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Cosa c’è dietro l’operazione militare turca a Idlib. L’analisi di Valori

Alla ricerca del vero senso strategico dell’operazione militare, recentissima, dei turchi nella regione di Idlib, nella Siria nord-occidentale

Qual è il vero senso strategico, tra i molti che gli possiamo attribuire, dell’operazione militare, recentissima, dei turchi nella regione di Idlib, nella Siria nord-occidentale? Vediamo qui soprattutto gli effetti strategici principali, studiandone le conseguenze nell’ambito dell’intera regione mediorientale, oltre alle controspinte nel quadro geopolitico globale.
La parola Idlib deriva dall’aramaico Adad (Dio) e Lib (centro).

Ad ovest, dato geografico e militare importantissimo, Idlib è vicinissima a Latakia, dove si trova la base russa di Khmeimim, con oltre 1000 uomini operativi stabili, ormai parte del dispositivo di difesa russo, insieme a quelli della base marina di Tartus, e dove opera anche, alla base aerea vicino a Latakia, una notevole stazione del Sesto Direttorato del Gru, il Servizio segreto militare russo.
Fin dal 2015, ovvero dallo scoppio della guerra in Siria, Idlib è stata il centro prima delle proteste dalla Fratellanza Musulmana siriana e da altri gruppi sunniti, contro Bashar el Assad e poi Idlib è stata presa dai vari gruppi jihadisti, come base sicura, compresi i rimanenti elementi dello “stato islamico” di Raqqa, che sono oggi in buona parte fuggiti nella città del nord-ovest siriano, a contatto stretto con i territori turchi.

Per non parlare delle oltre 100 mila, prima detenute dai curdi, che sono parenti, collaboratori e semplici militanti del sedicente califfato, che i turchi non hanno interesse a mantenere rinchiusi e che stanno lentamente liberando. Attualmente Idlib non è controllata da nessun gruppo jihadista maggioritario, ma da un equilibrio, spesso vago, tra i tanti gruppi della guerra santa, ovvero delle proxy wars mediorientali e non solo, mediati di solito dai Servizi turchi.

Ci sono ancora in area, oltre a quote autonome di jihadisti provenienti dal Turkestan-Xingkiang cinese, spesso debilitati con operazioni-lampo dagli operativi delle Ff.aa. di Pechino, anche Hayat Tahrir al-Sham, la frazione di Al Qaeda che opera da molti anni in Siria e, in parte, in Iraq, poi c’è anche il Fronte di Liberazione Nazionale, fondato nel maggio 2018 e apertamente sostenuto dalla Turchia.

Esso include oggi ben 11 frazioni jihadiste, ma anche gruppi di tipo nazionalistico, ma soprattutto anti-Assad. Spesso tali gruppi emergono dalla maggioranza sunnita siriana, presente in forze nel Nord del Paese. Il governo siriano degli Assad ha comunque dichiarato, in accordo con Mosca e fin dal 2019, che “il primo obiettivo di Damasco è quello di liberare Idlib”.

Segnale durissimo per la Turchia, che inizia, proprio in quella fase, a disporre ben 1300 militari intorno a Idlib, per monitorare la sopraggiunta tregua. L’obiettivo primario di Ankara era, in questo caso, di non aggiungere una ulteriore e probabilmente incalcolabile massa di altri migranti, che si sarebbe aggiunta ai 3 milioni di siriani già presenti, con i soldi della Ue, ma ceduti dalla sola Germania alla Turchia, in territorio turco ai confini con la Siria.

Questa situazione fece sì che l’inviato speciale dell’Onu per la Siria, Staffan de Mistura, facesse di tutto per impedire una nuova offensiva, da sud e da est, proprio contro Idlib. I soliti talks per evitare una pressione militare, quindi, e soprattutto per creare un corridoio umanitario, queste furono le proposte di de Mistura, soprattutto per evitare la ressa dei migranti siriani a Idlib e da lì verso la “via balcanica”.

Gli europei sono pieni di migranti ma pensano, quando pensano la geopolitica, solo ai fatti umanitari e, appunto, a come evitare l’arrivo di altri migranti. Non si chiama fallimento, questo?
Ad ottobre del 2018, a Sochi, i contatti tra Putin e Erdogan raggiungono un punto di accordo. In Siria viene creata una “zona di declassamento”, per usare la terminologia dei Colloqui di Astana, quelli veri, non i colloqui semideserti di Ginevra, e proprio in quest’area la Turchia si è assunta il ruolo di mantenervi l’ordine pubblico.

