
Lo scafo del galleggiante ha le dimensioni di 8 X 15 metri, con una altezza di 3,5 metri e un pescaggio di 4 metri.
I due gruppi giroscopici presenti all’interno del “gommone”, con una potenza elettrica installata di 130 kW, e anche con una piattaforma di sensori che è capace di raccogliere dati, in immediato, dai sensori locali, da mettere in relazione con i dati dei sensori remoti e con le previsioni meteorologiche aggiornate.
E poi di prevedere le caratteristiche dell’onda e, infine, di generare il segnale di controllo a breve termine per tutti gli azionamenti del natante.
La produttività annua media per gommone è di 250 MWh, il che permette di risparmiare 68 tonnellate di CO2 ogni anno e la struttura, ovviamente, occuperà un’area di mare nella quale sarà proibita la pesca, un’area di circa 150 metri quadri.
La macchina nasce da una ricerca del Politecnico di Torino, sviluppato da una spin off e messo in azione grazie ad un accordo tra ENI, CDP, Cassa Depositi e Prestiti, Fincantieri e Terna. Come diceva Arthur Rimbaud, l’eternità è il mare mischiato col sole.

Giancarlo Elia Valori