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Dottrine strategiche a confronto

Non sono le scelte politiche di massima a generare le dottrine strategiche, ma è casomai vero il contrario.

Nel caso della Cina, per esempio, è utilissimo studiare l’evoluzione delle recenti ipotesi strategiche e delle più attuali dottrine militari, poi da lì partire per osservare le trasformazioni politiche e perfino ideologiche.

Quindi, quali sono i campi di battaglia futuri e preferenziali della Cina? Quali le minacce che loro immaginano come primarie e la loro origine, sempre secondo i decisori di Pechino? Quali guerre combatterà? Ecco, una dottrina strategica risponde, tra le altre, a queste domande.

In prima istanza, la direzione militare cinese ha spostato il baricentro delle attività di difesa dal centro terrestre del Paese verso le periferie, quindi soprattutto verso le coste e, in definitiva, i mari regionali cinesi.

Durante la guerra fredda, Pechino aveva adottato una “guerra totale” difensiva.

Oggi, la dottrina cinese riguarda soprattutto le guerre regionali e limitate, sia nello spazio-tempo che nell’uso della forza.

Ovvero, la Cina oggi non ha ancora vasti interessi globali da difendere con una guerra. Li avrà tra poco.

Inoltre, i decisori politico-militari cinesi oggi non ritengono che, in un non lontano futuro, la Cina sarà implicata in una guerra globale di tipo marittimo o territoriale.

Intanto, è l’Armata di Liberazione Popolare che, in Cina, ha il pieno monopolio della forza.

Peraltro, l’ALP non dipende direttamente dal Ministero della Difesa, ma solo dal Partito Comunista Cinese.

Gli ufficiali e gli alti gradi dell’ALP riferiscono direttamente alla Commissione Militare Centrale del PCC, non ad altri. E, quindi, prendono ordini solo da essa. Il Comandante in Capo dell’ALP è il Segretario Generale del PCC, il ministro della Difesa riferisce solo al Consiglio di Stato, la Commissione Militare Centrale è unicamente un potentissimo organo del PCC.

Sul piano della spesa militare, gli ultimi dati ci riferiscono di un costo annuale dell’ALP di 250 miliardi di usd mentre, per esempio, il budget militare degli Usa è, sempre riferendoci agli ultimi dati disponibili, di 649 miliardi.

Le forze di terra cinesi sono formate da 975.000 elementi, la Marina da 240.000, l’Aviazione da 395.000, la Forza Missilistica Strategica utilizza 100.000 elementi, la Forza di Supporto Strategico, infine, opera con 175.000 militari.

Altre funzioni, non meglio specificate, sono svolte da 150.000 tra soldati e ufficiali.

Sul piano dei materiali utilizzati e delle armi, che sono una indicazione strategica e non una semplice notizia, l’ALP dispone di 70 missili balistici intercontinentali, 162 bombardieri, 3860 veicoli corazzati da combattimento per la fanteria, 6740 carri armati, 13.420 pezzi di artiglieria, 57 missili per il lancio da sottomarini, 1 portaerei, 82 tra fregate e incrociatori, 4 navi anfibie, 1966 aerei per uso tattico, 246 elicotteri d’attacco e, infine, 77 satelliti militari.

L’ALP ha profondamente meditato, fino ad oggi, l’esempio rappresentato dalla guerra Usa in Iraq e quindi dalla RMA, la Revolution in Military Affairs.

Che significa una guerra combattuta soprattutto con le tecnologie avanzate, le reti di comunicazione e, in particolare, con le armi di massima precisione e l’information technology.

Fino alla adozione della RMA, la Cina si basava soprattutto sulla netta superiorità numerica delle sue forze di terra.

Ovvero, la dottrina militare cinese si basava sul contrasto a una invasione da terra o a una occupazione ma, dopo la Guerra del Golfo e quella iraqena condotte dagli Usa, Pechino inizia a restringere la dimensione delle sue forze di terra, per dedicarsi a una Forza più tecnologicamente evoluta e meglio addestrata.