Poco dopo l’accordo di Sochi, Bashar al Assad sostiene, in una intervista alla TV russa, che “è illogico il confronto militare siriano con Ankara”. Il documento firmato a Sochi tra i due leader dichiarava che: a) c’era un impegno di entrambi i Paesi per l’integrità territoriale della Siria, poi b) un impegno comune della lotta contro “tutti i terroristi”, senza dimenticare l’inizio di un regime di cessate il fuoco ad Idlib a partire dal 6 marzo p.v., poi ancora l’istituzione di un “corridoio di sicurezza” lungo l’autostrada M-4 siriana, sei chilometri a destra e sei a sinistra dell’asse viario, infine l’introduzione di pattuglie miste turco-russe, sempre lungo la M-4, a Idlib, nella direzione che controlla l’asse Latakia-Aleppo.

Lo scontro tra Turchia e Russia è quindi altamente improbabile. Comunque vada a finire l’accordo di Sochi. Né Ankara né, tantomeno, Mosca vogliono aprire un fronte siriano dove entrerebbero, inevitabilmente, soprattutto gli Usa, di fatto emarginati dal quadrante siriano. Una nuova guerra per l’egemonia nella Siria nord-occidentale tra russi e turchi sarebbe un durissimo colpo per entrambe le economie, peraltro oggi sempre più fortemente interconnesse. La Federazione russa può perdere, scontrandosi con la Turchia, un accesso facile ai Dardanelli e alle sue stesse basi siriane, oltre che verso il Bosforo.

Inoltre, Mosca non vuole far innervosire un Paese Nato come la Turchia, che è ormai un battitore libero nel quadrante atlantico. Una rendita di posizione incalcolabile, per Mosca. Ma Ankara, da parte sua, non può fare a meno di un sostegno specifico anche da parte degli Usa, soprattutto se ottenuto fuori dal quadrante del Trattato dell’Atlantico del Nord.

Questo significa future concessioni turche a Washington nel Mediterraneo orientale e una mano involontariamente delicata, sempre da parte della Turchia, contro il Pkk e le altre organizzazioni turche (tutte figlie del Pkk, comunque) che sono ancora essenziali in loco per gli Usa (e per Israele).
Ma molti dirigenti della Cia, del Pentagono e della vasta intelligence community statunitense non nascondono, oggi, nemmeno la voglia di farla finita con il regime di Erdogan.

Certo, il nuovo Sultano di Ankara è “poco democratico”, ma se gli Usa dovessero fare le analisi del sangue a tutti i loro alleati storici in Medio Oriente, di democratico ci rimarrebbe, ovviamente, solo Israele. Non sarà facile, per gli Usa, il loro futuro di alleanze regionali, ma la situazione dei rapporti tra Ankara e Washington è oggi sempre più ambigua e, comunque, molto tesa.
Solo una parte, la più acuta, della Cia si preoccupa di non inasprire gli animi, per evitare che i turchi si accordino definitivamente con Mosca, in pesante e ormai irrimediabile funzione antiamericana.

L’idea di alcuni dirigenti dell’intelligence nordamericana è anche quella di sospingere la Turchia in avventure militari sconsiderate in Siria e, magari, anche in Libia, quadrante lontano ma molto correlato con quello siriano, per creare alla fine un Vietnam turco e, poi, lasciare il regime di Erdogan in mano alle masse sempre più arrabbiate e impoverite turche. Una speranza più che una idea strategica.

Vasto programma, avrebbe detto De Gaulle, ma tutto è possibile, anche i sogni dei programmatori Usa, se si è in Medio Oriente. Una domanda chiave, a questo punto. Può Assad controllare da solo la stabilità della sua Siria, dopo una vittoria che significa, soprattutto, la permanenza di una tutela russa sul regime del vecchio Baath e il sostegno, anch’esso inevitabile, delle strutture militari, coperte o meno, dell’Iran, che vuole soprattutto creare una continuità terrestre e stabile verso il Libano e arrivare a confinare, con le sue stazioni militari e di Sigint, signal intelligence, Israele?
Attualmente, le forze turche, cambiato e reso ben più insicuro il quadro strategico, con una stabilità inefficace delle posizioni Usa sulla Siria, poi con la definizione dell’accordo con la Russia da parte di Ankara, senza dimenticare la forte permanenza del regime di Assad, sempre più stabile, nel resto della Siria, dispongono oggi nell’area di Idlib di circa 20 mila militari.

