it
it

2021, per la Turchia sarà l’anno del disgelo?

Recep Tayyp Erdogan, il presidente della Turchia, negli ultimi anni, dopo il maldestro tentativo di golpe che nel 2016 ha tentato di rovesciarlo, ha assunto atteggiamenti e politiche interne e internazionali di stampo sempre più estremistico che hanno praticamente isolato la Turchia non solo rispetto ai suoi alleati storici della Nato (di cui Ankara è partner fin dalla fondazione), ma anche di fronte alla quasi totalità degli interlocutori geopolitici mediorientali.
Nel tentativo di assumere il ruolo di protagonista nelle partite in corso sullo scacchiere del mediterraneo e del Vicino Oriente, dalla Siria alla Libia, passando per il Nagorno Karabach, Erdogan ha impresso alla diplomazia del suo Paese una deriva islamista- basata in particolare sull’appoggio al movimento integralista dei Fratelli Musulmani- che, se da un lato lo ha rafforzato sul piano interno, dall’altro lo ha portato a farsi più nemici di quanti ragionevolmente ne potesse sopportare.
Il massimo dell’isolamento internazionale di Ankara si è manifestato in modo plateale nell’ottobre dello scorso anno quando, dopo il brutale omicidio in Francia del professor Samuel Paty, decapitato in strada da un estremista musulmano di origini azere in quanto “reo” di aver esposto in classe le famigerate vignette di Charlie Hebdo su Maometto, il Presidente Macron si scagliò contro chi “all’ombra di Maometto” soffiava in Francia sul fuoco dell’islamismo radicale allo scopo di eccitare gli animi dei giovani musulmani, incitandoli a convertire la rabbia per l’emarginazione sociale ed economica in lotta religiosa.
Su ordine del presidente francese, le forze di sicurezza si attivarono con indagini e perquisizioni a tappeto in quegli ambienti del salafismo francese controllati dai circa trecento Imam turchi stabilitisi in Francia.
Le parole di Macron e le iniziative delle forze di sicurezza francesi contro l’integralismo islamico in Francia scatenarono l’ira del presidente turco che non esitò a definire il suo collega francese “un mentecatto” che trattava i musulmani in Francia “come gli ebrei venivano trattati nella Germania di Hitler”.
Le parole di Edrogan hanno gettato benzina sul fuoco delle già difficili relazioni tra la Francia e la minoranza di salafiti attivi nel Paese: pochi giorni dopo le pubbliche affermazioni di Erdogan, un giovane tunisino a Nizza ha ucciso al grido di “Alla akhbar” tre persone nella cattedrale di Nizza.
A questo punto la Francia ha richiamato il proprio ambasciatore da Ankara, congelando le proprie relazioni con un Paese che da decenni era considerato un solido partner commerciale, politico e militare.
A questo punto, sul finire del 2020 le relazioni internazionali della Turchia hanno toccato il punto più basso della storia recente.
Anche rivendicazioni giustificate come la richiesta di ridefinire i confini marini con la Grecia hanno cessato di essere sostenute dalle diplomazie europee, mentre l’attivismo in Libia a sostegno del presidente del “Governo di Accordo Nazionale”, imposto dall’ONU ma sostenuto dalle milizie islamiste, ha messo Ankara in rotta di collisione con la Russia e l’Egitto, a loro volta schierati a favore del “laico” signore della guerra della Cirenaica, Khalifa Haftar.
Un Paese, come la Turchia che per il suo pragmatismo in politica estera è stato non solo ritenuto degno di appartenere alla NATO, ma considerato per decenni partner affidabile e credibile da Europa e Stati Uniti, si è trovato, sul finire dello scorso anno, in condizioni di totale isolamento sul piano internazionale e di grandi difficoltà sul piano interno, a causa degli effetti della pandemia e di una strisciante crisi dell’economia.
E’ probabilmente sulla base di queste realtà che, dall’inizio di quest’anno, Erdogan ha cambiato strategia e ha avviato quella che gli osservatori internazionali hanno definito la “Charm offensive”, l’offensiva del sorriso, nel tentativo di riaprire i canali di dialogo tra la Turchia e i Paesi occidentali e con quelle potenze regionali del Medio Oriente (da Israele all’Egitto, dall’Arabia Saudita agli Emirati), un dialogo che era stato congelato a causa della sconsiderata decisione di appoggiare, sempre e comunque, la Fratellanza Musulmana.
Dopo aver avviato un canale segreto di cooperazione con Israele nel tentativo di trovare una soluzione della mini guerra civile per il Nagorno Karabach, nella quale Ankara, con il supporto “clandestino” degli israeliani ha sostenuto con successo le ragioni dei turcomanni musulmani azeri, a danno della maggioranza cristiana armena, Erdogan ha deciso di riaprire le relazioni con l’Egitto.
