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Anno Domini 2020: non solo Covid 19

Tra poco meno di due settimane si concluderà (finalmente!) l’annus horribilis 2020, un anno che ha visto sconvolto tutto il mondo da una pandemia influenzale che ha provocato non soltanto centinaia di migliaia di vittime a livello planetario ma anche disastrosi effetti economici le cui conseguenze peseranno non solo su tutti noi ma anche sui nostri figli e sui nostri nipoti.
L’attenzione delle opinioni pubbliche di tutto il mondo, anche a causa di una martellante campagna mediatica globale, si è polarizzata sul Covid 19 e sul disastro sanitario che ha coinvolto non soltanto i paesi meno sviluppati, ma anche le nazioni più ricche e avanzate, a cominciare dagli Stati Uniti che hanno registrato tassi di mortalità superiori a quelli del Brasile.
Ma, se la pandemia ormai da quasi un anno occupa le prime pagine di tutti i giornali e le aperture di tutti i notiziari televisivi, il 2020 lascia aperti sul tavolo delle relazioni internazionali diversi dossier molto delicati che, qualora non analizzati e affrontati con razionalità e pragmatismo potrebbero avere importanti conseguenze sugli equilibri geopolitici degli scacchieri più delicati del pianeta.
Il dossier più recente e importante per la sua prossimità geografica al Vecchio Continente è quello dei rapporti travagliati e turbolenti tra Unione Europea e Turchia.
L’attivismo, spesso spregiudicato e aggressivo, del presidente Recep Tayyp Erdogan, che dal Mediterraneo alla Libia, dalla Siria al Nagorno Karabach, ha portato Ankara a farsi più nemici di quanto saggezza potrebbe suggerire.
La stretta sul fronte delle libertà civili imposta da Erdogan al proprio Paese dopo lo “strano”, fallito, golpe del 2016, una stretta che ha visto lo scorso novembre la condanna all’ergastolo di oltre 300 presunti oppositori al regime (giornalisti, avvocati, militari, magistrati, imprenditori) ha ulteriormente allontanato Ankara dai suoi partner della Nato e provocato una, al momento molto timida, reazione della diplomazia dell’Unione Europea che, seppure distratta dalle difficili trattative sulla Brexit, è riuscita a mettere all’ordine del giorno della riunione dei capi di governo del 10 e 11 dicembre il tema di possibili sanzioni alla Turchia per violazione dei diritti umani e per comportamenti “inappropriati” delle forze armate turche, le cui navi pattugliano indisturbate le acque al largo di Cipro e i cui aerei violano sistematicamente lo spazio aereo greco nell’area orientale dell’Egeo.
La discussione sul tema dei diritti umani in Turchia e sulle possibili conseguenti sanzioni è stata abilmente utilizzata dalla Merkel per “avvisare” Polonia e Ungheria e ricondurle ad accettare il Recovery Plan, dopo che i leader dei due paesi avevano minacciato di sabotare il piano di sostegno alle economie europee piegate dalla pandemia.
Le, al momento minacciate, sanzioni anti turche dovrebbero entrare in vigore nel prossimo mese di marzo, ma il freddo razionalismo della cancelliera tedesca potrebbe scongiurare una rottura completa dell’Unione col governo di Ankara.
La Germania ha interessi “speciali” nei confronti della Turchia: non solo ospita sul proprio territorio una enorme comunità di immigrati turchi (oltre 4 milioni di persone), ma è il primo partner commerciale della Turchia e il suo principale fornitore di attrezzature mililtari (basti pensare che le navi turche che pattugliano il Mediterraneo, sollevando le proteste della Grecia, sono tutte di fabbricazione tedesca).
Anche l’Italia ha un forte interscambio commerciale con la Turchia, alla quale fornisce imponenti quantità di munizioni.
Di fronte ai falchi che vorrebbero un atteggiamento più duro nei confronti di Erdogan e cioè Francia, Cipro, Grecia, Slovacchia,Slovenia e Austria, sono schierati paesi più accomodanti, allineati sulle posizioni “morbide” di Berlino, a cominciare dalla Spagna e da Malta, per finire a Ungheria e Italia.
La minaccia di prossime sanzioni contro la Turchia, che è già stata punita da Donald Trump per avere acquistato sistemi di difesa antiaerea S-400 dalla Russia, potrebbe comunque portare il presidente Erdogan a più miti consigli e comportamenti, di fronte al concreto pericolo di aver tentato di giocare, in modo avventurista, su troppi tavoli.
D’altronde solo il negoziato potrà riconoscere ad Ankara alcune ragioni, che sono state offuscate, dai comportamenti del suo presidente.
Come ha osservato in un’intervista a “Formiche.net”, l’Ambasciatore Carlo Marsili, già capo della nostra rappresentanza in Turchia dal 2004 al 2010, “l’Unione Europea dovrebbe tener presente l’esigenza di non chiudere il dialogo sul processo di adesione della Turchia…l’Europa è in debito verso la Turchia avendole bloccato l’apertura dei principali capitoli politici del negoziato di adesione con pretesti poco plausibili”.
Analogo approccio all’insegna della realpolitik andrebbe assunto, secondo l’Ambasciatore, sul tema spinoso della piattaforma continentale turca “occupata” da fatto da isole greche che si trovano a ridosso delle coste turche: “la Turchia-sostiene l’Ambasciatore Marsili- ha ragione rifiutandosi di accettare quanto Francia, Grecia e Cipro vorrebbero imporle su acque territoriali e zona economica esclusiva. La loro misurazione dovrebbe partire dalla piattaforma continentale e non dalle isole greche, ad evitare che un Paese con 1700 chilometri di coste quale la Turchia si veda praticamente bloccato l’accesso al mare. Qui non si tratta di Edrdogan, nessun governo turco potrebbe accettare la situazione attuale”.