Lo schieramento delle forze di Erdogan a Idlib comprende le sue cinque forze speciali, che dipendono solo dal Capo di Stato Maggiore e non dalla classica catena di comando territoriale delle Ff.aa. di Ankara, poi ci sono alcune unità corazzate, degli elementi di fanteria leggera, ovvero dei veri e propri commando, poi c’è la 5° Brigata, specializzata in operazioni paramilitari e in guerra di montagna.

Niente a che fare con una Polizia militare che si occupa di un accordo sulla linea della autostrada M-4, quindi. E i migranti siriani o para-siriani che vogliono arrivare a premere sull’Europa, nella direzione della Grecia e poi della via balcanica sono sempre sostenuti, in decine di migliaia, dalle stesse Forze Armate turche, che non vogliono civili in mezzo tra loro, la Siria di Assad, i russi e gli altri players della guerra siriana, soprattutto gli iraniani.

E i turchi non vogliono, sia ben chiaro, nemmeno gli Usa, al massimo desidera, Erdogan, il sostegno finanziario della Ue, terrorizzata, come al solito, dall’ovvio risultato di una guerra che ha sconsideratamente sostenuto. Quindi, oggi, il pur tenue accordo che Turchia e Russia avevano raggiunto a Sochi, che corrispondeva peraltro ai loro più basilari interessi strategici, non regge più, se non per la malizia sapiente dei due statisti.

Si è perfino detto che Mosca aveva cercato, in fasi recenti, l’appoggio degli Emirati, dell’Arabia Saudita (oggi è più difficile, dopo la caduta dell’Opec+) in modo da superare lo stallo con i turchi, mentre è noto che a nessuno dei potenti della Jazeera, ovvero della penisola arabica, piace il comportamento strategico della Turchia.

Siriani, sauditi, emiratini hanno iniziato a sostenere con soldi e armi, quelle armi che la nuova missione Irini della Ue cerca ingenuamente in mare, i “ribelli” libici della Cirenaica, contro i filoturchi della Tripolitania, sostenuti dalla parte più ingenua della comunità internazionale e, soprattutto, dalla Fratellanza Musulmana, che invece, non è affatto ingenua.

Naturalmente, la vittoria finale della Siria a Idlib non sarebbe comunque mai accettata dalla Turchia, che reagirebbe, probabilmente, con una controffensiva limitata ma durissima. E tale da trasformare l’area di Idlib non in una enclave turca, da usare come moneta di scambio con Damasco, ma in una vera e propria zona turca. La crisi economica siriana, poi, non ha permesso una ricostruzione accettabile nelle aree della regione di Idlib ricondotte al regime siriano o ai russi, e questo ha generato ulteriori rivolte; e un sostegno indotto alle vecchie reti jihadiste, feroci ma ricche di liquidità, ancora.

Non è nemmeno impossibile che la grande spinta dei migranti siriani e para-siriani, di varia etnia e natura politica, non sia nemmeno troppo malvista dalla Russia, che così potrebbe favorire quelle forze etniciste e di destra che, ormai, sostengono stabilmente gli obiettivi strategici russi, nella ormai decerebrata Europa. Che cosa fare, allora? Sostenere la Striscia di Idlib come area di permanenza e sostegno, con i soldi UE, dei tre milioni e più di migranti ulteriori, cosa fisicamente ormai impossibile?

E i soldi della Ue dove si troverebbero, in piena emergenza finanziaria da coronavirus? E, intanto, fin che non si risolve la questione di Idlib, il regime siriano degli Assad non è stabile e quindi tale da affrontare, senza “denti” strategici altrui, il grande affare della ricostruzione del Paese.
Certo, vale ancora, tra Siria e Turchia, per quel che valgono i contratti in politica estera, l’Accordo di Adana del 1998, e qui si trattava della provincia di Hatay, poi la questione delle acque, essenziale per entrambi i Paesi, per non parlare del riconoscimento, da parte di Damasco, del Pkk come “organizzazione terroristica” e quindi la successiva e immediata espulsione dei dirigenti del Pkk, soprattutto Abdullah Ŏcalan, da Damasco.

Cosa che cui noi italiani ricordiamo bene. Tra il 2004 e il 2010, i rapporti tra Ankara e Damasco sono andati quindi benissimo. Fu firmato anche l’inizio, tra i due Paesi, di un High Level Strategic Cooperation Council, nel settembre 2009, con un immediatamente successivo accordo di libero commercio, sempre tra i due Paesi.