Dopo otto anni, infatti, di rapporti tesi o assenti, Ankara ha riaperto le porte al dialogo con il Cairo all’insegna di una “real politik” della quale Erdogan sembrava aver perso la memoria.
Da quando, nel 2013, il generale Al Sisi, dopo aver abbattuto il governo del presidente Morsi-capo dei “Fratelli Musulmani in Egitto- uscito vincente dalle elezioni del 2012, era stato più volte definito da Erdogan “un assassino” e “un tiranno” e le reazioni tra i due paesi si erano raffreddate definitivamente quando il presidente turco aveva dato platealmente rifugio e asilo politico a tutti i collaboratori di Morsi e a tutti i membri della “Fratellanza Musulmana” che, per sfuggire alla repressione, erano riparati in Turchia.
Il 12 marzo di quest’anno, con una dichiarazione a sorpresa, Erdogan ha ammesso durante una conferenza stampa, di aver “intrapreso iniziative diplomatiche” per raggiungere “una riconciliazione con l’Egitto”.
Il Ministro degli esteri Melvut Cavusoglu ha confermato questo cambiamento di linea sostenendo “dopo anni di ostilità e di reciproca sfiducia…è giunto il momento di riavviare gradualmente i contatti con il Cairo”.
Secondo fonti diplomatiche, due sono le ragioni principali che hanno convinto il presidente turco a cambiare atteggiamento nei confronti del suo (forse ex) rivale Al Sisi.
La prima può essere ricondotta al totale e ormai asfissiante isolamento di Ankara in tutto lo scacchiere Mediterraneo e mediorientale.
La seconda è molto più pratica e pragmatica: la possibilità di discutere con l’Egitto una nuova definizione delle frontiere marittime della Turchia nel Mediterraneo, potrebbe consentire ad Ankara di negoziare da una posizione più solida il problema “delle 12 miglia” e consentire ai turchi di ampliare entro limiti accettabili i confini delle acque territoriali, attualmente “strangolati “dalla vicinanza delle isole greche alle coste turche.
Un accordo Turchia-Egitto sulle frontiere marittime potrebbe, secondo il governo turco, portare a un ulteriore accordo sullo stesso tema con gli israeliani, utile per lo sfruttamento congiunto dei giacimenti subacquei di gas al largo di Cipro, Egitto e Israele.
Secondo fonti molto attendibili e qualificate, il Capo del MIT, il Servizio Segreto turco, generale Hakan Fidan, ha ricevuto direttamente dal presidente Erdogan l’ordine di ristabilire i contatti e le relazioni (interrotti dal 2013) con il Servizio egiziano, Il Mukhabarat Al Amma.
Grazie all’impegno personale dell’emiro del Qatar, Tamin Ben Hamad al Thani, l’ultimo alleato rimasto a Erdogan nella regione. Il MIT ha stabilito un contatto con i colleghi egiziani ai primi di marzo di quest’anno e come gesto di collaborazione nei confronti dell’Egitto, le autorità di sicurezza turche hanno messo sotto stretto controllo di sicurezza trenta “Fratelli Musulmani” egiziani rifugiati in Turchia in vista di una loro possibile estradizione.
Nel frattempo le autorità turche hanno chiesto ai tre canali televisivi egiziani “ospitati” in Turchia- le reti Al Shaq, Mekamleen e Watan- di abbassare i toni della critica contro il governo egiziano e di smetterla di insultare il presidente egiziano Al Sisi. Ai tre canali è stato richiesto bruscamente di “rivedere le loro politiche editoriali” se vogliono continuare a usufruire dell’ospitalità turca.
Secondo fonti stampa saudite, molti esponenti dei “Fratelli Musulmani” rifugiati in Turchia sarebbero stati posti agli arresti domiciliari.
La back bench diplomacy messa in campo da Erdogan attraverso il MIT, inizia a dare i suoi frutti: i contatti tra il suo capo Fidan e la sua controparte egiziana, generale Abbas Kamel, hanno portato il Libia all’accordo che ha favorito la nomina, in sostituzione dell’ormai screditato Fayez Al Serraj, a presidente del “Governo di Accordo nazionale” di Abdelhamid Dabaiba.
La “charme offensive” di Erdogan, grazie anche all’impegno dietro le quinte dei servizi segreti turchi ed egiziani, sotto la vigile attenzione del Mossad israeliano, cominci a dare i suoi frutti e forse, dopo anni di mosse sconsiderate e avventuriste, riporterà la Turchia a sedere ai tavoli negoziali avendo dismesso le vesti dell’integralismo musulmano, contribuendo alla ricerca di quel ”disgelo” nelle relazioni internazionali del quale il mondo ha bisogno per riparare i danni immensi della pandemia.

Giancarlo Elia Valori