Le parole dell’Ambasciatore fanno riflettere e suggeriscono di leggere tra le righe del dossier Europa-Turchia con un approccio più vicino a quello della Germania che a quello della Francia.
D’altronde anche Ankara da qualche settimana a questa parte sembra aver abbassato i toni di una politica estera troppo aggressiva e spesso controproducente, al punto di aver cautamente riallacciato le fila del rapporto con Israele.
La Turchia, è bene ricordarlo, è stata il primo, e per molti anni l’unico, paese musulmano a riconoscere lo Stato di Israele, con il quale ha intrattenuto relazioni diplomatiche fin dal 1949.
I rapporti sono peggiorati quando nel 2010 Erdogan (sempre lui!) ha inviato una flottiglia mercantile al largo di Gaza, nel tentativo di rifornire di armi e di cibo l’enclave palestinese isolata da un blocco israeliano. Il tentativo è sfociato in un assalto delle forze speciali israeliane contro la nave turca Mavi Marmara, costato la vita a 10 “passeggeri” della nave stessa, tra cui guerriglieri di Hamas riportati a Gaza per riprendere la lotta contro l’occupazione israeliana.
Dopo un parziale tentativo di ripresa del dialogo tra Gerusalemme e Ankara, i rapporti diplomatici si sono di nuovo interrotti nel 2018 durante l’ennesimo confronto armato tra forze armate israeliane e milizie palestinesi, sulla frontiera di Gaza.
Ora la situazione sta di nuovo migliorando: è del 14 dicembre la notizia della nomina di un nuovo ambasciatore della Turchia in Israele.
Si tratta del quarantenne Ufuk Ulutas, un dinamico diplomatico che ha studiato scienze politiche alla “Hebrew University” di Gerusalemme, parla correntemente ebraico e viene giudicato come la persona più indicata per riallacciare le fila di un dialogo di grande importanza negli equilibri mediorientali. Un dialogo che sembra essere avviato anche a livello di servizi segreti.
Secondo “Al Monitor”, un sito di geopolitica molto bene informato sui retroscena della vicende mediorientali, nell’ultima settimana dello scorso novembre, stando ad attendibili fonti governative turche, il capo del MIT, il “National Intelligence Service” turco, avrebbe avviato contatti riservatissimi con il Mossad israeliano.
Ankara sarebbe stata rappresentata nei colloqui segreti da Hakan Fidan, un funzionario già utilizzato dal MIT per la “back bench diplomacy” con Gerusalemme, con il fine di discutere di “interessi comuni” su “problemi di sicurezza In Libia e Siria…”.
E’ probabile che Ankara sia stata indotta a riprendere il dialogo con Israele dal successo del migliore lascito della presidenza Trump agli equilibri mediorientali: fino a qualche mese fa gli unici stati arabi che riconoscevano Israele, col quale intrattenevano rapporti diplomatici, erano l’Egitto e il Regno di Giordania. Con una serie di azzeccate mosse diplomatiche Donald Trump, sotto lo sguardo benevolo dell’Arabia Saudita, è riuscito a far riconoscere Israele dal Bahrein, dagli Emirati Arabi Uniti e dal Sudan.
Si è trattato di un successo strategico senza precedenti.
Israele non è più circondato da un mare di inimicizia araba, ma sia avvia a normalizzare i rapporto con le più importanti pedine della scacchiera mediorientale, con innegabili, potenziali, riflessi positivi (anche se non in un futuro immediato) sul dialogo interrotto con l’Autorità Palestinese, che priva di alcuni sponsor fondamentali da parte del fronte arabo, si troverà probabilmente costretta non solo a riconoscere l’esistenza dello Stato di Israele, finora definito nei suoi documenti “entità ebraica”, ma anche a impegnarsi nella ricerca realistica di quella realtà dei due Stati, già prevista, peraltro, dal piano ONU di spartizione della Palestina del 1947, una spartizione che i palestinesi, forti di un appoggio arabo che ora inizia a scemare, non hanno mai accettato del tutto.
Sulla scia delle nazioni arabe che hanno aperto le relazioni diplomatiche con Gerusalemme, anche il Marocco, governato da un discendente diretto del Profeta, ha deciso di avviare un dialogo formale con Israele. Anche questa mossa è stata favorita da un’iniziativa delle ultime settimane dell’Amministrazione Trump. Sembra infatti che il re Mohammed VI si sia deciso a riconoscere l’esistenza dello Stato di Israele, dopo che gli Stati Uniti hanno a loro volta riconosciuto la sovranità del Marocco sul Sahara Occidentale, un’area al confine con la Mauritania, da oltre trent’anni oggetto di dispute anche armate.
Un passo importante, anche perché viene da un Paese, il Marocco, che ha sempre tutelato la vita e i diritti della propria comunità ebraica, al punto che uno dei consiglieri più ascoltati dal re altri non è che il dottor Azoulai, eminente discendente di una ricca dinastia di imprenditori ebrei marocchini.
Europa, Turchia, Israele, mono arabo. Questi e tanti altri dossier si preparano ad essere trattati al termine dell’annus horribilis. Un anno al cui termine vorremmo vedere almeno un tentativo efficace di soluzione di un dossier tutto italiano, che sembra restare oscurato dalle cronache della pandemia: il dossier dei 13 pescatori di Mazara del Vallo, sequestrati e imprigionati da oltre tre mesi dalle milizie del signore della guerra libico Khalifa Haftar, senza alcuna visibile ed efficace iniziativa italiana per riportali a casa.

Giancarlo Elia Valori