Un altro elemento-chiave della modernizzazione militare cinese è stato lo status politico di Taiwan.

Nella crisi del 1997, infatti, la Cina non riuscì a scoprire il modo e l’entità dell’impegno militare Usa nella zona.

Fu dopo questo fallimento che Pechino cominciò a produrre missili antinave, missili balistici a medio-raggio, missili antinave A2, altre armi anti-access area denial, oltre alle armi cibernetiche e antisatellite.

In totale, le dottrine militari elaborate dalla Cina Popolare, dal 1949 a oggi, sono quattro.

Le dottrine elaborate prima del 1993 erano però tutte incentrate sul concetto maoista di “guerra di popolo”, ovvero la “guerra popolare di lunga durata”.

Che si basa soprattutto nel mantenere il sostegno della popolazione civile alla Forze e nel combinare gli sforzi della classe operaia e dell’”Esercito Rosso”, diretto dal PCC.

Obiettivo strategico della “guerra di popolo” è quello di costringere il nemico ad entrare nella grande area centrale cinese, dove verrà assediato e poi sconfitto, sempre dalla combinazione classe operaia-Esercito Rosso.

In sostanza: la guerra di popolo è finalizzata al massimo prolungamento, e quindi all’usura, degli attaccanti.

Peraltro, sempre secondo Mao Zedong, la “guerra di lunga durata” si basa su tre fasi: difesa strategica, lo stallo strategico, la controffensiva strategica.

Per compiere queste tre fasi, occorrono tre tipi di Forza: l’esercito regolare, le forze locali e le forze di guerriglia.

Non esiste comunque teoria della guerra politica, anche fuori dal marxismo, che non contempli anche la guerriglia.

Verso la fine della guerra fredda, la Cina adottò poi il concetto “L Guerra di Popolo nelle attuali condizioni”, nel 1980.

Qui si teorizzava, sempre con l’etichetta della “guerra di popolo” maoista, una guerra di difesa a vari livelli, che si attivavano già ai confini, oltre a prevedere operazioni ben più offensive di quelle ipotizzate dalla vecchia “guerra di popolo”.

Nel 1993, e siamo proprio ai limiti estremi della guerra fredda, alla quale peraltro Mao Zedong non ha mai creduto, Pechino adotta una nuova dottrina, chiamata “Vincere le guerre locali in condizioni di alta tecnologia”.

Se, all’inizio, l’ALP pensava a una guerra di difesa da una invasione terrestre, qui i decisori cinesi immaginano una guerra periferica in condizioni di altissima tecnologia bellica.

In altri termini, una guerra difensiva contro un attacco da parte di Taiwan, del Giappone, degli Usa o dei loro alleati regionali.

E della Federazione Russa, non dimentichiamolo. La dottrina cinese non era più nemmeno difensiva, poiché ipotizzava addirittura un first strike, anche nucleare, per creare subito un vantaggio cinese sull’attaccante.

I concetti chiave della dottrina del 1993 sono: “frontiera strategica”, ovvero limite oltre il quale si reagisce, anche con una salva N, la “deterrenza strategica”, che si realizza quando l’avversario sa come reagiranno i cinesi, la “vittoria per mezzo delle truppe di élite”, ben oltre il vecchio legame tra operai e Esercito Rosso, “prendere l’iniziativa tramite il primo colpo”, poi la “vittoria sull’inferiorità tramite la superiorità”, ovviamente delle forze, infine “combattere una battaglia rapida per indurre e forzare a una rapida decisione”.

Una trasformazione antropologica e culturale immane, rispetto alla tradizione politico-militare del PCC.

Niente più guerra di attrito, guerra di velocità e non di annichilamento del nemico, poi si ipotizza la deterrenza strategica, ovvero l’uso dell’arma nucleare, poi il nuovo ruolo, certo poco “maoista” e poco “popolare”, delle truppe di élite.