Un accordo che fu subito ampliato a Libano e Giordania, oltre ai due primi firmatari, era il vecchio, ormai, Quartetto del Levante. Quando la guerra, iniziata come “primavera araba” siriana, poi si radicalizza, ed entrano in Siria elementi sia globali che regionali, la Turchia cambia punto di osservazione, soprattutto in riferimento alla forte presenza di forze iraniane e, comunque, sciite e organizzate da Teheran.

A questo si ricollega inoltre la dimostrata estraneità sostanziale degli Usa per il quadrante siriano, e soprattutto il loro unico appoggio alle varie organizzazioni politico-militari curde. Che non è mai stato l’unico, peraltro, per i curdi. Fin dall’inizio delle tensioni in Siria, nel 2014, soprattutto grazie alle organizzazioni locali della Fratellanza Musulmana, spesso collegata allora con le reti Usa, come in Egitto, la Turchia ha degli obiettivi chiari e semplicissimi: la gestione della inevitabile crisi umanitaria, che la interessa direttamente e in modo inevitabile, poi si tratta per Ankara di organizzare la caduta del regime degli Assad, poi ancora di mettere in piedi, inoltre, una guerra proxy contro l’Iran, poi ancora l’eliminazione del Daesh, concorrente nel terreno delle organizzazioni jihadiste manipolabili da Ankara, infine la marginalizzazione finale dell’intera area curda.

Oggi, ci sono circa 4 milioni di rifugiati siriani in Turchia. Quindi, gli obiettivi di Ankara sono stati quelli, oggi, di bloccare le ulteriori ondate di migranti, sostenere quelli che già ci sono, mantenere infine i suoi confini molto sicuri con la Siria, per evitare ulteriori ondate di migranti.
A questo punto, iniziato lo scontro in Siria, Ankara si vede arrivare ai confini sia i curdi che il Daesh.

Poi, sempre all’inizio della rivolta “primaverile” in Siria, nel 2011, la Turchia consigliò esplicitamente agli Assad di mettere in ponte una radicale riforma del regime baathista, per mantenere la stabilità interna. Certo, oggi, con la penetrazione degli apparati di sicurezza russi e iraniani dentro il regime di Assad, la caduta del Baath e degli Assad, desiderio mai nascosto dei turchi, è estremamente più difficile, e la Russia ha un accordo economico e petrolifero con Ankara che vale l’intera sopravvivenza del regime turco dell’Akp.

Un progetto primario dei turchi per far cadere Assad, e quindi liberare la Siria da russi e iraniani e trasformarla in una dépendance della geopolitica turca, è stato quello di tentare di unificare tutte le forze di opposizione ad Assad in un solo “fronte”. Il sostegno di Ankara vale anche alle trattative di Astana, dove Ankara ha sostenuto l’opposizione, anche jihadista, contro Assad e, soprattutto, ha cercato la pace in Siria in modo da rispedire i suoi 4 milioni di migranti indietro, verso le loro case siriane e oltre.

Da questo punto di vista, si comprendono meglio le operazioni turche Scudo dell’Eufrate del 2016 e Ramo d’Olivo, del 2018, pensate entrambe per evitare sia la penetrazione in Turchia del Daesh, sia l’arrivo dei curdi a Ayn-el-Arab e Afrin. Ma il vero punctum dolens della geopolitica regionale della Turchia è, come abbiamo visto, la possibile “shiizzazione”, se mi si passa il termine, della Siria, mentre Ankara vorrebbe o tutta la Siria o, almeno, le sue parti sunnite, maggioritarie, egemonizzate dagli interessi turchi. La penetrazione delle Forze e dei Servizi di Ankara a Idlib ha anche questo significato: intanto ci prendiamo la nostra area di influenza, poi si vedrà di andare a trattare, ma da una posizione di forza, con Bashar al Assad.

Il primo aspetto della rivoluzione del 1979 in Iran fu, lo ricordiamo, l’espansione del radicalismo islamico, che si diffuse immediatamente in Paesi sia sunniti che sciiti. La seconda strategia, anche oggi perseguita da Teheran, è invece il pan-sciismo. Dopo le sfortunate, prevedibilmente, “primavere arabe”, che gli Usa hanno inventato per disattivare il jihad della spada riattivando la militanza, anche religiosa, dal basso e di massa, con i risultati che si potevano ben immaginare anche prima, l’Iran non usa più il panislamismo, ma solo il pan-sciismo.