Per Mao Zedong, c’era al centro il “mare umano” della sua “guerra di popolo”, non certo la diseguaglianza tra forze speciali e resto della truppa.

Nel testo del 1993, inoltre, c’era un altro aspetto innovativo: l’importanza conferita dal decisore militare di Pechino alle operazioni integrate, alle joint operations, nelle sue periferie.

Sottotraccia, il messaggio del PCC era, con la dottrina del 1993, che la Cina può risolvere con la forza i conflitti con i suoi vicini.

La dottrina del 2004 si chiamava “Vincere le guerre locali in condizioni informatizzate”.

Il centro della questione è l’”informatizzazione”, che sostituisce il più generico termine, usato nella dottrina del 1993, di “condizioni di alta tecnologia”.

Nel testo del 2004, oltre a sottolineare sempre l’importanza delle joint operations, come nel 1993, si sottolinea il flusso coerente, ordinato e stabile di informazioni tra i vari centri di comando-controllo e gli operatori sul campo di battaglia.

Quindi, il centro della riforma militare cinese diviene, dal 2004 fino a oggi e oltre, la costituzione di una potente rete C4ISR (command, control, communications, computers, intelligence and surveillance).

Qui gli scenari ipotizzati per la guerra futura comprendevano soprattutto l’assalto alle isole, blocco delle isole, campagne di contrattacco nelle aree di confine.

Infine, abbiamo ancora una nuova dottrina militare cinese, che è in gran parte ancora in azione.

Uscita nel 2014, si chiama “Vincere le Guerre Locali Informatizzate”.

Qui si fonda la nuova “difesa attiva” cinese.

La dottrina del 2014, pur non cambiando radicalmente le precedenti teorie, sottolinea il ruolo fondamentale della flessibilità, della mobilità, delle operazioni joint, della information dominance, delle azioni di precisione.

La direzione strategica rimane quella consueta: il sud-est asiatico e Taiwan, ovvero la Cina ci dice, tra le righe, che un futuro e probabile conflitto per Taiwan implicherà anche gli Usa.

Inoltre, la dottrina del 2014 imposta con attenzione il tema delle MOOTW, Military Operations Other Than War, come per esempio le operazioni di salvataggio, il contro-terrorismo, il mantenimento della stabilità politica e sociale, la protezione dei diritti e degli interessi, i controlli di guardia, il peacekeeping, l’assistenza internazionale umanitaria.

L’ALP cinese distingue peraltro tra le MOOTW e la PMS, Preparation for Military Struggle.

Quindi, l’obiettivo primario è, detto tra parentesi, la guerra per la conquista di Taiwan, ma l’ALP si prepara anche per le guerre regionali nel Mar Cinese Meridionale e nel Sud-Est asiatico, mentre la dottrina attuale, dal 2014 in poi, è una teorica militare legata alla soluzione di un “conflitto ad alta intensità”.

L’idea dei programmatori cinesi è quella di una “guerra di distruzione di sistemi”, come nel Golfo nel 1991 o nel Kossovo nel 1999.

I cinesi applicano oggi quel criterio EBO (Effect Based Operation) che gli Usa hanno cominciato a utilizzare alla metà degli anni ’90 del XX secolo.

Chi vince paralizza il “sistema di sistemi” dell’avversario, ecco cos’è la “guerra dei sistemi”.

Ma cosa farebbero gli Usa se andassero in guerra contro la Cina? Molto probabilmente, inizierebbero con operazioni sulle coste meridionali, per decimare la marina da guerra di Pechino.

A ciò farebbe seguito un attacco Usa contro le reti di comando-controllo cinese, per evitare che l’ALP possa rispondere subito al fuoco.

La Cina risponderebbe, sempre con la massima probabilità, utilizzando le sue isole artificiali nel Mar Cinese Meridionale e puntando inizialmente a una information superiority, alla quale farebbe seguito una operazione joint contro il naviglio Usa, e successivamente un attacco, sempre joint, a una o più basi Usa nel Mar Cinese Meridionale.

Giancarlo Elia Valori