Dal 1980, comunque, la Turchia si è ritagliata lo spazio geo-informativo di difensore dell’Occidente, contro il panislamismo e, soprattutto, contro la grande rivolta sciita organizzata dall’Iran, rivolta che ha rafforzato anche i rapporti, non mai ben chiariti, tra l’Akp, il partito di Erdogan, e la Fratellanza Musulmana, strumento primario, all’inizio della “primavere arabe”, anche delle operazioni Usa nel quadro del grande regime change programmato da Langley nel mondo arabo-islamico.

Certo, l’Iran ha la sua fortissima identità sciita, che mobilita e motiva fortemente tutti i suoi proxies, in Siria come altrove, ma la Turchia, soprattutto dopo l’operazione Olive Branch, ha anch’essa creato il suo mito: una Siria “democratica e pluralista”, ovvero senza gli Assad al potere, ma mantenendo comunque l’unità politica e territoriale della repubblica di Damasco. Ovvero, si prevede ancora, da parte di Ankara, la divisione silenziosa in zone di influenza, favorendo magari la Russia, che mantiene in piedi il progetto di Turk-Stream, il gasdotto bilaterale che parte da Anapa, nella regione russa di Krasnodar, passa nel Mar Nero e arriva alla stazione turca di Kiyikoi.

Un gasdotto evidentemente strategico: rafforza i legami russo-turchi, e quindi favorisce l’allontanamento sostanziale di Ankara dalla Nato, e inoltre evita a Mosca il passaggio nella pericolosa e instabile Ucraina, che diventerà, da allora, un problema più degli occidentali, che hanno contrastato le operazioni russe nell’area, che non dei russi.

Ma vediamo ancora le attuali operazioni militari turche in Siria. L’azione dei militari di Ankara è iniziata il 9 ottobre dell’anno scorso, con lanci verso l’area curda di Tall Abyad e Sere Kaniye, attacchi portati in fondo grazie anche all’aiuto di alcuni gruppi jihadisti connessi con il Mit, il servizio segreto turco. Quest’area è ormai, anche oggi, una zona di egemonia turca, ottenuta in un territorio prima controllato dalle Forze Democratiche Siriane, guidate dall’iniziativa curda e che coinvolge truppe cristiane (assire) e arabe (sunnite).

Gran parte del territorio occupato dai turchi era, comunque, precedentemente tenuto, ancor prima che dalla Fds, dal sedicente Califfato di Raqqa. Altro obiettivo di Ankara è stato quello di separare militarmente i curdi siriani, che sono spesso in maggioranza sul confine sirio-turco Nord-occidentale, dai loro connazionali in Iraq e, a maggior ragione, in Turchia.

Inoltre, la Turchia di Erdogan pensa di ricollocare almeno 2-3 milioni di rifugiati siriani o provenienti dalla Siria (che è la quota maggiore) e che sono già presenti in Turchia.
Una soluzione che ha già prodotto due problemi: i migranti provengono tutti dalla Siria del Nord-ovest, e quindi non sono omogenei ai progetti di stabilità turca della zona e, inoltre, c’è anche il pericolo di dare spazio e basi di azione per i nemici storici della Turchia: le Forze Democratiche Siriane, alcuni residui del “califfato”, che soprattutto nelle sue ultime fasi ha avuto rapporti stretti con i Servizi turchi, qualche area curda ben armata dalle loro linee di rifornimenti, che vanno soprattutto da sud-est della Siria verso tutto il confine settentrionale.

E pensare che, nel 2013, ci furono anche delle trattative riservate tra il capo del Mit e il Ministero degli Esteri turco con i dirigenti di tutte le forze curde, per arrivare ad uno stabile accordo, ma tali trattative furono duramente interrotte proprio da parte dei turchi. Intanto, l’Ue si prepara, bovinamente, a pagare la Turchia per bloccare i migranti all’inizio della “via balcanica”, che è comunque molto frequentata sia dalla migrazione siriana e da quella, maggioritaria, che passa per la Siria.

Anzi, il sostegno della Ue a tutte le follie democraticiste Usa e franco-britanniche, intese a portare elezioni libere e sistemi laico-democratici in tutto il Medio Oriente, è stata un caso unico di masochismo strategico, pagando inoltre quegli stessi turchi che destabilizzano il Nord-Ovest della Siria per poi chiedere il conto di quello che hanno compiuto proprio alle vittime designate, gli impotenti europei.

Giancarlo Elia Valori